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Il realismo idealista di Kissinger

“Ciò che mi interessa è quello che si può fare col potere”. Questa frase che Kissinger pronunciò durante un’intervista con la celebre giornalista italiana Oriana Fallaci sembra riassumere perfettamente il suo personaggio.

Henry Kissinger, Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato nell’Amministrazione Nixon e poi in quella Ford, è considerato uno dei più celebri esponenti del realismo politico della storia americana. Uno dei pochi americani che sostiene esplicitamente che la politica estera di un Paese debba basarsi sulla difesa dell’interesse nazionale. Tale scopo giustifica qualsiasi mezzo.

In pratica, Kissinger sarebbe un Metternich o un Bismarck catapultato negli USA, il Paese dove la scuola predominante è sempre stata quella wilsoniana (per cui la politica estera americana doveva puntare alla costruzione di un ordine internazionale basato sul multilateralismo e sul diritto internazionale). In effetti, e non a torto, Kissinger viene visto come l’antitesi dell’idealismo wilsoniano e kennediano. Lo scopo della sua politica estera è stato spesso descritto come il più classico obiettivo del realismo: l’estensione del potere del proprio Stato fin quanto possibile. Non si tratta di una lettura sbagliata. Ma ad un’analisi più profonda sembra che la suddetta descrizione sia incompleta.

C’è infatti uno storico fieramente britannico trapiantato negli Stati Uniti, Niall Ferguson, che ha un certo talento nello scioccare la comunità accademica, specialmente chi è di orientamento progressista, con le sue tesi. Queste spaziano dall’importanza storica che ha avuto l’imperialismo britannico al fatto che Londra non sarebbe dovuta intervenire nella Prima Guerra Mondiale, al fine di preservare il proprio impero.

Nel caso di Kissinger la tesi “scioccante” di Ferguson è la seguente: altro che realista, Kissinger è un idealista. Nello specifico, Ferguson nota come nei suoi scritti Kissinger sia estremamente critico delle concezioni della storia e della politica basate sul materialismo (come il marxismo ma anche come la teoria realista delle relazioni internazionali) e nota come fosse un fervente studioso della filosofia di Kant. Dunque un idealista.

Per capire più a fondo il pensiero di Kissinger conviene guardare alla sua storia.

Kissinger come studioso

Kissinger nacque in una famiglia ebreo-tedesca a Furth, una piccola città della Baviera, il 27 Maggio del 1923 con il nome di Heinz Alfred. Nel 1938 la famiglia Kissinger dovette scappare dalla Germania hitleriana sul piede di guerra e pronta allo sterminio degli ebrei, approdando negli Stati Uniti, precisamente a New York. Col suo arrivo in America il giovane Heinz prese il nome inglese Henry. Nei suoi primi anni come profugo Henry Kissinger iniziò i propri studi, nel frattempo lavorando, date le precarie condizioni economiche della sua famiglia. Fu l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale a dare a Kissinger l’opportunità di usufruire di quello che forse è il più efficace mezzo di mobilità sociale: l’esercito americano. Kissinger si arruolò e prestò servizio in Europa. Tornò negli Stati Uniti nel 1947. Potendo ora sfruttare i benefici derivanti dall’essere un veterano dell’esercito, frequentò la prestigiosa università di Harvard.

Si laureò con una tesi su Kant, Spengler e Toynbee nella quale cercava di comprendere niente poco di meno che ”il significato della storia” (l’umiltà non gli appartiene). Già qui emergeva una riflessione sul rapporto tra necessità e scelta, sull’equilibrio tra limiti storico-culturali e libertà di azione dei singoli. Sembrava già affiorare la concezione, che Kissinger chiarì in età più adulta, dei grandi uomini della storia come coloro che agiscono sul margine esterno delle possibilità storiche del proprio Stato. Non fanno ristagnare le proprie società. Le portano a raggiungere risultati che non avevano mai visto, ma sempre nei limiti di ciò che è possibile ottenere.

