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Il radicalismo di Luca Bizzarri

Luca Bizzarri

Potrebbe essere arrivato il momento di scrivere un pensiero su Luca Bizzarri, in questi giorni in cui riceve fiumi di attacchi per affermazioni di principio senz’altro costose sul terribile episodio di Colleferro.

È molto amato nella nostra bolla perché uno dei pochi personaggi mainstream di idee liberali e radicali; perché legge e ascolta gli stessi giornalisti che amiamo noi (il Foglio, Radio Radicale, Mattia Feltri…) e vota partiti nei quali spesso abbiamo militato (l’esempio più notevole il suo voto per Fermare il declino anche dopo lo scandalo delle lauree).

Non un intellettuale, e non ha mai preteso di esserlo; semplicemente un compagno della nostra area politica.

C’è un aspetto del suo radicalismo, soprattutto su giustizia e droghe, le battaglie che gli stanno più a cuore, che risalta ascoltandolo nel tempo. La netta impressione che le sue idee derivino dalla consapevolezza che, con qualche vicina combinazione della vita, lui sarebbe potuto finire dalla parte del mostro, al posto del mostro.

Quando racconta di suo fratello che spiega che se Luca non avesse fatto l’attore sarebbe finito a chiedere l’elemosina in stazione non lo fa a mo’ di battuta.

Quando parla delle esperienze distruttive con le droghe di suoi amici lo fa con tono vissuto e addolorato.

Forse non aveva ragione quell’anarchico che diceva che se potessimo sentire ciò che sente il nostro prossimo non avremmo bisogno delle leggi, ma sforzandoci di sentire come il nostro prossimo possiamo arrivare a leggi più civili.

Riconoscere il mostro che è in noi, il tossico, l’assassino, l’emarginato… è un ottimo modo per valorizzare il virtuoso che è in noi. Di questo Luca Bizzarri è convinto anche a livello di società.

Per questo credo proprio che sbaglino bersaglio i tantissimi commentatori che lo stanno accusando di narcisismo di sgradevole spirito da bastian contrario nel momento meno opportuno, ostinandosi a fare il garantista col mostro con la pistola fumante in mano (e cos’altro vorrebbe dire essere garantisti?).

Lo fa visibilmente per compassione, direi in primo luogo di se stesso.

Di quell’emarginato dentro di lui che, in una combinazione della vita meno fortunata, chissà cosa avrebbe potuto fare.

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