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Approfondimenti Scuola

Il divario tra istruzione e mercato del lavoro: un problema culturale italiano

Il Sole24Ore ha pubblicato un’analisi sul mercato del lavoro italiano, in vista delle riaperture delle attività a inizio settembre. I risultati ribadiscono ancora l’annoso problema del mismatch skill che colpisce il mercato del lavoro, un fenomeno che riguarda la difficoltà di vari comparti del sistema produttivo italiano di trovare i profili professionali necessari. Profili che in molti casi riguardano basse competenze, quindi non richiedono laureati o periti tecnici di qualche settore industriale. Tuttavia, il mismatch skill e le basse competenze richieste non sono un problema momentaneo, dovuto alla pandemia, e nemmeno recente. Infatti, le sue radici arrivano molto prima della crisi del 2008, e riguarda soprattutto i giovani cittadini italiani che hanno difficoltà nel trovare la loro prima occupazione oppure cercano di uscire dalla disoccupazione o ancora voglio aspirare a lavori ben retribuiti e al poter far carriera. Ma quale può essere l’origine di questo problema? Una delle cause è certamente lo scollamento tra istruzione e mercato del lavoro, un malanno che affligge l’Italia da un lungo periodo, e delle insoddisfacenti competenze cognitive, come quelle valutate nei test internazionali PISA ai quali gli studenti italiani partecipano da 20 anni.  Questa frattura è molte volte imputata al basso finanziamento che caratterizza la Scuola, ma ciò non spiega perché per lungo tempo pochi finanziamenti siano stati destinati ad essa, nonostante il Paese abbia avuto periodi di elevatissima crescita economica.  L’allocazione di risorse da un settore ad un altro dell’economia è sempre frutto di una valutazione di utilità e di valore tra queste, nel caso dell’istruzione e della ricerca sembra che in Italia il poco finanziamento non sia dovuto esclusivamente a una mancanza di risorse finanziare, ma dall’assenza di una visione culturale e strategica capace di dargli valore e importanza.

MERCATO DEL LAVORO E TEST PISA

Nell’ultimo rapporto sui test PISA gli studenti italiani non danno risultati soddisfacenti in relazione alle seguenti tre aree di competenze cognitive: lettura, matematica e scienza. La media OCSE è per ognuna rispettivamente 487, 489 e 489, mentre quella italiana è 476, 487, 468. Le competenze matematiche possono essere considerate allineate alla media internazionale, anche se leggermente inferiori alla media, ma si registrano scarse competenze nelle altre due. Il peggiore dato è proprio quello relative alle competenze scientifiche, le quali registrano persino un significativo andamento negativo dal dato migliore del 2012; mentre le competenze in lettura non registrano nessun miglioramento rilevante. Accanto a ciò, un dato di maggiore criticità è riscontrato nel divario tra le scuole del Nord e del Sud, soprattutto tra i licei e gli altri percorsi scolastici. Nel primo caso, si ribadisce la ormai divisione che caratterizza il Paese, l’area economica sviluppata del nord in grado di progredire e l’area meridionale in continuo declino nei suoi indicatori sociali ed economici. Nel secondo caso, si osserva uno squilibrio nel sistema scolastico italiano, non in grado di dare a tutti delle competenze basilari di lettura e di competenze matematiche-scientifiche, segno di una Scuola caratterizzata da una evidente divisione tra scuole di serie A (licei) e scuole di serie B (istituti tecnici-professionali).

