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Approfondimenti Politica estera

Il viaggio di Nancy Pelosi e l’importanza di Taiwan

Le visite di Stato non sono mai state così rilevanti nel trasformare le relazioni tra gli Stati come nel caso dei rapporti tra Stati Uniti e Cina. Esattamente 50 anni fa le relazioni tra gli USA e la Repubblica Popolare Cinese vennero plasmate dal viaggio dell’allora Presidente Nixon in Cina, preparata nel 1971 dai due viaggi del suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger, evento che fece nascere una proficua partnership strategica tra Pechino e Washington.

In questi giorni è la visita della speaker della Camera Nancy Pelosi (terza carica dello Stato) nell’altra Cina – la Repubblica di Cina, meglio conosciuta come Taiwan – che potrebbe invece far precipitare definitivamente la rivalità sino-americana emersa negli ultimi anni. La presenza di un’alta carica istituzionale in quella che Pechino considera una provincia ribelle risulta insopportabile per il governo di Xi Jinping. Nessun scenario può essere escluso.

Detta brevemente, la visita di Nancy Pelosi a Taiwan, dove è atterrata il 2 Agosto, dimostra plasticamente come in cinquant’anni Cina e Stati Uniti sono passati da una quasi-alleanza in funzione antisovietica allo scontro per la supremazia mondiale. È dunque necessario capire quale sia stato il motore delle relazioni sino-americane e perché Taiwan è considerata una linea rossa sia dai cinesi che dagli statunitensi.

L’isola di Taiwan in realtà non venne mai presa in considerazione dall’impero cinese per molto tempo. Nell’età moderna ci passarono prima gli europei, come i portoghesi, che le diedero il nome di Formosa, e gli olandesi nel XVII secolo.

Solo nel 1683 le truppe cinesi, all’epoca l’impero era guidato dalla dinastia Qing, strapparono l’isola ad una famiglia rivale dei Qing e la incorporarono nell’«Impero del centro» (Zhōngguó, che significa “Cina” in mandarino). Tale situazione rimase fino al 1895, quando la Cina, in pieno declino, subì una bruciante sconfitta nella guerra contro il Giappone, che si prese Taiwan. Il dominio nipponico su Formosa ha lasciato delle profonde influenze. Non a caso, recentemente Taipei e Tokyo, soprattutto con l’ascesa del visionario Premier giapponese Shinzo Abe, hanno coltivato un rapporto privilegiato. Il Giappone mantenne Taiwan fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando venne deciso di restituire l’isola alla Repubblica di Cina (quest’ultima era stata istituita da Sun Yat-sen nel 1912 dopo la caduta dell’impero).

Nel frattempo però la Cina era piombata nella guerra civile tra i comunisti, guidati da Mao Zedong, e i nazionalisti del Kuomintang guidato da Chiang Kai-shek, che erano stati al governo fino a quel momento. Nel 1949 i comunisti presero il potere e fondarono la Repubblica Popolare Cinese, ma non vinsero definitivamente. Chiang Kai-shek e i suoi sostenitori infatti riuscirono a fuggire rifugiandosi a Taiwan e prendendo il controllo delle isolette presenti nello stretto che separa la terraferma cinese dall’isola di Taiwan, con l’intenzione di far sopravvivere la Repubblica di Cina (che ancora oggi è il nome ufficiale di Taiwan ed è giuridicamente la stessa entità fondata nel 1912).

Mao diede loro la caccia, ma la sua avanzata venne fermata nell’isolotto di Quemoy (ricordate il nome di quest’isola). Da questo momento ha inizio la questione di Taiwan. Il Kuomintang infatti continuò per diverso tempo a ritenersi il legittimo governo di tutta la Cina, mentre per il Partito Comunista Taiwan era una provincia ribelle. All’epoca si era nella fase forse più ideologizzata della Guerra Fredda. Non a sorpresa quindi, i sovietici avevano sostenuto Mao e riconoscevano diplomaticamente la Repubblica Popolare (sebbene tra sovietici e cinesi non ci fu mai un rapporto di fiducia, e presto sarebbero diventati nemici fino a spararsi in uno scontro armato nel ’69), gli americani invece riconoscevano diplomaticamente la Repubblica di Cina, quindi Taiwan, come unico governo di tutta la Cina. Tale status quo rimase per trent’anni, finché l’amministrazione americana di Nixon, con Kissinger in prima linea, cercò il riavvicinamento con la Cina.

