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Imran Khan accusato di sedizione: uno sguardo alla situazione pachistana

Islamabad, 23 agosto. Un caldo afoso si lascia corteggiare da copiose piogge estive; le strade brulicano di gente come è uso in una città così affollata; e nell’aria si avverte un inquieta atmosfera: la popolazione è agitata come in pochi casi della storia recente. Il popolo pachistano, oltreché dall’umido insopportabile, dal calore torrido e dai monsoni, è afflitto dai travagliati eventi di cui è stato protagonista uno dei suoi più acclamati leader, l’ex premier Imran Khan.

È stato convocato in tribunale. L’accusa è di oltraggio ai danni di una magistrata e di alcuni funzionari dell’esercito, a cui ha imputato la responsabilità delle presunte torture subite da Shahbaz Gill, un suo strettissimo collaboratore arrestato all’inizio di questo mese. Ma non è tutto, perché altre affermazioni al vetriolo gli costeranno un’accusa di sedizione.

La situazione è particolarmente complicata, e a renderla ancor più complessa è la solidarietà che i seguaci dell’ex premier gli hanno dimostrato nella giornata di lunedì. Nelle ore immediatamente successive alle dichiarazioni dei funzionari dell’esercito in merito alla presentazione dell’accusa per sedizione, un nugolo di iscritti al Tehreek-e-Insaf (PTI) si è posizionato davanti alla sua residenza, deciso a proteggerlo da un eventuale arresto. Intanto sullo sfondo campeggiano dossier importanti: la guerra in Ucraina, la grave crisi economica, i rapporti con Pechino e gli aiuti promessi dal FMI.

Il giorno della sfiducia e l’inizio delle contrapposizioni

Il rancore di Imran Khan nei confronti dell’establishment inizia il ventidue aprile di quest’anno, il giorno della disfatta. La scelta, infelice secondo le compagini più estremiste, di avviare una riforma scolastica che avrebbe attaccato di curricula studiorum religiosi lo condusse a perdere l’appoggio politico del partito islamista Jamiat-e-Islami (JI). Un cambio di equilibrio in maggioranza che si sommò alla defezione di alcuni membri del suo partito in aria di riposizionamento, portandolo alla caduta.

Le accuse politiche mossegli furono molteplici: la cattiva gestione economica, l’incontrollato incremento dell’inflazione e l’inesorabile svalutazione della rupia pachistana. «Il Pakistan può vantare una serie imbarazzante di record negativi: nel 2020 il paese è risultato 151esimo su 153 paesi per la parità economica di genere, il livello percentuale di alfabetizzazione si aggira intorno al 62,5%, circa sessanta milioni di cittadini pakistani sono analfabeti e la mortalità infantile nel paese è, nel 2020, di circa 62 su 1000 (nell’Unione Europea è di circa 3,2 su 1000)», sottolinea Francesco Valacchi (ISPI).

Per la prima volta nella sua giovane storia, il Pakistan applicò l’articolo 95 Costituzione e avviò una procedura di sfiducia nei confronti del suo premier. Khan urlò subito al complotto, ordito a suo dire dagli Stati Uniti per via delle sue posizioni filorusse e filocinesi; narrazione che continua tutt’oggi a sostenere in ognuno dei suoi comizi pubblici. Da qui inizia il suo irriducibile conflitto con i vertici delle forze militari che lo avevano sostenuto fin dalla sua ascesa politica. L’ex premier è stato spodestato con accuse gravi in un momento molto delicato per il suo paese, ma ha continuato a mantenere un cospicuo indice di gradimento tra i suoi connazionali.

L’arresto di Gill e le accuse a Khan

Nei primi giorni di agosto, Shabaz Gill è comparso sulla rete televisiva privata ARY TV, lasciandosi andare ad un discorso particolarmente accorato, in cui ha incitato le truppe dell’esercito all’ammutinamento. La tesi sostenuta da Gill era che i militari pachistani avrebbero dovuto rifiutarsi di adempiere ad «ordini illegali», e che avrebbero dovuto unirsi alla grande propaggine dell’esercito che era «chiaramente dalla parte di Imran Khan».

L’intervento del governo di Shahbaz Sharif, il nuovo premier pachistano, è stato fulmineo: Gill è stato arrestato con l’accusa di sedizione e la rete televisiva chiusa. La detenzione sembra però aver provato lo stretto collaboratore di Khan, tantoché venerdì diciannove agosto è ricoverato d’urgenza in ospedale. Malessere dovuto a problemi respiratori.

