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Il dibattito sull’aborto e il tiro alla fune illiberale

Il dibattito sull'aborto

Il Feng Shui è una pseudoscienza e in quanto tale non funziona. Però, spogliato degli aneddoti spirituali, offre un monito tanto semplice quanto antico: bisogna trovare il giusto posto per le cose, altrimenti è un casino. Ciò vale per l’arredamento di casa quanto per tutto quel che viene masticato dalla ruminante opinione pubblica. Ecco, io credo che lo spazio che il dibattito sulla scelta abortista dovrebbe occupare nella società civile sia da molti frainteso quanto un divano usato come forchetta.

Si parla tanto di aborto, se ne parla soprattutto quando qualcosa fa triggerare i più sensibili, indipendentemente dal tipo di “sensibilità”. Ultimamente la prima tassella del domino l’ha urtata un certo Signorini di cui non so nulla e di cui non è di minimo interesse in questa sede saperne qualcosa. Quel che ci interessa, invece, è che anche in questo caso la reazione a catena delle campagne social è stata caratterizzata in maniera non indifferente dall’uso di slogan e dall’emotività come unica stella polare nell’analisi dell’evento scaturigine. E questo sia da parte dei conservatori che da parte dei progressisti. Non è una novità. È probabilmente opera delle frange più rumorose e polarizzate ed è a loro che mi riferirò nell’articolo, non a tutta la rimanente moltitudine di attivisti e attenti che credo sappiano riflettere con maggiore moderazione e pazienza sulle questioni del mondo.

In ogni caso, riflettendo sulle posizioni più drastiche di entrambi gli schieramenti ho notato che in tutti e due i casi essi fraintendono grossolanamente il ruolo del dibattito sull’aborto. O meglio, hanno due concezioni di quale spazio dovrebbe occupare un dibattito del genere nella vita pubblica di una democrazia a mio avviso profondamente errate.

I progressisti “estremisti” vorrebbero che un dibattito del genere non esistesse proprio. È capitato a tutti di leggere in giro per il web il classico slogan del tenore “se hai un utero scegli tu, se non ce l’hai stai zitto“. Il primo errore, come suggeriva Gabriele Giancola, sta nel fatto che non si capisce bene a quale piano ci stiamo riferendo, se quello della sfera privata o del cosiddetto dibattito pubblico. In entrambi i casi, non si capisce perché una persona senza utero non possa esprimere una propria opinione. Che sia un consiglio da parte di individui coinvolti emotivamente con la persona con utero che si trova a riflettere sulla scelta di ricorrere all’aborto; oppure che sia, nel dibattito pubblico, l’espressione di una convinzione etica, religiosa, morale.

I conservatori dal canto loro esordiscono con “la dittatura del politicamente corretto, non si può dire più niente!“. E qui, se da un lato possono intercettare ed anche soffrire un’effettiva delegittimazione nelle posizioni estreme del progressismo, questa critica si rivela del tutto strumentale ad un’intenzione non poi così sottesa: quella di limitare istituzionalmente il diritto all’aborto. La recente proposta di Fratelli d’Italia ne è un esempio.

E così l’intransigenza della sinistra offre il fianco ad una destra che si farà paladina della libertà d’opinione per portare avanti intenti politici deleteri per il diritto; poi questi intenti, in tutta la loro evidenza, daranno un rinnovato impulso alla sinistra nel sentirsi autorizzata a costruire la propria retorica sulla delegittimazione finanche della libera espressione delle opinioni. È il classico cane che si morde la coda. A mio avviso, la soluzione per sciogliere il nodo ce la offre una riflessione sulla liberal-democrazia, con i suoi principi tutt’altro che desueti e tuttavia lasciati colpevolmente a prender polvere.

