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La Guerra in Ucraina: la tragedia delle relazioni internazionali

La Guerra in Ucraina è la prova che le relazioni internazionali sono complesse e tragiche.

Da qui bisogna partire per discutere dell’attacco russo partito il 24 Febbraio contro i “fratelli ucraini”. Una scelta inaspettata dai più, soprattutto perché non pare limitata alle regioni orientali. Dunque è complessa da vincere.

Ciò che qui interessa è capire il retroscena di tali avvenimenti, guardando alle caratteristiche dei soggetti coinvolti.

Per quanto riguarda l’Ucraina, bisogna focalizzarsi sulla sua complessa storia. É una terra di frontiera. Ha una parte orientale storicamente più vicina alla cultura russa e una parte occidentale antirussa, soprattutto nella zona di Leopoli, che era una regione polacca fino al 1945. A ciò si aggiunse la Crimea, regione abitata da russi fin dalla conquista della Zarina Caterina, che Kruscev spostò dalla Russia all’Ucraina nel 1954 in quello che era un mero passaggio burocratico (c’era ovviamente ancora l’URSS, poi la Crimea rimase parte dell’Ucraina dopo il ’91). Tale divisione tra regioni orientali e occidentali dominò la politica di un’ Ucraina ancora relativamente sotto la sfera di influenza russa. Fino alla rivoluzione filo-occidentale del 2014, con la fuga del Presidente filo-russo Janukovic. Da lì poi ci fu la secessione dei filo-russi in Donbas (in parte riconquistato da Kyiv immediatamente) e l’annessione della Crimea da parte della Russia. Tale situazione è durata fino all’escalation di queste settimane.

Perché Putin sembra così ossessionato dall’Ucraina? Paura di avere un modello di democrazia alle soglie di casa? O c’è dell’altro?

Prima bisogna descrivere la Russia, partendo da due concetti basilari della sua politica estera.

Il primo è quello di mondo russo. Semplificando significa che l’autorità di Mosca si estende (per il Cremlino) anche laddove ci sono i russi rimasti fuori dai confini della Federazione russa dopo il collasso dell’URSS; cioè nell’estero vicino, che è il secondo concetto che ci interessa. Si tratta di un’espressione geopolitica russa che indica i cuscinetti protettivi che uno Stato è in grado di crearsi, evitando così di essere assediato sui confini casalinghi esercitando il proprio potere su quegli stessi cuscinetti, aumentando la propria profondità difensiva.

Tradotto nella contemporaneità: la Russia deve cercare di aumentare, o preservare, la propria influenza su quegli Stati che facevano parte dell’Urss. La grande sensibilità della Russia verso tale dinamica dipende da elementi strutturali, ben dimostrati dalla storia russa. Infatti, geograficamente parlando, il territorio russo è particolarmente difficile da difendere poiché senza barriere orografiche. Quindi, i vari imperi russi che si sono susseguiti nel corso della storia si vedevano minacciati da altri popoli particolarmente aggressivi. E lo erano. Come dimostrato dalla dominazione mongola e dalle feroci invasioni subite dai russi, da Napoleone alla Germania hitleriana. Lezione tratta dai russi: per difendersi dalle minacce bisogna espandere l’impero in ogni direzione, come formulato da diversi statisti della Russia zarista. O la Russia è impero o non potrà sopravvivere. Su questo punto occorre essere onesti: quasi mai una grande potenza nasce con intenti espansivi, il primo fine della volontà di potenza (che sia americana, russa o di altri) è sempre stato difensivo.

Non è ovviamente casuale l’enfasi sull‘Europa orientale, da dove son partiti gli attacchi più pericolosi per Mosca. Proprio lì il dittatore sovietico Stalin impose la «cintura di sicurezza» sovietica, in barba alle aspirazioni nazionali dei popoli lì presenti. Seguendo le proprie esigenze di sicurezza, la Russia ha schiacciato i suoi vicini. Questa è la tragedia delle relazioni internazionali.