Checché se ne dica ora, la mossa di Kissinger degli anni ’70 non era finalizzata a far tornare la Repubblica Popolare nella mitica «famiglia delle nazioni». Da buon realista, Kissinger sapeva che gli USA e la Cina maoista, per quanto opposti dal punto di vista ideologico e formalmente avversari , avevano un nemico comune nell’Unione Sovietica.

La tattica kissingeriana prevedeva di sfruttare l’ostilità tra Pechino e Mosca per stare più vicino a Cina e URSS di quanto queste lo fossero tra di loro, quindi giocare i cinesi contro i russi. Ciò serviva a livello strategico per mantenere l’equilibrio di potenza contenendo l’espansionismo sovietico nella massa eurasiatica. Gli USA avrebbero così condotto la competizione con Mosca da una posizione di forza e in modo flessibile, contando sulle vulnerabilità strutturali dell’URSS. Era la comune opposizione ai sovietici il collante dell’intesa tra Washington e Pechino, il che è chiaramente dimostrato dal comunicato di Shanghai firmato dai due governi nel 1972, concetto poi rimarcato successivamente in due altri comunicati. In tal contesto, la questione di Taiwan non fu risolta, venne semplicemente messa in un cassetto. Per la Cina di Mao era più importante avere il sostegno americano contro i sovietici che stavano ammassando truppe al confine cinese. In pratica, la preoccupazione principale di entrambi era Mosca.

Lo stesso Mao disse che era disposto a lasciare Taiwan agli americani per 100 anni (quindi fino al 2049), aggiungendo però che quell’isola era comunque parte della Cina e che dopo quell’intervallo di tempo sarebbe dovuta tornare sotto la sovranità di Pechino. Se necessario con la forza.

Dando corso alle manovre diplomatiche di Kissinger, l’amministrazione Carter normalizzò le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare nel 1979 e di conseguenza ruppe le relazioni ufficiali con Taiwan. Tuttavia, ciò non significava in alcun modo abbandonare il governo di Taipei al suo destino. Tant’è che sin dal primo comunicato congiunto con i cinesi, gli americani chiarirono che, pur riconoscendo l’esistenza di un’unica Cina, avrebbero accettato solo un’unificazione con mezzi pacifici.

Inoltre, nel ’79 il Congresso americano approvò il «Taiwan Relations Act» che impegna gli Stati Uniti ad avere rapporti informali ed economici con Taipei e a difenderla da attacchi esterni anche tramite la fornitura di armi difensive. Era l’inizio della cosiddetta ambiguità strategica americana verso Taiwan: sostenerli in modo informale pur riconoscendo solo la legittimità della Repubblica Popolare. E ha funzionato piuttosto bene. Dimostrazione del fatto che in politica estera un certo grado di ambiguità è necessario, perché l’ambiguità fa parte della natura umana.

Come detto prima, la Cina considerava prioritario il sostegno americano in funzione antisovietica e per sviluppare la propria economia, dunque il nuovo leader Deng Xiaoping accettò il nuovo status quo.

Era la comune opposizione ai sovietici il pilastro della partnership sino-americana, Washington e Pechino avrebbero collaborato finché la morte dell’URSS non li avesse separati.

Infatti le prime tensioni tra USA e Pechino emersero alla fine degli anni ’80, quando l’Unione Sovietica era ormai in un declino irreversibile, specie nel periodo immediatamente successivo al massacro di Piazza Tienanmen. In generale però la Cina doveva ancora stabilizzarsi, portare avanti le riforme economiche e svilupparsi internamente ed era quindi sconsigliabile scontrarsi apertamente con gli Stati Uniti, ormai divenuti un’iperpotenza senza rivali. Inoltre, in politica estera la Cina seguiva i precetti di Deng, per cui Pechino doveva necessariamente evitare di creare sospetti sulle sue intenzioni. Doveva agire nell’ombra e nascondere le proprie capacità per rafforzarsi nel lungo periodo. Vi erano comunque dei sintomi della crescente divergenza di vedute tra Pechino e Washington.

