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In Italia c’è un’emergenza siccità, ma da un po’ di tempo

Come al solito, in Italia, paese dove da sempre vige il “tirare a campare”, le emergenze non si prevengono ma si osservano quando gli effetti e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Qui commento un problema noto nello stivale da tempo: la siccità. Ma c’erano cose urgenti da fare invece che pensare al clima, ad esempio Quota 100.

Non pensare al domani per vivere bene oggi. Questo è il mantra della politica italiana, fatta di interventi a debito perpetuo per compiacere le masse votanti, mentre nel mondo reale imperversano i problemi.

Una delle questioni che il governo avrebbe dovuto affrontare con una certa urgenza è l’innalzamento delle temperature, dovuto anche all’azione antropica sul clima. Ebbene già dal 1994 l’Arpa Veneto lamentava di crisi idriche dovute a periodi di siccità che impattavano maggiormente sui fiumi del nord Italia, con conseguenze drastiche per l’agricoltura del Paese.

Sono passati quasi 28 anni e nel Paese sono succeduti 4 periodi di siccità (1997, 2002, 2012, 2017) e le conseguenze sono state terribili, visto che si sono persi l’equivalente di 5 miliardi di dollari, dei quali il 48% dovuti alla crisi idrica del 2017. Sono passati 5 anni, cosa è cambiato? Nulla. Stesse persone a lamentare di mancati aiuti statali, quando invece dal 2016 in Veneto si è provato ad intervenire con fondi strutturali. Ora invece si cerca di combattere la crisi climatica (da cui potrebbero derivare un “apocalittico” razionamento dell’acqua, un impoverimento delle colture e della produzione agro-alimentare, e una crisi sociale) a colpi di decreto.

Sicuramente il pianeta Terra, che ha aspettato 40 anni che l’uomo pensasse a qualcosa per arginare o quantomeno contenere il fenomeno, aspetterà che il Consiglio dei ministri deliberi un “decreto clima” per aiutare le imprese. Le stesse però, non hanno fatto propria la lezione del 2017, mostrando per l’ennesima volta una mancanza di visione.

Cosa sta succedendo in Italia

Non molto tempo fa, Legambiente stilava la lista dei paesi con la popolazione più a rischio da stress idrico. L’Italia, in questa speciale e bollente classifica, appariva seconda solo alla Spagna, con una popolazione a rischio di circa 15 milioni di persone, pari all’allora 26% del totale. La situazione climatica mondiale odierna ha però origine nel continente americano. Il National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ha evidenziato da decenni un fenomeno antropico nei cieli tra USA e Canada, detto “heat dome”, cupola di calore, che si crea con l’azione della Nina.

Questa enorme cupola, ripresentandosi con frequenze sempre meno naturali e impedendo alle correnti fresche oceaniche di mitigare il clima, sta portando dunque a ondate di calore sempre più lunghe il tutto il mondo. Conseguenza di questo sono maggiori temperature riscontrate in tutti i mari e oceani, non ultimo l’Oceano Pacifico.

Se il mare si surriscalda la probabilità di eventi climatici avversi all’uomo si alza in maniera vertiginosa e preoccupante. Così è successo in Sicilia ad Ottobre 2021, dove l’uragano mediterraneo Medicane, che con forti venti, precipitazioni e alluvioni, ha messo in ginocchio anche importanti città dell’isola, come Catania. Secondo l’European Severe Weather Database l’Italia è stata colpita da 1499 eventi metereologici avversi nel 2020, rispetto ai 380 del 2010. In 10 anni gli eventi sono quasi quadruplicati, ma nessuno ha messo in conto che si potesse finire a questi livelli di allerta. Certo, c’erano altre “priorità”.

Emergenza idrica e fiumi che diventano distese di sabbia

L’aumento delle temperature e il cambiamento nella distribuzione delle precipitazioni influenzano principalmente 3 eventi: il ciclo vitale delle piante, il benessere del bestiame e la disponibilità di acqua, ovviamente corsi d’acqua compresi.

Il più grande e importante “malato d’Italia”, dal punto di vista ambientale, è senz’altro il fiume Po, che sta vivendo la maggior crisi da circa 70 anni. In alcuni punti del corso d’acqua ci sono imponenti distese di sabbia. Lombardia ed Emilia Romagna hanno già inoltrato la richiesta di stato di emergenza al governo Draghi.

La situazione è grave ma non seria. A rischio vi è non solo l’uso quotidiano di acqua, ma anche tutto il comparto agricolo, che in mancanza di rifornimenti di acqua potrebbe assistere a scenari catastrofici a cui l’umanità occidentale degli anni 2000 non è abituata: la carestia ad esempio.

Addirittura riemergono pezzi di relitti nel Po prosciugato. Il caso non è isolato: ad esempio, il Tevere, anch’esso alle prese con il rischio siccità, ha visto riemergere al suo interno i resti di un antico acquedotto romano.

Il pericolo principale è il cuneo salino, fenomeno che descrive la risalita dell’acqua del mare verso l’entroterra, considerato che la portata d’acqua del fiume si attesta a 3000 metri cubi al secondo, quando il valore standard non dovrebbe essere inferiore ai 450 metri cubi al secondo. Inoltre il suo livello idrometrico( il livello del corso d’acqua nella sezione spresso in metri, riferito allo zero idrometrico) è a -3,7 metri, da soglia rossa per soglie nazionali. L’acqua salata del Mar Adriatico, di cui il Po è affluente, si è già insinuata per 17 km del corso del Po.