Nell’ambito nel mercato del lavoro, il rapporto ISTAT del 2020 fa luce su uno scenario che colloca l’Italia al di sotto della media europea per quanto riguarda l’occupazione e l’istruzione, soprattutto per i giovani che rientrano nella fascia di età 15-29 anni. La percentuale di diplomati tra i 25 e i 64 anni è del 62,2%, largamente inferiore alla media europea del 78,7%; mentre la percentuale di laureati è del 19,6% a fronte della media europea del 33,2%.  Il tasso di occupazione dei giovani diplomati è estremamente basso, un divario di 22,8 punti rispetto agli altri paesi europei. A ciò si aggiunge anche una rilevante difficoltà dei giovani laureati, soprattutto nella fascia 30-34 anni, a inserirsi efficacemente nel mercato del lavoro, in cui invece coprono posizioni lavorative che richiedono competenze inferiori a quelle apprese all’università. Questa serie di problematiche si amplificano se si osserva la condizione dei giovani nel Mezzogiorno e gli stranieri in Italia. Entrambi i gruppi registrano una bassa occupazione e un basso livello d’istruzione rispetto non soltanto alla media europea ma anche in confronto al Centro e al Nord Italia. Due condizioni che sono alla base del fenomeno dei NEET (Neither in Employment nor in Education and Training), ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. In Italia sono 22,2% (due milioni) mentre la media europea è del 12,5%, con un’incidenza maggiore nelle regioni meridionali. Questo fenomeno, assieme alla bassa occupabilità dei giovani diplomati, e in minor misura dei laureati, è in gran parte dovuto, come osservato dallo studio dell’ISTAT, all’assenza di percorsi di educazione terziaria professionalizzante. Il che significa che molti giovani italiani non hanno acquisito competenze professionali durante il loro percorso di scolastico, e il fatto che vi sono due milioni di giovani che non frequentano l’università o qualsiasi altro percorso formativo è dovuto molto probabilmente alla valutazione che questi non siano in grado di formarli efficacemente e velocemente per entrare nel mercato del lavoro. Si è visto sia dai risultati PISA che da quelli ISTAT che i tradizionali percorsi di avviamento alla professione non sono adatti non soltanto a dare solidi base educativi ai propri studenti, ma nemmeno a raggiungere proficuamente lo scopo per il quale sono state create, ad eccezione di quegli istituti capaci di inserirsi strategicamente nel tessuto produttivo locale. Paradossalmente, più i percorsi in questioni sono orientati maggiormente a formare professionalmente gli studenti, più i risultati diventano pessimi in entrambi i campi. Soltanto recentemente, a distanza di dieci anni, si sono introdotti percorsi post-diploma ITS (Istituti tecnici superiori) che vanno incontro alle domande del mercato del lavoro, venuti alla ribalta con il discorso di Draghi al suo insediamento, con il quale ha ribadito la loro centralità nella prossima riforma della scuola.  

ALLE ORIGINI DI UN PROBLEMA CULTURALE

Osservati i dati sull’istruzione e sulle competenze degli italiani, si deve capire qual è la causa culturale di questo ritardo educativo, che ovviamente non è l’unica ma una delle principali. Innanzitutto, con “problema culturale” s’intende una certa visione conservatrice della maniera con la quale un individuo o un determinato gruppo sociale si approccia al mondo che lo circonda, la quale può essere frutto di esperienze passate, di pregiudizi e, in questo caso, di un sistema di valori culturali appreso nel contesto sociale in cui è nato e/o vissuto.

L’attuale istruzione in Italia si rifà similmente a una visione culturale di essa e del mondo a quella messa su carta dalla riforma gentiliana di un secolo fa. Precisando che comunque nel lungo arco di questi decenni varie riforme si sono succedute, le quali hanno modificato la struttura della Scuola italiana ma non sono state in grado, tuttavia, di modificarne profondamente l’essenza, cioè il suo sistema di valori culturali che ne sta alla base. Ciò viene ben analizzato ed esposto ne La scienza negata. Un caso italiano del fisico e filosofo della scienza Enrico Bellone. L’opera ripercorre la lunga e travagliata storia di riforme che influenzarono l’istruzione e la ricerca italiana, partendo dallo scontro agli inizi del Novecento tra Federigo Enriques, matematico di grande rilevanza internazionale, e i filosofi Giovanni Gentile a Benedetto Croce, i pensatori di maggior rilievo all’epoca in Italia. La discussione verteva principalmente sul valore culturale della ricerca scientifica, in cui Croce ne sosteneva la minor importanza facendo una distinzione culturale tra le discipline storico- filosofiche, oggetto di studio di “intelletti profondi”, e le discipline scientifiche che sono invece considerate alla stregua di discipline meramente tecniche, utili agli “intelletti minuti”. Questa impostazione dello scibile umano si è riflesso fino ai giorni nostri nell’ordinamento scolastico superiore, con la costruzione di una piramide dell’istruzione il cui vertice è il liceo classico. Diversamente, Gentile riconosceva l’importanza delle scoperte scientifiche, tuttavia la sua concezione del ruolo che devono avere nella società faceva trasparire una forma mentis simile a quella crociana. Nel 1923 Gentile rivolgendosi agli scienziati riconosce il loro indispensabile ruolo sociale, grazie alla loro conoscenza di far progredire la nazione in settori allora considerati economicamente e politicamente cruciali dal regime fascista. La chimica, per esempio, non doveva porre così tanta attenzione nella ricerca della struttura della materia, ma invece doveva scoprire nuovi metodi per massimizzare la produzione di fertilizzanti per realizzare la famosa battaglia del grano. Sostanzialmente le discipline scientifiche, soprattutto se aventi carattere tecnico, dovevano far ricerca per soddisfare obbiettivi politici del regime, ovvero “essere utili al Paese”. Infatti, nelle discipline dove questo obbiettivo non poteva essere soddisfatto, come con la matematica o la logica, si procedeva a emarginarle accademicamente con la diminuzione dei fondi o alcune volte con la loro soppressione, come con il decreto del 1933 con il quale si decise di sopprimere il Comitato di matematica del Consiglio nazionale delle ricerche. Tutto ciò diventa ancor più tragico se si considera che tutto ciò era avvenuto in un periodo di grandi scoperte in ambito delle scienze naturali/matematiche e delle scienze sociali.