E il peso di Taiwan continuava a farsi sentire. Come detto negli anni ’90 dall’allora Segretario Generale del Partito Comunista cinese Jiang Zemin, gli USA controllando Taiwan di fatto disponevano di una portaerei inaffondabile davanti alle coste cinesi. Ma proprio ciò testimoniava l’importanza di Taiwan per gli americani nell’eventualità di politiche assertive da parte della Cina. E nell’establishment strategico vi era già chi aveva visto nella Cina in ascesa il prossimo rivale di cui l’America avrebbe dovuto occuparsi, come preconizzato già alla fine degli anni ’80 dal decano degli strateghi americani Andrew Marshall, storico direttore dell’Office of Net Assessment del Pentagono.

A complicare il quadro per i cinesi vi erano poi gli sviluppi interni alla società taiwanese. Dopo l’abolizione della legge marziale e la democratizzazione di Taiwan nel 1987 è infatti emersa sempre di più nella popolazione di Formosa un’identità specificatamente taiwanese distinta da quella cinese. Questo processo, e l’emersione di leader politici lo incarnavano, fu la causa della terza crisi dello Stretto di Taiwan tra il 1995-1996.

Questa fu innescata dal lancio di missili da parte dei cinesi verso la acque taiwanesi in risposta al viaggio del Presidente taiwanese Lee Teng-Hui negli Stati Uniti alla Cornell University. L’amministrazione Clinton rispose mandando due gruppi navali da battaglia guidati dalla portaerei Nimitz e dall’Independence. La crisi rientrò facilmente, ma proprio l’invio delle portaerei americane in quell’occasione fu alla base dei successivi sforzi cinesi di dotarsi di capacità Anti-Access/Aeria Denial (A2/D2) per impedire ai mezzi della marina americana di circolare tranquillamente nei mari che bagnano la Cina.

Anche negli anni 2000 non ci furono troppe tensioni. Anzi, aumentò l’interdipendenza economica tra i due, anche a causa dell’ingresso cinese nel WTO con il beneplacito americano. Nell’assurda convinzione di buona parte dell’establishment americano che ciò avrebbe provocato una liberalizzazione politica della Repubblica Popolare. Non solo, per quanto le politiche dei neoconservatori che dominavano l’amministrazione di Bush figlio avessero una valenza anche anticinese, per Pechino le avventure americane in medio oriente, che implicavano la concentrazione di risorse militare in quella regione e non ad esempio in estremo oriente, erano un’ottima opportunità strategica per continuare la propria ascesa nell’ombra.

Fu con la crisi economica del 2008 che l’atteggiamento cinese iniziò a cambiare. Davanti alla crisi finanziaria americana e alle difficoltà statunitensi in medio oriente, una parte dell’élite politico-militare cinese si convinse che fosse in atto un mutamento strutturale nel sistema internazionale da sfruttare. Ai loro occhi era l’inizio del declino americano e il momento decisivo per la Cina per prendere il posto di prima potenza al mondo. Sentimento ben rappresentato dal libro «Il sogno della Cina» del colonnello dell’EPL Liu Mingfu. Si trattò inizialmente di un atteggiamento minoritario, ma divenuto di fatto linea di governo con l’ascesa nel 2012 di Xi Jinping. Le ambizioni di Xi sono dimostrate dai suoi progetti: le nuove vie della seta che mirano a imporre la supremazia cinese nella massa eurasiatica, che sarebbe una minaccia diretta alla supremazia americana; il progetto di rendere la Repubblica Popolare una potenza marittima, cosa che la Cina non è mai stata ad eccezione degli anni dell’ammiraglio Zheng He nel quindicesimo secolo; e infine il “Risorgimento della nazione cinese”, ovvero l’ascesa cinese a prima potenza del pianeta da realizzare entro il 2049 (non casualmente lo stesso limite massimo per riprendere Taiwan, nonché centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare).

A quel punto gli USA stavano inevitabilmente rispondendo alla sfida. In questi anni Washington ha aumentato la propria proiezione navale nell’Indo-Pacifico con la Settima Flotta, per ricordare ai cinesi che sono gli americani a controllare, dunque a poter chiudere, le vie di comunicazione marittime per i quali passano i traffici commerciali da e per la Cina che sono vitali per l’economia cinese. Inoltre, l’America ha messo in campo diverse coalizioni militari (Quad, AUKUS) e recentemente pure economiche (Indo-Pacific Framework for Prosperity) per contenere la Cina, rafforzando i legami con gli Stati asiatici minacciati dalla proiezione di Pechino.

