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Approfondimenti Esteri

Il vincolo necessario: perché la NATO non si discute

NATO

Avere scelta è soltanto un’illusione”. Questa è una delle frasi preferite di Vladisav Surkov, che è stato uno dei consiglieri più importanti di Putin fino al 2020 quando venne allontano e, infine, arrestato quest’anno. Surkov la usa per sostenere l’inevitabilità del governo autocratico in Russia, sulla scia della longeva concezione del sistema politico russo come obbligatoriamente autoritario per prevenire il collasso del Paese.

In un certo senso, Surkov ha ragione. La maggior parte delle azioni in politica, specie in politica estera, non sono il frutto della volontà dei decisori. Sono il risultato di molteplici volontà e delle circostanze della situazione in cui si agisce.

Da qui bisogna partire per spiegare le motivazioni alla base dell’atteggiamento assunto da praticamente tutti gli Stati europei, seppur con grandi variazioni di intensità, a favore dell’Ucraina e della linea degli Stati Uniti negli ultimi mesi.

È dall’inizio della guerra che i pacifisti, gli antiamericani e i filorussi – categorie che ultimamente si sovrappongono parecchio – invocano lo stop dell’invio di armi agli ucraini (sebbene siano state inviate quantità risibili da parte italiana). Alcuni lo fanno in nome di qualche non meglio identificato ideale di pace e di dialogo diplomatico. Chiedono la resa. A conferma che la critica agli USA nasce quasi sempre dall’odio verso l’Occidente, non dal sostegno all’autodeterminazione dei popoli contro l’imperialismo, termine che certi antioccidentali usano senza nemmeno conoscerne il significato.

Il fenomeno più interessante è rappresentato da quelli che criticano l’allineamento agli Stati Uniti contro la Russia in nome del realismo e della geopolitica, aumentando la confusione su questi due termini. In realtà, l’allineamento italiano alla NATO rientra esattamente in una logica realista e geopolitica. Questi termini vanno quindi definiti.

Il realismo può essere inteso come un insieme di teorie delle relazioni internazionali, con grandi differenze interne, ma accomunate dai seguenti assunti: il sistema internazionale è anarchico; i soggetti principali sono gli Stati, specie le grandi potenze; gli Stati cercano di massimizzare la propria sicurezza per difendersi in un mondo hobbesiano e, perseguendo tale obiettivo, non possono che minacciare gli altri Stati rendendo la rivalità con essi inevitabile. Per quanto apprezzabile, il realismo da accademia non coglie a pieno la complessità della realtà politica.

Dunque, il realismo va inteso anche come metodo di governo, che sarebbe la Realpolitik. I decisori realisti sono quelli che agiscono sulla base degli interessi dei loro Stati e tenendo conto dei limiti posti dalle circostanze in cui operano. Qui possiamo introdurre la geopolitica. Gli interessi di uno Stato o di un gruppo di potere alternativo, infatti, derivano e sono condizionati da una serie di fattori strutturali (geografici, demografici, culturali, storici ed economici) che stanno alla base della politica di uno Stato e rappresentano i vincoli alla sua azione. La geopolitica si occupa esattamente di questo: è l’analisi della politica attraverso i suoi limiti. Come affermato dal Generale Carlo Jean, è una disciplina che sta tra la politica e la strategia. Quando si parla di strategia, si può parlare di due cose diverse. Strategia può essere una serie di iniziative realizzate per raggiungere degli obiettivi, ad esempio durante uno scontro militare. Poi c’è la Grand Strategy. Questa indica cosa uno Stato deve inevitabilmente e necessariamente fare per raggiungere uno scopo di vitale importanza, che ne può determinare la sopravvivenza. Quando si parla della strategia di uno Stato in senso geopolitico, si parla di Grand Strategy. Un governo che si appresta ad elaborare una politica estera sulla base degli imperativi strategici del suo Paese dovrebbe stabilire quali obiettivi vuole raggiungere, quali obiettivi può raggiungere e quanti costi può sostenere a tal fine.

Per quanto riguarda l’Italia e la fedeltà all’Occidente, ciò che si presuppone quando si afferma che l’Italia non dovrebbe allinearsi agli Stati Uniti è che gli interessi strategici italiani non sono compatibili, o addirittura sono opposti, a quelli americani e, in via più generale, atlantici.

Diciamo subito che parlare solo di interessi in politica estera significa essere superficiali dato che i valori e la cultura di uno Stato sono fattori fondamentali, sebbene non sempre siano decisivi. Perfino un realista come Kissinger sostiene che tenere conto dei valori di uno Stato sia fondamentale nella conduzione della politica estera. Già qui si potrebbe smontare gran parte della propaganda antiatlantista. Dato che l’Italia è la culla dell’Occidente ed è uno Stato democratico non può che stare dalla parte dagli USA, specie se l’alternativa è la Russia. In ogni caso, se anche facessimo finta che i valori culturali non contino, comunque all’Italia non solo converrebbe stare nella NATO, ma anche dimostrare di essere uno degli Stati più convintamente atlantisti. Addirittura, si potrebbe dire che dovrebbe attaccarsi ancor di più agli Stati Uniti a livello bilaterale.

L’Italia aveva con la Russia un legame rilevante dal punto di vista energetico. Nel momento in cui la Russia sostiene di invadere l’Ucraina per fare la guerra all’Occidente, dunque pure all’Italia, tale legame è insostenibile. Diventa pure una minaccia. Certamente all’Italia sarebbe convenuto se ci fossero stati dei rapporti stabili tra la Russia e gli USA, ma questa condizione è divenuta semplicemente irrealizzabile dopo il 24 Febbraio. Ciò che non comprendono pseudo-intellettuali, pseudo-analisti e pseudo-politici è che anche se domani ci fosse un negoziato, che c’è già come dimostrato dall’incontro tra il Direttore della CIA William Burns con la sua controparte russa ad Ankara, non si tornerebbe al mondo che precedeva l’invasione russa dell’Ucraina. Nemmeno se finisse la guerra.