Di qui discende il detto del magistrale diplomatico George Kennan (mente della dottrina del contenimento americano contro i sovietici nella Guerra Fredda), per il quale il problema della Russia, che fosse impero zarista o sovietico, risiedeva nell’avere vicini che erano o nemici o vassalli. Proprio da tutti questi elementi emerge un altro carattere peculiare della Russia, cioè che la sua grande ambizione e la volontà di esercitare timore sugli altri non può compensare un senso di insicurezza permanente. Che contribuisce a rendere la Russia difficilmente gestibile e, nelle parole di Churchill e Kissinger, enigmatica.

Ma proprio tale enfasi sull’estero vicino dimostra quanto la Russia sia ora vulnerabile. Putin è sotto la pressione tipica di chi sta a capo di una Potenza letteralmente con le spalle al muro, senza più profondità difensiva. Il che può portare a scelte poco lucide.

Infatti, il grande analista geopolitico George Friedman nel suo libro The next 100 years (dove cerca di prevedere la tendenze dell’attuale secolo) sottolineava che la Russia, proprio poiché più vulnerabile geograficamente, avrebbe iniziato verso gli anni 10/20 del secolo a mettere sotto pressione militare le buffer zones vicine ai suoi confini. Per Friedman tali azioni sarebbero sembrate offensive ma in realtà, da un punto di vista geopolitico, sarebbero state difensive.

In tale contesto, l’ Ucraina è centralissima per Putin per motivi culturali, storici e geopolitici. Storicamente, l’Ucraina è stata parte integrante dell’impero russo dal 1654. Ma era stato addirittura il territorio dove era nato il popolo russo molto tempo prima.

Nella percezione di Mosca, se la Russia non riuscisse a controllare l’Ucraina perderebbe la culla del proprio impero e con esso il suo status di grande Potenza. E sarebbe senza cuscinetti difensivi, quindi vulnerabile. Il che è esattamente l’incubo di Putin e non solo. Forse è stato tale elemento percettivo a spingerlo a lanciare l’invasione, non condivisa da diversi vertici militari e dell’intelligence russa.

Ciò non vuol dire giustificare tali azioni. Ciò non vuol dire neppure che l’Ucraina non abbia diritto a difendersi, anche facendo riferimento ad altre potenze. Anzi, proprio tale contesto rende necessario per Kyiv fare di tutto per la propria sicurezza.

Non solo, gli ultimi eventi dimostrano anche che se i Paesi dell’Europa orientale sono ora relativamente al sicuro è solo grazie all’allargamento NATO ad est. Qualcuno dirà che sia stato proprio l’allargamento NATO ad alzare le tensioni. Ci son sicuramente stati degli errori da parte dell’Occidente di cui si stanno pagando le conseguenze ora. Negli anni 90 si è persa l’occasione di stabilire un nuovo equilibrio di potenza reintegrando la Russia (un esempio storico in tal senso poteva essere la Francia dopo il congresso di Vienna). Non solo, si poteva essere più pragmatici nel valutare se la sistemazione territoriale post sovietica rispecchiasse le fedeltà nazionali.

Ciò non significa che l’allargamento NATO fosse sbagliato. Non abbiamo la controprova che Mosca non si sarebbe riespansa in ogni caso. I precedenti storici suggerirebbero il contrario. Per di più, in geopolitica i vuoti di potere non esistono, per i Paesi dell’Europa dell’Est era dunque un imperativo salvaguardare la propria indipendenza entrando nel sistema a guida americana.

Per gli USA era però sensato l’allargamento ad est della NATO? Per quanto questo sia stato criticato, oggi vediamo alcuni eventi che sembrano però confermare che fu una mossa giusta. Basti solo pensare che gli Stati est europei sono oggi i più filo-americani del continente, sicuramente i più affidabili. Senza loro la NATO sarebbe solo segnata dal rapporto con partner ritenuti poco affidabili, come la Germania.

Questo ragionamento sull’allargamento della NATO si applica pure all’Ucraina? Ci son diverse idee in merito.

Da un punto di visto puramente machiavellico, se gli USA e l’Occidente inglobassero l’Ucraina, non dovrebbero più preoccuparsi della Russia. E da diverse dichiarazioni di esponenti dell’establishment occidentale, vi è ad esempio una celebre frase di Brzezinski a riguardo, sembra emergere la consapevolezza di come, senza l’Ucraina, lo status russo scadrebbe.