Il WWF nel suo rapporto ha denunciato severe criticità nel sistema idroelettrico, sulle coltivazioni e sulla biodiversità, anche nell’immediato. Il sindaco di Gualtieri (Reggio Emilia), Renzo Bergamini, durante un’intervista al The Guardian, ha sottolineato anche il problema dell’acqua potabile, in quanto si estrae nella zona del Po acqua dalle falde acquifere delle Alpi e in alcune zone del Po, per poi purificarla. Una catastrofe a 360 gradi.

Fortunatamente, al momento non risultano criticità per le centrali idroelettriche, dove l’acqua è fondamentale specialmente per il raffreddamento delle stesse, come ha dichiarato ultimamente Cingolani, seppur si dica preoccupato.

Cosa fare? Come agire? Cosa succede in Israele

Non mancano però le risposte della comunità scientifica internazionale a riguardo della crisi fluviale (ma anche dei laghi). Già nel rapporto del WWF menzionato sopra, vi è una prima proposta, ovvero il ripristino di un corridoio ecologico (ovvero la creazione di un nuovo ambiente naturale attorno alla zona del fiume) rappresentato dall’alveo del fiume Po e dalla fascia naturale perifluviale. Questo perché boschi e zone umide perifluviali trattengono l’acqua per permettere le ricariche delle falde durante le piene, per poi rilasciarle durante l’arco dell’anno.

Il segretario di ADBPo-MiTE, Meuccio Berselli, rende noto come, tramite giusti provvedimenti effettuati, si riesce a ad assicurare, per ora, l’uso idropotabile e la continuità delle irrigazioni. Il governo invece, secondo le parole della ministra Carfagna (FI), dichiara che sarà previsto un fondo straordinario da un miliardo di euro, gestito con un Contratto Istituzionale di Sviluppo, volto specialmente agli sprechi degli acquedotti italiani, non solo meridionali. Gianmarco Centinaio, sottosegretario al Mipaaf, ha annunciato un decreto salva-agricoltura, vista la crisi agricola che si prospetta, dove la Pianura Padana è uno dei maggiori cuori agricoli della Comunità Europea.

Infine, una missione italiana in Israele, di recente, è servita per studiare da vicino i sistemi di water management israeliani, estremamente produttivi, visto che in questa regione si ha l’unicità globale del deserto in ritirata, seppur il clima sia molto arido, con scarse precipitazioni.

Le parti si sono incontrate prima a Tel Aviv, poi a Jerusalemme per l'”Israel Water Innovation Technology Summit” e la delegazione italiana ha potuto vedere gli impianti di desalinizzazione, purificazione e conservazione dell’acqua da Mekorot, la compagnia idrica nazionale. Oggi in Israele la maggior parte dell’acqua potabile deriva da impianti di desalinizzazione, questo perché spinta a creare nuove tecnologie che attenuassero la scarsa presenza di acqua dolce nella regione. Oltre 250 aziende lavorano nel settore idrico del paese. Il paese del Vicino Oriente è il leader mondiale nella gestione dell’acqua, con un export pari a 2,4 miliardi di dollari.

Più tecnologia, meno preghiere

L’unica arma che abbiamo per contrastare questa crisi idrica dovuta alla siccità è la tecnologia. Solo la conoscenza acquisita dall’uomo potrà salvarlo, ancora una volta, dai pericoli delle sue azioni passate.

Così, il caso virtuoso israeliano sarà da esempio, ma allo stesso esempio da monito, alle aziende italiane impiegate nel settore per rilanciare la nazione dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico. Bisogna contare sulla parola degli esperti, non pensare che i miracoli vengano da soli.

Ma bisogna oltretutto prepararsi per quando le piogge torneranno, perché porteranno con loro problemi da non sottovalutare ancora una volta. Ci saranno città a rischio allagamento, ci saranno alluvioni, visto l’aumento di temperatura registrato nel Mediterraneo, un mare già di per sé caldo. Ammetto di essere molto curioso riguardo la risposta tecnologica che lo stato italiano metterà a disposizione per questa emergenza. Spero infine che lo spreco di acqua sia un tema che sarà affrontato nelle sedi opportune e non durante l’ennesima protesta sul Grande Raccordo Anulare di Roma.

Quello che è certo è il bisogno, incessante e primario, da parte del governo di avere una visione che non si limiti alle mancette elettorali e alle azioni miopi mirate ad accontentare un po’ tutti. Urgono politiche coraggiose anche verso un futuro, che poi diventerà presente. I politici hanno il dovere di pensare alle conseguenze delle azioni passate, senza, con degli amarcord da pieno stile boomer, pensare a quanto belli erano i loro tempi, con i loro costumi e le loro usanze. Adesso è già futuro, servono figure in grado di andare oltre la giornata, ma di pensare anche al giorno dopo.

Di tempo ne è rimasto davvero poco, servono più persone responsabili possibili, non pagliacci che negano la crisi climatica perché un giorno, davanti ai loro occhi, è arrivata una nevicata.

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