La tesi di dottorando invece si concentrava sul Congresso di Vienna del 1814-15. Tale lavoro venne poi pubblicato nel suo primo libro intitolato A World Restored. In pratica, Kissinger analizzò il Congresso di Vienna prendendolo come modello, storicamente testato con successo, per costruire un ordine internazionale stabile. A World Restored mostra la tipologia di studioso che è Kissinger. Non è un teorico delle relazioni internazionali che ragiona per categorie astratte. Studia gli eventi, i processi storici e gli Stati guardando alle loro peculiarità. Cercando però sempre di cogliere le strutture storiche che si ripetono e le analogie tra epoche differenti. Il politologo americano Graham Allison ha infatti definito Kissinger come il più celebre studioso di storia applicata. Quella disciplina che cerca di chiarire dilemmi presenti studiando i precedenti storici analoghi. Di conseguenza, gli studi di Kissinger dovevano essere utili per agire politicamente. Aveva già una mentalità da statista.

Qualche anno dopo Kissinger diede alle stampe il libro Nuclear Weapons and Foreign Policy. Nel libro Kissinger sposava la tesi della fattibilità della guerra nucleare limitata, sostenuta da parte degli ambienti strategici. Secondo questo pensiero, gli Stati Uniti e l’URSS avrebbero potuto combattere una guerra nucleare evitando di usare le armi nucleari strategiche che avrebbero comportato la distruzione del globo. Per Kissinger ciò era necessario per evitare di avere come opzioni belliche solo l’inazione o la distruzione totale. Significava non rinunciare alla guerra limitata, quella che permette gli aggiustamenti all’equilibrio internazionale senza provocare una rottura nel sistema.

Poco dopo si avvicinò al Governatore dello Stato di New York Nelson Rockefeller, repubblicano e rampollo di una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti. Fu pure consulente per le Amministrazioni Kennedy e Johnson, pur non condividendone l’approccio internazionale. Rockefeller perse tutte le primarie repubblicane a cui si candidò. Le ultime furono quelle per le elezioni presidenziali del 1968, dove il candidato repubblicano fu Richard Nixon, ex Vicepresidente di Eisenhower.

Nixon alla fine vinse le elezioni. Kissinger lo aveva criticato aspramente. Lo considerava quasi un estremista. Tuttavia, alla fine del 1968 Nixon chiamò Kissinger comunicandogli di volerlo come Consigliere per la sicurezza nazionale. Kissinger capì presto che Nixon aveva una concezione della politica estera simile alla sua. L’inaspettata coppia Nixon-Kissinger entrava alla Casa Bianca.

Kissinger come statista

Gli Stati Uniti affrontavano il momento più complicato dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Le circostanze in cui Nixon e Kissinger agivano imponevano di rivedere la postura internazionale americana. Il contenimento globale perseguito da vent’anni era diventato insostenibile, sia per le risorse a disposizione dell’America che per il clima politico interno, con la società americana dilaniata dalle lotte sui diritti civili e traumatizzata dalla Guerra del Vietnam. Kissinger era convinto che gli Stati Uniti dovessero prendere coscienza dei propri limiti.

Davanti alle difficoltà in Vietnam, al riarmo sovietico, al processo di distensione con Mosca e alle scosse interne al blocco atlantico, per Nixon e Kissinger era il momento di una politica estera basata sulla Realpolitik: gli interessi geopolitici prima dell’ideologia. L’obiettivo era definire un interesse nazionale su cui basare la politica estera americana, evitando di oscillare tra l’isolazionismo e l’eccessivo coinvolgimento che spesso sfocia in crociate morali (doppio difetto che ha continuato a danneggiare l’America anche recentemente).

Il design di Kissinger partiva da un dato analitico: solo Mosca e Washington avevano una capacità di proiezione globale. Non solo il mondo era ancora bipolare, ma doveva essere mantenuto come tale. Il bipolarismo andava stabilizzato. Bisognava conferire ad esso una legittimità accettata dalle due superpotenze. Il punto, quindi, era come portare i sovietici al tavolo dei negoziati mantenendo una posizione di forza per costringere Mosca ad accettare la legittimità del sistema internazionale.