Non solo, se si fosse firmato un accordo il giorno stesso dell’invasione, il quale non avrebbe potuto che formalizzare la resa ucraina invece che la pace, il mondo oggi sarebbe ancora più instabile. In generale, certi settori intellettuali e politici, data anche un’evidente ignoranza su come sia cambiata la guerra negli ultimi decenni, sottovalutano la contiguità tra negoziato diplomatico e guerra. La guerra è sempre stata una possibilità nella politica internazionale. Lo sarà ancor di più dei prossimi anni. O meglio, dovremmo iniziare a pensarla tale proprio per costruire delle misure di deterrenza credibili per evitare lo scoppio di scontri bellici.

In ogni caso, l’interesse energetico italiano nel mantenere buone relazioni con la Russia viene surclassato dall’interesse che l’Italia ha nel mantenere eccellenti relazioni, e a mostrarsi affidabile, con gli Stati Uniti e altri Stati NATO. I rapporti economici con la Russia hanno dimensioni ridicole rispetto a quelli con gli Stati occidentali. Per quanto riguarda le relazioni energetiche, l’Italia può trovare alternative. Ma in ogni caso, gli interessi di matrice economica sono di gran lunga meno importanti di quelli strategici e securitari. E questo è un principio basilare della geopolitica e del realismo politico. Attraverso le nuove partnership energetiche, che rientrano tutte nel cosiddetto Mediterraneo allargato, l’Italia potrebbe ergersi a hub energetico per l’Europa. Se pagheremo un prezzo, ne varrà la pena.

Ma perché, dal punto di vista strategico, all’Italia conviene attaccarsi agli Stati Uniti? Primo perché banalmente ci proteggono loro; ai filo-russi che sognano un’ipotetica protezione russa si consiglia di guardare che fine stanno facendo gli armeni che teoricamente sarebbero sotto l’ombrello protettivo russo. La seconda motivazione è rappresentata dal vincolo del nostro debito pubblico, che non può che portarci a mantenere rapporti stretti con gli Stati occidentali. E, come la geopolitica pretende di insegnare, si devono rispettare i vincoli quando si elabora la politica estera. Il terzo motivo è che l’Italia dipende dalle rotte marittime per import ed export, e tali rotte sono controllate dagli Stati Uniti. Solo questa motivazione basterebbe per legittimare il vincolo atlantico e per spiegare che l’alleanza con gli Stati Uniti è più importante di tutti gli altri legami che ha l’Italia, anche di quello con l’Unione Europea.

Ma questi discorsi sono pure irrilevanti. L’Italia non deve scegliere se entrare nella NATO, c’è già. Ha già basi americane nel suo territorio, per fortuna. Gli interessi geopolitici già elencati e i legami culturali derivanti dal far parte della Civiltà Occidentale testimoniano che è una situazione positiva per il nostro Paese. Ma se anche volessimo uscire dalla sfera di influenza americana, dovremmo fare i conti con la debolezza strutturale, militare ed economica, del nostro Paese. In poche parole, sarebbe un suicidio. A noi italiani spetta trarre il meglio da questa condizione inevitabile.

Quando si determina quale potenza sia la più pericolosa per un Paese di status minore, come il nostro, non si sceglie quella più forte, ma quella più minacciosa. Gli USA, per una serie di ragioni che vanno dalla posizione geografica al sistema politico, sono estremamente potenti ma non vengono solitamente considerati una minaccia dagli Stati minori in Europa e Asia. Anzi, proprio per la loro potenza sono visti come utili alleati contro gli Stati che ricercano l’egemonia nella massa eurasiatica. Non è un caso che gli USA abbiano un’incredibile capacità di instaurare network di alleanze in giro per il mondo. Si tratta forse del vantaggio più importante che gli americani vantano sui loro avversari. Questo elemento smentisce la vulgata sui cosiddetti interessi divergenti tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Infatti, il principale interesse strategico americano in Europa è evitare l’emersione di una potenza egemone nel continente, come furono ad esempio la Germania nella prima metà del Novecento o l’URSS nella Guerra Fredda, e mantenere il controllo delle vie marittime mediterranee. Adesso, a meno che l’Italia pensi di raggiungere l’egemonia nell’aerea, è evidente che abbia interessi compatibili con gli Stati Uniti.

Ma all’Italia cosa interessa della guerra in Ucraina? La stessa cosa che interessava al Conte di Cavour della guerra di Crimea: mostrarsi un alleato affidabile nonché utile alle potenze occidentali, di modo da poter ottenere il loro appoggio in vista del perseguimento di futuri obiettivi. Dobbiamo mostrarci affidabili, fare buon uso del nostro vincolo, sfruttando gli interessi in comune con la potenza di riferimento. Ciò dovrebbe accadere soprattutto nel Mediterraneo, dove l’Italia con altri Stati euro-atlantici dovrebbe compensare la relativa lontananza americana dall’area, che comunque rimane molto importante per Washington.

In definitiva, i nostri interessi geopolitici e la logica realista indicano la via atlantica. La NATO è il vincolo necessario. Ed è anche desiderabile.

1 comment

Dario+Greggio 24/11/2022 at 17:53

vero.

ps: “quando venne allontano”

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