Successivamente al crollo del regime fascista e alla fine della Seconda guerra mondiale, la neonata Repubblica italiana doveva far fronte sia alla ricostruzione delle istituzioni e dell’economia del Paese sia al settore accademico e dell’istruzione. La guerra e le leggi razziali avevano provocato una massiccia emigrazione all’estero di intellettuali di ogni disciplina, e la sostenuta crescita economica poneva nuove necessita di formare il capitale umano in un paese economicamente arretrato e con ancora gravi ritardi nella scolarizzazione di base. Come osserva Bellone, negli anni ’50 e inizio anni ‘60, complice il boom economico, in Italia s’intravede un possibile cambiamento culturale, nel fare ricerca e nell’istruzione, grazie a una maggiore disponibilità di risorse finanziare e all’emergere di un comune spirito di progresso tra le élite industriali, accademiche e politiche del Paese. Per fare un esempio, sono anni in cui viene sviluppato il nucleare con la costruzione di nuovi centrali, la creazione dell’istituzione nazionale di fisica nucleare e la partecipazione al CERN (Centro europeo di ricerca nucleare, con sede a Ginevra); oppure veniva posta l’attenzione su campi assolutamente innovativi, come nella genetica e nella biofisica con la costruzione del laboratorio internazionale LIGB (Laboratorio internazionale di genetica e biofisica). Ma anche nel campo dell’istruzione vengono intraprese importanti rinnovamenti con la riforma Casati del 1963, con la quale si istituiscono le scuole medie che aumentano l’età dell’obbligo scolastico contribuendo ad abbattere l’analfabetismo tra i cittadini italiani.

Tuttavia, Bellone osserva che questo periodo di progresso nell’istruzione e nella ricerca si tratta di una breve primavera, seguita da un lungo periodo che arriva fino ai giorni nostri caratterizzato da sotto-finanziamento e mancate riforme. Sorprendente sono lo scetticismo e la sospettosità di buona parte della classe politica di quel periodo verso alcune campi nuovi della ricerca scientifica, come la genetica. Nella Scuola non viene attuata nessuna vera riforma in grado di far stare al passo con i tempi i curricoli scolastici. Grande rilievo invece è la liberalizzazione dell’accesso all’università, ma attuata in seno alle ampie manifestazioni sessantottine degli studenti e senza comunque adeguare l’Università, ancora considerata luogo di formazione di una ristretta élite, alle esigenze che comportava l’entrata di una grande mole di studenti.

Queste problematiche sono sintomo di una visione culturale e strategica dell’istruzione e della ricerca antiquata tra le classi politiche italiane. La noncuranza al sotto-finanziamento della ricerca è frutto certamente di una non comprensione della sua gravità, ma anche parte di una visione strategica che vede il Paese come importatore di innovazione tecnologica da paesi stranieri dediti a investire cospicuamente nella ricerca e nell’istruzione, allo scopo di massimizzare l’output produttivo, risparmiando in questo modo risorse finanziare diversamente da chi investe su questi campi dall’esito non certo e proiettato nel lungo periodo. Altresì lo scollamento tra Scuola e mercato del lavoro, dimostrato dall’assenza di veri percorsi scolastici orientati all’avviamento alle professioni richieste, come avviene invece da molti decenni per esempio in Germania con le Hochschule, è causato dalla visione precedentemente osservata di separazione netta tra istruzione e lavoro, tra teoria e pratica, tra intelletto profondo e intelletto minuto, tra formazione del cittadino e formazione del lavoratore.