L’azione più emblematica fu l’apertura alla Cina, l’evento che più di tutti colpì l’immaginario collettivo in quegli anni. Nixon e Kissinger sfruttarono la rottura tra l’URSS e la Cina comunista, sfociata in scontri alla frontiera, per arruolare la seconda nel contenimento della prima. Kissinger fece due viaggi in Cina dove si incontrò col Premier cinese Zhou Enlai, la personalità da lui più ammirata nel corso della sua carriera, e per preparare la visita di Nixon e la cooperazione strategica in funzione antisovietica.

Nixon e Kissinger volevano raggiungere tre obiettivi tramite l’apertura alla Cina. Innanzitutto, volevano evitare che l’URSS riducesse Pechino all’impotenza, dominando così l’Estremo Oriente per spostare poi tutto il peso della propria potenza verso l’Europa. Nixon e Kissinger temevano che ciò, in un momento di difficoltà americana, avrebbe potuto comportare delle defezioni negli alleati europei. Il rischio complessivo sarebbe stato il predominio sovietico in tutta la massa eurasiatica. Al contrario, l’Amministrazione Nixon avrebbe reso definitiva la spaccatura sino-sovietica arruolando la Cina di Mao come perno asiatico del contenimento – riducendo così le conseguenze negative del ritiro americano dall’Indocina.

Infine, i sovietici sarebbero rimasti senza opzioni se non quella dell’isolamento o quella della ricerca di relazioni più distese con gli USA. Nixon e Kissinger avevano correttamente calcolato che i sovietici sarebbero diventati più morbidi nei negoziati. Era la diplomazia triangolare: gli Stati Uniti si sarebbero mossi all’interno del triangolo con Russia e Cina stando più vicini a Mosca e Pechino di quanto queste lo fossero tra di loro. Washington avrebbe quindi mantenuto un equilibrio di potenza favorevole ai propri interessi strategici aumentando le opzioni diplomatiche a propria disposizione e, conseguentemente, la propria flessibilità diplomatica. In pratica, Kissinger rielaborò la politica estera di Bismarck al contesto della Guerra Fredda degli anni Settanta. In effetti, poco tempo dopo vennero firmati gli accordi SALT I che regolamentavano la corsa agli armamenti e istituzionalizzavano la deterrenza basata sulla mutua distruzione assicurata.

Tutto ciò dimostra bene cosa intendessero Nixon e Kissinger con la distensione. Non si trattava di un passo indietro nella lotta a Mosca, ma di un adeguamento della postura americana nella competizione con l’URSS in un momento di relativa difficoltà per Washington. Il contenimento dell’URSS e la lotta della Guerra Fredda sarebbero continuati in modo più sofisticato. Con gli Stati Uniti a dirigere il gioco.

L’obiettivo primo era stabilizzare il bipolarismo, cosa considerata da Kissinger nel pieno interesse americano. Ciò serviva prima di tutto per minimizzare il rischio di olocausto nucleare. Ma non solo. Grazie alla distensione, gli Stati Uniti avrebbero potuto respirare in un momento di difficoltà, in cui c’erano spinte interne a favore di un ritiro totale degli Stati Uniti dal mondo. Ciò realizzava un altro interesse nazionale fondamentale: la tutela della coesione interna. Poi, Washington avrebbe riaffermato in modo meno oneroso la propria egemonia nel blocco occidentale, la parte più importante del mondo a livello economico, e non solo.

Inoltre, portare i sovietici ad accettare la legittimità del sistema internazionale tramite i negoziati sugli armamenti – che erano anche nell’interesse sovietico dato il costo che aveva il riarmo per l’economia sovietica e visto che veniva riconosciuta all’URSS la parità strategica (solo in ambito nucleare) – li avrebbe privati della loro arma più forte, cioè l’influenza rivoluzionaria che l’ideologia comunista forniva. Perdipiù, la distensione permesso di attenuare la competizione militare tra le due superpotenze, l’unica dimensione nella quale Mosca eguagliava Washington, mentre la competizione in tutti gli altri campi, dove gli USA erano nettamente superiori, sarebbe continuata.

Di conseguenza, la parità strategica era una carta diplomatica in più per gli Stati Uniti. Un modo, assieme a intelligenti politiche di alleanza, per spingere i sovietici ad accettare il sistema internazionale, nella consapevolezza che il tempo era dalla parte dell’America.