Il giorno successivo, sabato 20 agosto, Imran Khan tiene un comizio incendiario. Infiamma le piazze e tutti i suoi sostenitori, accusando i funzionari dell’esercito e una magistrata di aver torturato il suo collaboratore. Accuse accompagnate da alcuni ammonimenti non passati inosservati. «Ora stiamo seguendo la legge e la costituzione. Ma quando un partito politico si allontana da quella strada, dalla situazione all’interno del Pakistan, chi fermerà il pubblico? Ci sono 220 milioni di persone», tuona minatorio. «Anche tu ti prepari per questo, prenderemo anche noi provvedimenti contro di te. Tutti voi dovete vergognarvi», continua rivolgendosi all’ispettore generale della polizia pachistana e al magistrato Ali Javed.

Frasi che costeranno all’ex premier un processo per sedizione, date le disposizioni previste dalla legge sull’antiterrorismo in Pakistan. Per ora, i funzionari di polizia presentano ai magistrati un primo rapporto informativo, che è funzionale, secondo il sistema legale pachistano, alla prosecuzione delle indagini sugli eventi del venti agosto. Nel frattempo dovrà presentarsi per la prossima settimana in tribunale l’accusa di oltraggio. Lo sviluppo di entrambi i processi pare essere incerto, ma se tutte le accuse dovessero essere confermate, Khan rischierebbe molti anni di carcere.

Da Washington a Pechino, machiavellismo geopolitico

Le questioni aperte vanno però al di là dei confini nazionali, e rivelano la posizione strategica che il Pakistan ha rappresentato per la comunità internazionale dal giorno della sua indipendenza ad oggi. Ora sul tappeto ci sono due questioni cruciali: i 7 miliardi di dollari di prestito promessi dal FMI, interrotti ad inizio anno a seguito delle insufficienti garanzie fornite dal Paese in riferimento al rispetto delle condizionalità pattuite; e il corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), pacchetto di investimenti infrastrutturali del valore di circa 62 miliardi di dollari.

Il Pakistan fin dalle sue origini intrattiene rapporti pragmatici con Occidente e Oriente, galleggiando in un machiavellismo geopolitico singolare. Nel passato, infatti, è stato un solido alleato degli Stati Uniti per la lotta al terrorismo, collaborazione in cui i vertici dell’esercito hanno svolto un ruolo di primo piano. Negli ultimi mesi, a rispolverare i vecchi rapporti con la potenza a stelle e strisce è stato proprio il Capo di Stato Maggiore Qamar Javed Bajwa, dacché il campo è ora libero dall’approccio antioccidentale dell’ex premier Khan. Le ragioni dell’interlocuzione sono tutte di carattere economico: il Pakistan chiede agli Usa di fare pressione sul FMI, affinché eroghi la tranche di prestito «irragionevolmente interrotta» all’inizio dell’anno. L’esito è tutto da chiarire, anche se pare che si sia vicini ad un accordo.

Se gli aiuti dell’Occidente sembrano vitali per il salvataggio di una rupia sempre più svalutata, quelli dell’Oriente divengono essenziali per una crescita di lungo periodo. Il Piano Marshall del Dragone ha il fine di ricostruire strade e autostrade, collegare i principali porti di Karachi e Gwadar con il Pakistan settentrionale e con l’Ovest della Cina, e avviare il Paese verso una crescita di lungo periodo. I funzionari pakistani prevedono che il Cpec comporterà la creazione di oltre 2,3 milioni di posti di lavoro fino 2030 e aggiungerà da 2 a 2,5 punti percentuali alla crescita economica annuale del paese.

Il prestito che la Cina concederà al Pakistan equivale al 6% del suo Pil, e molti analisti prevedono che possa essere una trappola del debito. Pechino intende consolidare la sua presenza nel Paese a discapito dell’India, avviando una manovra di accerchiamento che lo porterà ad accedere all’Oceano Indiano senza passare per Malacca. Se tale obbiettivo dovesse essere raggiunto, comprometterebbe definitivamente i rapporti tra India e Pakistan.

Verso il processo della prossima settimana

Lo scenario è evidentemente complesso, e ad infliggere alla complessità la parvenza dell’irrimediabilità ci sono la crisi energetica, l’inflazione e il conflitto in Ucraina. La popolazione pachistana dimostra una conflittualità politica senza precedenti, con l’ingombrante figura di Imran Khan che non intende volgere al tramonto. Le accuse mossegli potrebbero incrinare ulteriormente la situazione, e spingere i suoi sostenitori ad una vera e propria guerriglia urbana. Khan è consapevole del suo potere mediatico, e si avvia a sostenere impavido il processo della prossima settimana.

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1 comment

Dario+Greggio 10/09/2022 at 11:37

mi inquieta sapere che ci sono così tanti milioni di persone al mondo. ancora per poco, per fortuna 😉

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