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Esteri Finestra sull'Europa

Il Revirement: bombe sul grano

Fuochi di una notte di mezza estate

All’alba degli Accordi di Istanbul sul grano è così che l’Ucraina si sveglia: fuoco su Odessa. Sembrava essere l’evento dell’anno, dato che erano quasi cinque mesi che Kiev e Mosca non riuscivano a raggiungere un accordo diplomatico. E invece no, tutto da rifare. I russi bombardano il porto di Odessa, luogo in cui era custodito il grano che sarebbe dovuto partire.

Puntuale le condanna di Guterres, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, che al tavolo dell’intesa di venerdì ci era seduto e che più di tutti auspicava un cammino verso quella direzione. «Condanna inequivocabile», afferma sferzante. Ma l’atteggiamento di Putin, lungi dall’essere una schizofrenica avventatezza, è il simbolico ammonimento che l’accordo sul grano non equivale alla tregua, oltre che una drastica riduzione della proiezione di magnificenza della Turchia, la quale fino a ieri sembrava essere l’unica in grado di riallacciare il guinzaglio all’ingestibile Russia.

I punti del trilaterale di Teheran

Tutto era iniziato lo scorso 19 luglio, quando Russia, Iran e Turchia si erano riunite a Teheran. Il settimo incontro tra le tre potenze antioccidentali si compiva sulla scia dei precedenti organizzati in ossequio al processo di Astana, l’asse internazionale costituito per imporre un intervento risolutivo in Siria. Sul tavolo c’erano dossier importanti: la questione siriana con la presenza scomoda del Pkk nel Governatorato di Aleppo; la costituzione di una fascia di sicurezza profonda 30 chilometri nella regione Nord-Est della Siria, a spese del Rojava; e il possibile via libera del grano di Kiev sul Mar Nero con Ankara garante del transito e dello sminamento del porto di Odessa.

Il raggiungimento di un accordo era condizione fondamentale perché la Turchia potesse nuovamente affermarsi come ponte ineludibile tra Occidente e Oriente, capace di costituire un centro di potere alternativo ai due schieramenti secolari. Ma le ostinazioni del Sultano erano anche altre: la Siria e il Pkk. Le richieste erano chiare come al solito: Maubij e Tall Rifaat avrebbero dovuto essere «ripulite dalla presenza dei terroristi del Pkk», e in più sarebbe stata necessaria la costituzione di una zona cuscinetto tra Turchia e Siria. Dialogo non proprio di facile risoluzione, vista l’inesauribile contrarietà iraniana a ulteriori destabilizzazioni in Siria.

Sullo sfondo le priorità turche e iraniane

Le trattative non sono però riducibili agli schemi scarni e stringati del semplicismo cronachistico, sullo sfondo si acquartieravano anche altre questioni cruciali.

In primo luogo, sul futuro dell’Iran campeggiano l’incerto esito del ritorno agli accordi sul nucleare di Vienna del 2015 (JCPOA), fondamentale per indurre al crepuscolo le invasive sanzioni statunitensi comminate nell’era Trump, e il probabile  – ma per nulla certo – ingresso nel BRICS+, l’esteso aggregato geoeconomico già composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Il primo punto è condizione fondamentale perché il governo di Teheran riesca a sedare le rivolte popolari scoppiate a seguito della debolezza economica e delle austere riforme alimentari di Raisi. Gli Stati Uniti durante la presidenza del Tycoon hanno dimostrato di voler perseguire una politica estera aggressiva, e il ritiro immotivato dagli accordi di Vienna ne è stata la dimostrazione lampante. Ma ciò non ha sortito gli effetti sperati, giacché il governo iraniano ha ricominciato il percorso di arricchimento dell’uranio, superando di gran lunga la soglia del 3,67% stabilita nei JCPOA. La situazione è più problematica di quello che sembra, però gli intenti conciliatori del nuovo inquilino della Casa Bianca lasciano ben sperare.

Il secondo punto, non del tutto svincolato dal primo, assume un rilievo geopolitico ancor più importante. La dichiarazione finale del vertice dei paesi BRICS del 23 e 24 giugno scorso, comprendente dei 75 punti fondamentali, è interpretabile in modo inequivocabile: si intende far nascere un nuovo centro del mondo, alternativo all’Occidente. I punti sono chiari: tra essi primeggiano soprattutto la volontà di «un ritorno al multilateralismo», il sopraggiungere «dell’economia globale contro i protezionismi» e «la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Ai fini della comprensione dell’entità di tale aggregato è scontato, ma non inutile, rimarcarne le dimensioni. I BRICS rappresentano il 41% della popolazione globale, il 24% del Pil e il 16% del commercio mondiale; e se l’Iran decidesse di farne parte, la sua partecipazione non potrebbe che rafforzare l’approccio antioccidentale già assunto dagli attuali membri.