In sintesi, gli Stati Uniti avevano l’iniziativa nello schema di Kissinger. Ciò venne dimostrato dalla guerra dello Yom Kippur tra Israele ed Egitto del 1973, quando la diplomazia di Kissinger ridimensionò l’influenza sovietica in Medio Oriente. Il Segretario di Stato americano prima bloccò gli aiuti a Israele, segnalando così agli egiziani di poter essere un loro riferimento, poi sbloccò gli aiuti agli israeliani e minacciò l’escalation contro i sovietici che avevano a loro volta minacciato l’invio di truppe. Alla fine Israele vinse la guerra e solo gli Stati Uniti avevano evitato il tracollo dell’Egitto. Il leader egiziano Sadat avrebbe infatti iniziato a distanziarsi da Mosca per guardare a Washington.

Tuttavia, lo schema kissingeriano entrò in crisi a metà del decennio per più ragioni. Lo scandalo del Watergate distrusse l’autorità dell’Amministrazione, provocando le dimissioni di Nixon. Per Kissinger diventò estremamente complicato portare avanti una politica estera coerente. L’URSS riprese l’iniziativa nel Terzo Mondo. Tutto ciò metteva in crisi la distensione e, conseguentemente, provocava più critiche alla politica estera kissingeriana.

Qui emergono due potenziali errori che, secondo alcuni osservatori e storici, sono stati commessi da Kissinger e che ne hanno causato il declino politico. Il primo è aver sottovalutato il fatto che la richiesta di una politica estera più attiva a favore degli ideali di democrazia avrebbe potuto riemergere, mettendo in crisi la retorica kissingeriana. Il secondo è di aver concesso troppo ai sovietici nei negoziati. Quanto al primo, sarebbe la dimostrazione di come gli ideali americani di libertà influenzino la politica estera americana. Tuttavia, non ci dice niente sugli eventuali errori strategici o tattici di Kissinger. Al massimo fu un errore strettamente politico. Sebbene gli Stati Uniti negli anni Ottanta abbiano adottato una retorica molto idealista come nel passato, di fatto condussero una politica estera realista. La differenza sta nel fatto che misero attivamente pressione ai sovietici con la ricerca deliberata, e di successo, della supremazia strategica per rovesciarne la sfera di influenza in Est Europa. Qui emerge il potenziale secondo errore di Kissinger. Il riconoscimento a Mosca della parità strategico-militare in ambito nucleare fu infatti l’elemento più criticato della politica estera kissingeriana.

Perché Kissinger lo accettò? Ci sono diverse ipotesi. La prima, secondo alcuni, è che Kissinger era un declinista, dunque convinto che il tempo non fosse dalla parte americana e che la distensione fosse il meglio che si potesse ottenere. Infatti, sostengono questi, Kissinger accettò la sfera d’influenza sovietica in Est Europa. L’ex Segretario di Stato, però, successivamente disse apertamente che considerava l’URSS come la parte relativamente più debole.

Inoltre, la sfera di influenza sovietica in Est Europa era già stata accettata da tutte le Amministrazioni della Guerra Fredda. Un’altra spiegazione, fornita dallo stesso Kissinger, è che in realtà la parità era già stata raggiunta tramite la distruttività. Una superiorità sarebbe stata inutile visto che ormai le due parti potevano annientarsi a vicenda. Inoltre, è vero che i sovietici avevano una superiorità quantitativa nei missili, ma questa era compensata dalla superiorità tecnologica americana.

Le critiche a Kissinger su questa questione erano di due matrici. Una originava dall’eccezionalismo americano. Per i sostenitori di questa prospettiva era immorale che gli USA concedessero la parità ai sovietici.

La seconda era strettamente strategica. E, soprattutto, era una critica che proveniva dalla stessa Amministrazione e dagli stessi ambienti realisti, rappresentati dal Segretario della Difesa James Schlesinger. Schlesinger – ed era un’opinione condivisa da importanti uffici strategici del Pentagono – comprese perfettamente che l’URSS era fragile. La spesa di Mosca nella difesa gravava sulla sua economia molto di più di quanto si pensasse. Non avrebbe retto una corsa al riarmo. Per Schlesinger, quindi, riconoscere la parità strategica ai sovietici li avrebbe spinti a prendere più rischi e più iniziative, pur essendo inferiori agli Stati Uniti. Cosa che in effetti sembrò accadere. Al contrario, il Segretario della Difesa, a differenza di Kissinger, pensava che la superiorità strategica rimanesse valida e fosse la premessa della distensione.