In questo scontro che si gioca in Estremo Oriente, Taiwan è importantissima per motivazioni non solo ideologiche (difendere una democrazia contro uno Stato totalitario di fatto), ma strategiche. La Cina, per diventare Potenza marittima, deve necessariamente dominare il Mar Cinese Meridionale, a tal fine è necessario controllare Taiwan. Poi, il controllo di Taiwan permetterebbe ai cinesi di ritagliarsi una via di uscita dal cordone securitario costruito dagli americani nella prima catena di isole (Arcipelago giapponese, Corea, Taiwan fino alle Filippine). Per puntare poi alla seconda catena di isole, dove si trovano rilevantissime basi americane come quella di Guam, e sfidare il controllo americano degli oceani. Ed è esattamente per questi stessi motivi che gli americani non possono permettere la conquista cinese di Taiwan. Qui la popolazione è sempre più contraria alla riunificazione (che significherebbe pure perdere la democrazia), anche per via pacifica secondo il modello del “un Paese e due sistemi” che si è rivelato una farsa come ha drammaticamente dimostrato Hong Kong. La rilevanza di Taiwan è poi moltiplicata dalla sua centralità nei semiconduttori, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company domina il mercato globale.

In tutto ciò, sarebbe tutta da dimostrare la capacità cinese di attuare un’operazione anfibia per prendere Taiwan manu militari. Non solo perché gli sbarchi anfibi sono di per sé molto complessi, ma anche perché le forze armate cinesi potrebbero non avere l’esperienza necessaria. Inoltre, tale azione quasi sicuramente provocherebbe l’intervento americano. È stata poi provata la presenza di militari americani nell’isola per addestrare i taiwanesi. Inoltre, dal 2020 è aumentata la vendita di armi americane a Taipei per perseguire la cosiddetta strategia del porcospino (far alzare il costo da sostenere per i cinesi in caso di attacco).

Non bisogna poi dimenticare che la Repubblica Popolare ha seri problemi strutturali dal punto di vista economico, demografico e pure geopolitico: rallentamento della crescita economica e rischi di bolle immobiliari (in un regime che ha fatto della crescita economica la propria legittimazione); frattura tra regioni economicamente avanzate e altre estremamente povere; rapido invecchiamento della popolazione; essere circondata da Stati ostili che guardano agli USA per avere un ombrello protettivo. Tant’è che c’è chi sostiene che le tensioni con Pechino non siano causata dall’ascesa cinese, ma dall’inizio del suo declino. Come se per il governo cinese ci fosse una finestra di opportunità per raggiungere i suoi obiettivi che si sta velocemente chiudendo. Motivo per cui la resa dei conti per Taiwan potrebbe essere molto vicina.

Il viaggio di Nancy Pelosi è avvenuto in questo contesto, e lo ha infiammato. Ha già causato movimenti di mezzi militari da entrambe le parti. Per quanto si possa apprezzare il coraggio mostrato dalla speaker della Camera, si deve pure sottolineare come gli apparati strategici americani non fossero per nulla convinti del viaggio. Il che fa emergere una preoccupante divisione, se non confusione, interna agli Stati Uniti sul come muoversi. Non si può negare che sarebbe paradossale un’escalation derivante dal viaggio di una carica politica avvenuta con l’opposizione del Pentagono, forse l’istituzione americana che più di tutte si è adoperata per fermare Pechino. Questa rivalità si vince se anche la classe politica si mostra consapevole e se gli apparati statali lavorano in sinergia per realizzare l’interesse nazionale. Un’escalation contro la Cina ora sarebbe particolarmente insidiosa, data pure la guerra in Ucraina, dove gli americani stanno comunque spendendo delle risorse, e una serie di potenziali crisi in altre parti del mondo.

È difficile dire se e come la Cina risponderà, soprattutto alla luce della concezione cinese della deterrenza. L’esplosione di ostilità, cercata o causata da errori di calcolo e fraintendimenti, non può essere esclusa.

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1 comment

Dario+Greggio 09/08/2022 at 16:43

thanks

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