In secondo luogo, la Turchia si trova a fare i conti con una forte inflazione e i rapporti commerciali con Mosca da un lato, e la partecipazione alla NATO dall’altro. Elementi che rendono i suoi movimenti internazionali particolarmente delicati. È opportuno che si affermi come interlocutrice credibile, capace di garantire una stabilità economica e sociale interna, nonché di qualificarsi come tertium genus rispetto ai due vetusti schieramenti. Ankara gioca una partita fondamentale e si affaccia al nuovo mondo con una forza maggiore, data soprattutto dalla mancanza di alternative geopolitiche da parte degli avversari. Lo sprezzo per i valori occidentali, per i diritti umani e per la libertà d’espressione rappresentano il marchio del governo turco (tra tanti, si veda Ebru Timik). La Turchia sembra essere oramai una potenza matura, degna di ambizioni realizzabili. Appartengono al passato gli anni della sindrome di Sèvres, quella fobia – non del tutto immotivata – che le potenze occidentali intendessero ridurre la Sublime Porta ad un cumulo di territori risicati. Il Trattato di

Sèvres era acqua passata già nel 1923, quando, dopo aver vinto la guerra d’indipendenza, i turchi furono in grado di imporne la sostituzione con il Trattato di Losanna. Quella fu una rivincita senza precedenti, e una pietra miliare del revanscismo turco.

Il no di Khamenei e “il premio di consolazione” per Erdoğan

Ali Khamenei, la Guida Suprema iraniana, non ha acconsentito alle richieste turche sulla Siria, auspicando una risoluzione al più presto della situazione d’instabilità che attanaglia la regione nordorientale. In cambio però Mosca e Teheran hanno permesso che Erdoğan s’intestasse la trattativa dell’anno: gli accordi di Istanbul sul grano.

L’intesa raggiunta verte su due punti cardine: la costituzione di un centro di controllo sul Bosforo per ispezionare le navi che trasporteranno il grano; costituzione di un comitato di controllo ibrido, composto da onuisti, ucraini, russi e turchi. Si sblocca il transito per 25 milioni di tonnellate di grano. Elementi che permettono di sedare l’incremento dei prezzi del grano e di riportare la condizione ai livelli prebellici:  784,50 dollari per unità contrattuale di 5 mila staia e 841,25 per il grano duro.

Giunti alla sera il tripudio dell’Occidente è percepibile a chilometri di distanza, e circa 80 navi sono già pronte a partire; Ankara fa il suo bagno di folla. Ma il risveglio è un incubo che catapulta nuovamente al punto di partenza: Odessa è bombardata. E tra le fiamme brucia anche quello stralcio di accordo siglato la sera prima.

L’ingestibile Mosca e il necessario pragmatismo

L’azione moscovita, per tempistica e portata figurativa, è il chiaro messaggio che nessuna potenza può farsi mediatrice delle istanze del popolo russo se non il suo nuovo zar. La pace è lontana e a chiederla potrà essere solo Mosca. Lo spiraglio di un dialogo più solido e lungimirante non può che arrivare dalle due principali potenze coinvolte in questo conflitto: Usa e Russia.

A questo proposito, all’estremo opposto del globo un centenario non proprio naufragato nella senilità, Henry Kissinger, esprime perplessità sulla posizione poco pragmatica assunta dagli Stati Uniti e sull’intransigenza che accompagna Kiev nelle interlocuzioni con l’invasore russo. «Gli ucraini sono indipendenti da appena 23 anni; dal XIV sono sempre stati sotto un dominio straniero. Non stupisce che i suoi leader non abbiano imparato l’arte del compromesso, e ancor meno quella della prospettiva storica».

Inoltre espone tre punti degni di un’attenta riflessione. In primo luogo, la guerra in Ucraina non deve diventare una guerra alla Russia, è necessario evitare di scivolare in uno scontro diretto aizzati dai troppo audaci proclami. In secondo luogo, Mosca non va isolata ma reintegrata in un futuro sistema europeo per non regalarla a Pechino. In terzo luogo, bisogna trovare un’intesa con la Cina, senza fare di Taiwan la questione principale, altrimenti sarà guerra e devastazione per l’umanità.

Kissinger, non proprio un comunista filorusso.

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