Schlesinger e Kissinger avevano due filosofie diverse. Kissinger guardava alla legittimità e alla stabilità del sistema. Per Schlesinger le relazioni americano-sovietiche non potevano prescindere dall’oggettiva superiorità americana. Le molteplici dimensioni di quest’ultima, tecnologica ed economica in primis, avrebbero spinto l’URSS a fare più concessioni. Quindi, nemmeno la superiorità strategica-militare poteva essere negoziabile.

Ad esempio, mentre Schlesinger sosteneva l’esigenza di una robusta superiorità nei missili intercontinentali a testa multipla, Kissinger, quando era ancora Segretario di Stato, disse esplicitamente che un mancato accordo sul tema avrebbe provocato un’esplosione di tecnologia che avrebbe danneggiato la stabilità internazionale. Kissinger temeva il mancato controllo della politica sulla tecnologia. Schlesinger pensava che la tecnologia fosse un’arma decisiva nella vittoria della Guerra Fredda, che avrebbe garantito più sicurezza agli USA. La differenza tra i due venne riassunta negli anni Settanta dal diplomatico italiano Ludovico Incisa di Camerana così: Kissinger temeva che senza un accordo con i sovietici la stabilità internazionale sarebbe entrata in crisi; Schlesinger era sicuro della possibilità di tenere il controllo della tecnologia, sfruttandolo per avere una superiorità decisiva.

Kissinger diceva di guardare all’equilibrio geopolitico generale, non a quello strategico-militare. Tuttavia, come avrebbe dimostrato il riarmo degli anni Ottanta, la superiorità americana in quel campo, o anche solo il fatto che gli USA avessero le risorse economiche e tecnologiche per perseguirla, poteva essere uno strumento geopolitico per indebolire l’URSS, incapace di sostenere una corsa al riarmo. Come visto, la politica kissingeriana di distensione dipendeva dalle circostanze del decennio precedente. Non ci è dato sapere come avrebbe agito Kissinger nel contesto degli anni Ottanta, dove la ritrovata coesione interna rendeva possibile l’offensiva finale americana, cosa non possibile negli anni Settanta. Ma dalle frasi riportate sopra emerge che, mentre Schelsinger metteva l’accento sulla superiorità, Kissinger guardava prima di tutta alla stabilità.

L’ossessione di Kissinger è sempre stata l’instabilità. Per comprendere questa ossessione, bisogna capire la concezione kissingeriana delle relazioni internazionali.

Il modello del Congresso di Vienna

Sin dal suo primo libro A World Restored, Kissinger prende il Congresso di Vienna come paradigma da adottare per la costruzione dell’ordine internazionale. Il messaggio è ripetuto in Diplomacy e in World Order.

Potere e legittimità sono le due parole chiave dell’ordine internazionale secondo Kissinger. Il potere serve a mantenere l’equilibrio per bloccare i tentativi di sovversione del sistema. L’equilibrio di potere abbassa la capacità degli Stati di imporre il proprio predominio su tutti gli altri. Da solo però non basta. Servono anche delle regole implicite che definiscano i comportamenti considerati ammissibili da tutte le potenze, che devono quindi vedere i propri interessi fondamentali rispettati.

Le principali potenze a Vienna trovarono un linguaggio comune. Salvaguardarono i propri rispettivi interessi fondamentali continuando allo stesso tempo la competizione internazionale, che rimane inevitabile in politica estera. Ma un sistema simile tutela la stabilità perché nessuna grande potenza sentirà i propri interessi vitali minacciati. Di conseguenza, nessuno cercherà di distruggere il sistema vigente. Ci saranno ovviamente cambiamenti all’interno dell’ordine, frutto delle rivalità inevitabili tra gli Stati e della fluidità dei rapporti di potenza. Ma questi cambiamenti si configureranno come aggiustamenti limitati dell’equilibrio internazionale.