Una liberal-democrazia basa il suo assetto istituzionale su un gioco di contrappesi e limitazioni dei poteri. La sovranità appartiene al “popolo” sì, ma la esercita nelle forme e nei limiti posti dalla Costituzione, come essa stessa recita. Fra i limiti posti all’assoluto esercizio della sovranità popolare vi è , per esempio, il fondamentale principio montesquieano della divisione dei poteri: non è alla folla o alle maggioranze che spetta emettere sentenze o condurre la politica estera. Al “popolo” spetta invece il potere legislativo, ma esso lo esercita attraverso il principio di rappresentatività, quel meccanismo che si pone come un tramite, un filtro fra la società civile e le istituzioni. Esso serve, detto volgarmente, a moderare e selezionare le istanze e le pretese più disparate coltivate nella società per poi portarle in Parlamento, dove verranno dibattute dalle varie rappresentanze fino ad ottenere, anche attraverso compromessi, la maggioranza dei voti.

Sembrerebbe una contraddizione in termini, ma i limiti ai poteri – a partire da quelli del “popolo“- servono a garantire il cosiddetto stato di Diritto. Infatti, il concetto stesso di Diritto sta lì a ricordarci che non tutto può essere deciso a colpi di maggioranza. I diritti servono a difendere parte del “popolo” dal resto del “popolo“. Essi sono il fondamentale presidio di difesa delle più piccole delle minoranze, della più piccola particella della società che in quanto tale non può essa stessa per sé stessa avere un peso politico e difendere la propria dignità umana dibattendo in parlamento, ovvero l’individuo. Il Diritto traccia un confine attorno all’essere umano, un confine che prevaricare indiscriminatamente costituisce un abuso, un’ingiustizia, sia se commessa da parte un singolo sia se commessa da parte di milioni di persone raccolte sotto l’ala della maggioranza.

In questo senso, l’aborto è un diritto. E in quanto tale non dovrebbe essere più discutibile in parlamento. Neanche all’unanimità il parlamento dovrebbe poter violare il diritto di una sola persona con utero che volesse ricorrere all’aborto.

In questo senso, anche esprimere pubblicamente opinioni e convinzioni morali, religiose, etiche, di visione del mondo è un diritto. Finanche l’espressione delle più intolleranti, le più aberranti opinioni. Nessuno dovrebbe poter cancellare questa legittimità.

I più radicali dei progressisti e i più radicali dei conservatori si pongono nei confronti del dibattito sull’aborto in termini illiberali. I primi non vorrebbero esistesse, i secondi vorrebbero portarlo in parlamento ponendo un diritto in balia della maggioranza. I primi vorrebbero delegittimare la facoltà di esprimere liberamente un’opinione di alcune categorie biologiche (non aventi utero) e giustificano questa prevaricazione della soglia del diritto attingendo dall’universo morale. Nei secondi la legittimazione al voler procedere istituzionalmente ad una limitazione della sfera del diritto è evidente venga fatta risalire al volere del “popolo“, il quale dovrebbe legiferare anche in termini di etica e morale. Portare il dibattito in parlamento significa proprio “vediamo se la maggioranza ci da ragione, se è così voi individui che ne volevate usufruire non godrete più di quel diritto“. Come se il diritto fosse una concessione della maggioranza.

Ovviamente, la distinzione fra queste due basi ideologiche è solo teorica. Storicamente si sono sempre più o meno sovrapposte ed hanno portato sempre agli stessi risultati. La polarizzazione che ultimamente sembra avvelenare qualsiasi tema ed il fatto che i due schieramenti più rumorosi siano de facto, in termini di postura filosofica, così lontani dai principi che ci hanno graziato di vivere in un mondo libero e dignitoso per l’individuo, sono un grande campanello d’allarme per lo stato di salute in cui riversa la nostra democrazia. In generale, non solo per quanto riguarda l’aborto. Auspico un futuro in cui i valori della (im)moderazione, della pazienza, del dubbio, della razionalità siano più assordanti del rumore prodotto dall’inconsistenza della polemica tribale e illiberale. Dove siano più virali i conservatori che riconoscono il valore del diritto e proseguono le loro battaglie anti-abortiste sul mercato delle idee. Allo stesso modo, un futuro dove abbiano maggiore influenza mediatica i progressisti che continuano a combattere le battaglie dei conservatori sul mercato delle idee senza ricorrere a delegittimazioni retoriche poco concilianti con il rispetto dello stato di Diritto che, per quanto riguarda i diritti che scelgono loro, vorrebbero preservare.

Eccolo. Ecco lo spazio che un eventuale dibattito sull’aborto dovrebbe avere in una società civile.

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