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Il Mercato del Petrolio è una Completa Baraonda

Il mercato del petrolio da alcuni giorni è una completa baraonda

Il mercato del petrolio da alcuni giorni è una completa baraonda. L’Opec e la Russia di Putin circa due settimana fa hanno coinvolto gli shalers americani (tramite l’Amministrazione Trump) in un accordo di riduzione dell’offerta di circa 10 milioni di barili al giorno, come ho spiegato in questa intervista a Claudio Landi di Radio Radicale

Pero’ questi tagli diventano effettivi da giugno, quindi l’eccesso di offerta attuale non e’ stato riassorbito. E comunque il crollo della domanda a seguito della pandemia di Covid-19 e’ stimato in circa 20 milioni di barili al giorno. Pertanto la sovrapproduzione e destinata a permanere per qualche mese ancora.

Nel frattempo gli impianti di stoccaggio del petrolio in America sono stracolmi, le raffinerie non acquistano e hanno, a loro volta, i depositi di distillati pieni, perché gli Americani (e il resto del mondo) tengono l’auto in ferma in garage e quasi nessuno viaggia in aereo.

Pertanto nel giorno di scadenza del contratto futures con consegna a maggio, il prezzo del WTI (il tipo di greggio che costituisce il riferimento per i prezzi negli USA) e’ piombato a zero e poi e’ diventato negativo fin quasi a -40 dollari al barile. In altre parole chi prendeva un barile veniva pagato per tenerlo parcheggiato da qualche parte. Ma non c’e’ spazio nemmeno sulle petroliere che vengono utilizzate come cisterne temporanee. Persino gli oleodotti sono pieni, ma nessuno compra.

 

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Si tratta di un’aberrazione che non ha precednti storici, ma va detto che in Europa dove il greggio di riferimento e’ il Brent e a Dubai dovei il riferimento e’ il petrolio dell’Oman o il Dubai Fateh, i prezzi rimangono ben sopra lo zero per quanto depressi (sotto i 20 dollari al barile) rispetto a pochi mesi fa. Se guardiamo alla curva dei futures a piu’ lunga scadenza le aspettative sono per un ribalzo dei prezzi verso i 40 dollari al barile nel medio periodo.

Nel frattempo i prezzi bassi provocheranno fallimenti a catena nell’industria estrattiva dello shale americano, da sempre oberata di debiti e quindi insostenibile nel lungo periodo. La riorganizzazione dello shale americano avverrebbe sotto il coordinamento delle majors, attive nel traditional oil, che terrebbero l’offerta bassa, limitandosi ai campi petroliferi più profittevoli e abbandonando, definitivamente, quelli marginali.

Verra’ presumibilmente anche abbandonata la mistica dell’indipendenza energetica americana su cui aveano incentrato la strategia di politica estera sia Obama sia Trump. Un notevole smacco per chi si ammanta della retorica “America First”.

Con Roberto Bolzan ne discutiamo su Radio Svaboda insieme alle prospettive politiche italiane quando il governo giallorosso finira’ metaforicamente in un burrone!

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

3 comments

Dario Greggio 22/04/2020 at 22:16

si è rotta la tastiera anche a te? a me oggi… 😉 😀

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Il Gelo della Crisi Globale | Immoderati 26/04/2020 at 01:08

[…] crisi economica, il debito pubblico, l’euro, l’Europa, le fandonie dei sovranisti, il mercato del petrolio, le prossime elezioni, l’Italexit, il ruolo di Draghi e tante altre […]

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Pepo 19/05/2020 at 10:33

Mah, è già da parecchio tempo che lei ha predetto il fallimento delle imprese USA legate allo shale oil ma sono ancora lì; è forse solo una sua speranza? Da un veloce giro nel web si nota che i produttori USA piangono, gli analisti di settore prevedono un ribasso della produzione e le Agenzie (IEA, EIA ecc.) sono addirittura ottimiste. Queste opinioni discordanti, unite al fatto che sono coinvolti due giganti come Exxon e Chevron, mi fanno propendere (da incompetente quale sono) per ritenere plausibile un ridimensionamento leggero e non per un fallimento del settore. Detto questo mi godo il prezzo basso della benzina e spero rimanga così a lungo magari contando su una contrazione dell’avidità dei ricchi “petrolieri” e sono sicuro ne beneficeranno in molti, non solo il singolo cittadino medio e la sua utilitaria.

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