La lezione che Kissinger trae da Vienna è che lo scopo degli Statisti a guida delle grandi potenze non deve essere la pace a tutti i costi, obiettivo irraggiungibile, ma la stabilità. La stabilità viene prima della pace. La possibilità di guerra viene non solo contemplata, ma anche accettata. Essa rimane tuttavia limitata. Questo in quanto, dato che in un sistema come quello che dominò l’Europa dopo Vienna gli interessi vitali di tutte le grandi potenze sono rispettati, non emergeranno sfide radicali al sistema – come quella lanciata dalla Francia rivoluzionaria ad esempio – che causano delle rotture, quindi instabilità e guerre su larga scala. In sostanza, le potenze competono e cooperano allo stesso tempo.

Kissinger è ben conscio della difficoltà di mantenere l’equilibrio tra competizione e collaborazione. Alla fine tutto ruota attorno agli interessi strategici delle potenze. Ogni Stato a Vienna dava poi un’interpretazione diversa dell’ordine formalmente accettato a seconda dei propri interessi. Inoltre, tutti gli Stati si preoccupano di aumentare la propria sicurezza prima di tutelare l’ordine internazionale (questo dilemma si rifletteva anche nelle dispute tra Schlesinger e Kissinger). Un’azione che aumenta la sicurezza di un certo Stato può ridurre la sicurezza di un altro. Per il primo Stato rafforzarsi è però necessario per aumentare la propria sicurezza. Alla fine è lecito pensare che nella situazione opposta il secondo Stato farebbe lo stesso. Una simile dinamica difficilmente è eliminabile, anche in un ordine internazionale accettato.

Ciò è vero soprattutto nell’epoca attuale, nella quale si incrociano Stati con culture e concezioni stesse dell’ordine internazionale estremamente diverse. Kissinger ne è consapevole. Eppure pensa sia necessario edificare un ordine mondiale stabile. Per il solo motivo che è necessaria una certa cooperazione tra le grandi potenze per gestire le imprevedibili e distruttive innovazioni tecnologiche (dal nucleare all’intelligenza artificiale, Kissinger ha sempre riflettuto sulla necessità di evitare che la tecnologia sfuggisse al controllo umano).

Tuttavia, visto che quando si parla di affari strategici si parla di sopravvivenza dello Stato, gli Stati possono rinunciare al perseguimento di una netta superiorità strategica, che ne aumenta la sicurezza, in nome della salvaguardia dell’ordine internazionale? Ad esempio, possono gli USA e la Cina ridurre le tensioni mettendo in pausa la questione di Taiwan anche se entrambi sanno bene che nei prossimi anni si potrebbero raggiungere dei vantaggi decisivi che avranno effetti di lungo periodo su quella stessa questione? E che se non agiscono subito l’altra potenza potrebbe capitalizzare le opportunità per avere un vantaggio decisivo. Si può cooperare sull’Intelligenza Artificiale quando si sa che ogni potenza la potrebbe usare per avere un vantaggio? Non è quindi meglio cercare di porsi in una posizione di forza per rendersi più sicuri? Kissinger, da cultore della Realpolitk, riconosce l’esistenza di tali dilemmi, ma pensa che i rischi siano talmente alti che non si possa rinunciare a un’opera di ordinamento del mondo. E questo vale pure oggi. Una posizione, questa sì, da vero idealista.

La verità è che, forse, di Kissinger più che le ricette va recuperato l’approccio. Guardare alla storia per orientare le scelte dell’oggi. Studiare le peculiarità dei singoli Stati e la loro storia, senza leggere tutto con schemi binari. Riflettere sul rapporto tra limiti e margine di azione. La politica estera basata sugli interessi come chiave per massimizzare le possibilità di compromessi, anche se limitati. Non ci sarebbe bisogno di ciò nel mondo attuale?

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1 comment

dario greggio 09/06/2023 at 19:29

bello,
certo per essere degli “umani evoluti, in un futuro di pace” servono concetti un po’ diversi:
https://aw.noxsolutions.com/launchpad/adswizz/101960/taiwan_mq2l_025afaf9.mp3

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