CONCLUSIONI

L’assenza di finanziamenti e di riforme strutturali dell’Istruzione e della Ricerca sono in parte sintomo di una errata visione valoriale e culturale di queste che ha caratterizzato il Paese per un lungo periodo. Solo negli ultimi decenni è entrato nel dibattito pubblico l’importanza della risoluzione del problema del poco finanziamento, complice le valutazioni fatte dai test PISA e dalle analisi del mercato del lavoro. 

Sebbene ciò sia segno di una presa di coscienza del problema, la discussione nei media riguarda principalmente un problema di allocazione di risorse finanziare nel settore scolastico, ovvero che queste devono essere indirizzate in maggior parte verso il risanamento edilizio, all’aumento della retribuzione netta degli insegnanti, alla digitalizzazione dei processi amministrativi e degli strumenti educativi e, infine, all’assunzione a tempo indeterminato del vasto gruppo di insegnanti precari. Queste sono riforme condivisibili, tuttavia la loro sola attuazione non è una condizione sufficiente per un miglioramento efficace del sistema scolastico italiano. Queste proposte di riforma se osservate attentamente sembrano avere solamente una valenza di consenso politico per chi le propone. Aumentare le risorse finanziare è un processo semplice e indolore, perché non scontenta quasi nessuno. Si diminuiranno poco alla volta i fondi da settori dell’economia marginali, non destando attenzione nell’elettorato, e si darà la parvenza di aver attuato una riforma della Scuola di grande importanza. Ma come si è spiegato precedentemente, la Scuola italiana non ha solamente bisogno di risorse finanziare, delle quali è sempre stata carente, ma di una profonda e decisiva concezione che ha di sé stessa. Nonostante le svariate riforme fatte nei decenni passati, la sua concezione è quella gentiliana di un secolo fa. Il rifiuto di mettere in discussione i propri metodi didattici, i propri curricoli, la propria struttura amministrativa, ha come risultato quello di diventare un ostacolo ai giovani che si apprestano a diventare cittadini indipendenti e attivi della società italiana. Se la Politica assieme al corpo docente/burocratico non vogliono risolvere questo annoso problema, saranno gli individui stessi a cercare autonomamente delle soluzioni efficaci per la propria formazione. I licei classici, una volta considerati luoghi di formazione della futura classe dirigente, stanno subendo un consistente calo degli iscritti, perché molte famiglie italiane preferiscono indirizzare i propri figli verso percorsi educativi incentrati sulle materie scientifiche e tecniche, anche se questi sono stati concepiti come rami inferiori del liceo classico, sapendo che forniscono competenze molto richieste dalle aziende. Gli studenti universitari devono frequentare costosi percorsi post-laurea organizzati da privati o da università in collaborazione con questi, alimentando il problema del ritardo dell’entrata nel mercato del lavoro oppure immigrando e scegliendo percorsi di questo genere all’estero, con il rischio di non far più ritorno nel Paese. Peggio ancora, i giovani possono cadere nel vortice della disoccupazione oppure dell’occupazione fatta di lavori sottopagati e senza opportunità di crescita professionale. Una situazione molta sentita nelle regioni meridionali, dove l’economia è stagnante e improduttiva, e dove la bassa formazione si auto-alimenta diventando una delle fondamenti di una realtà economicamente sotto-sviluppata.

In conclusione, si può sostenere che la ripartenza economica e sociale del Paese, soprattutto a fronte di questi due anni di pandemia COVID, deve fondarsi soprattutto su una riforma seria e profonda della Scuola e dell’Università italiana, e ciò significa non soltanto attraverso un aumento dei fondi a disposizione ma principalmente in relazione a una nuova visione strutturale e valoriale di esse, con l’aiuto di studenti, docenti e corpo amministrativo che ne fanno parte, e soprattutto in collaborazione con il sistema industriale del Paese.

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