Speaker's Corner

Il Vice-disastro

Renzi lo aveva soprannominato “il Vice-Disastro” ai tempi ingloriosi del PD veltroniano a vocazione maggioritaria, appena uscito sconfitto dalle elezioni del 2008. Franceschini che di Veltroni era appunto il Vice Segretario, lo aveva sostituito al vertice del PD dopo il ferale abbandono di Uòlter pronto a partire per l’Africa (che ancora aspetta il suo arrivo). E per sottolinearne la corresponsabilità nel tracollo, Renzi versò un secchio di vetriolo sulle ferite.

Poi quando lo scettro del PD è toccato a Renzi la catastrofe elettorale ha battuto tutti i record negativi e quindi nella corsa all’Oscar del Disastro Franceschini è stato staccato di parecchie lunghezze.

Ma nella strenua competizione di masochismo politico in cui la sinistra italiana eccelle e in cui a giusto titolo è considerata una fucina di talenti mondiali, Franceschini ha voluto rinverdire le speranze di rivincita e puntare decisamente al podio del Disastro Assoluto.

In una intervista-elucubrazione al Corriere della Sera ha proposto l’equivalente politico dell’autofustigazione a sangue tipica di certe sette sciite o di processioni penitenziali spagnolesche (a cui forse il Franceschini cattolico guarda con un certo favore). Detta in estrema sintesi, il Pd avrebbe dovuto prodigarsi per scongiurare la “saldatura” gialloverde, insomma avrebbe dovuto reagire alla sconfitta prostrandosi con il cappello in mano di fronte a Di Maio e in cambio di qualche poltrona ministeriale (magari di cui una destinata proprio ai lombi di Franceschini) gli eredi di Berlinguer e Moro avrebbero dovuto fare da stampella a Dibba e Di Maio. Per di più cancellando un decennio di trattamenti, di vaffa e di epiteti di cui PD-meno-elle o pidioti erano gli esempi più teneri.

In parole povere, il capocorrente politicamente più longevo del PD, nell’intervista esecrava la strategia renziana del “popcorn” e lanciava l’esca ai pentastellati asserendo che è sbagliato mettere “Lega e grillini sullo stesso piano”, visto che Salvini quotidianamente “accende odio” e “fa morire la gente in mare”. 

La crisi di astinenza da poltrona che provano chiappe aduse al potere è devastante, quindi possiamo comprendere il terrore di cui è preda un ex democristiano. Quando afferma che per il PD è impossibile sperare di tornare al governo senza la “ricerca di potenziali alleati” ci sembra quasi di toccare (con mano molle e sudaticcia) il panico che attanaglia chi vive di politica. 

Ma anche la più brutale delle crisi di astinenza dovrebbe essere considerata un elisir al confronto dell’esperienza tragica che visse Bersani in diretta streaming nel 2013. Quando i grandi strateghi politici del PD credettero di poter irretire i grillini freschi di vittoria elettorale, subirono un’epocale umiliazione da Grillo & Co i quali infierirono crudelmente sul cadavere politico dei dirigenti PD.

Questa volta non è andata meglio, nonostante mancasse la diretta streaming. Di Maio ha rifiutato schifato la proposta rincarando la dose con insulti sul partito di Bibbiano, mentre all’interno del PD è partita la solita furiosa diatriba tra cacicchi sulla lunghezza dei propri attributi. Forse è vero che Dio acceca coloro che vuole perdere, ma secondo me farebbe prima a farli iscrivere al PD.

PD, Franceschini, Renzi, Veltroni, Movimento 5 Stelle

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

Leave a Comment

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com