Comunque, altri analisti, specie se realisti come Mearsheimer, hanno invece sottolineato che nell’attuale momento internazionale, sarebbe stato sconveniente lo scontro con la Russia per l’Ucraina. Sottolineando che la reale minaccia fosse la Cina, non la Russia.

O ancora, altri hanno addirittura sostenuto che un allargamento ulteriore dell’alleanza sarebbe stato sbagliato, in quanto l’America non avrebbe nemmeno avuto le risorse per difendere questi Paesi. Finendo così per auto-danneggiarsi per via della sua sovra-estensione.

In modo opposto, per altri gli USA non potevano non supportare la rivoluzione ucraina del 2014, anche in nome della propria credibilità verso gli Stati est europei e dei propri ideali. Riguardo alla Cina, questi sottolineano che il supporto a Kyiv sia funzionale nel mantenere una credibile deterrenza verso Pechino in difesa di Taiwan, per quanto sia improbabile che la Cina attacchi Taiwan in questi giorni a causa degli eventi ucraini. Infatti, per prendere Taiwan, la Repubblica Popolare dovrebbe combattere una guerra ben diversa e scollegata da quella ucraina.

Ciò che emerge è un quadro altamente complicato. Ci sono due dinamiche opposte, quella russa nel suo estero vicino e quella americana in Europa orientale, che sono vitali per entrambe le Potenze. E ci sono pure le legittime aspirazioni degli Ucraini. Gli eventi si sono accavallati in modo da rendere difficile la soluzione.

Le celebri proposte iniziali di Putin (ritiro delle installazioni NATO dalla Polonia, dalla Romania e fine politica della porta aperta e ridiscussione degli equilibri europei) erano nella media inaccettabili. Stupisce comunque l’inerzia americana sul dossier ucraino. Dopo 8 anni di status quo molto instabile (cioè di guerra nel Donbas) era inevitabile che qualcosa sarebbe successo.

Il risultato è ciò che stiamo vedendo, che in pochissimi si aspettavano. Risulta pure difficile capire se effettivamente la neutralizzazione dell’Ucraina, da non pochi indicata come possibile compromesso, potesse essere considerata accettabile dalle parti in causa, nonché da Putin. Dubbio legittimo dato che l’escalation finale è iniziata quando il negoziato era ancora possibile e dopo che gli USA avevano de facto escluso l’ingresso di Kyiv nella NATO nel medio termine.

Perché allora è iniziata l’escalation delle ultime ore? La risposta potrebbe risiedere nell’ossessione di Putin di poter perdere l’Ucraina, che segnerebbe negativamente la memoria della sua figura nella dinamica imperiale russa. Ciò emerge pure in uno dei suoi ultimi discorsi, dove ha negato l’esistenza di una nazione ucraina distinta da quella russa, quasi volesse fermare il corso di storia. In effetti è vero che l’Ucraina con questi territori fu un’invenzione di Lenin, e mettiamo il caso che una nazione ucraina non sia mai esistita (chi scrive non ha le competenze per dire ciò). Ciò non toglie che nuove nazioni possono nascere nel corso del tempo. E la tenacia mostrata dagli ucraini in queste ore è difficilmente definibile se non come espressione di un sentimento di appartenenza nazionale.

In ogni caso, una vittoria limitata dei Russi potrebbe divenire una sconfitta strategica. Partita per evitare il rafforzamento NATO in Europa orientale, l’offensiva potrebbe causare l’effetto opposto.

Anche se Kyiv dovesse cadere, le truppe russe potrebbero dover occupare un territorio ostile e troppo grande da controllare con i numeri dispiegati da Mosca. A quel punto si potrebbe scatenare la guerriglia, sempre complicata da combattere. Poi la NATO rafforzerebbe ancor di più la propria presenza nel suo fianco orientale, con Svezia e Finlandia sempre più inclinate verso l’Atlantico, non per forza formalmente. Non solo, tutti gli Stati NATO stanno irrigidendo gradualmente le proprie posizioni verso la Russia, nel magma incerto delle news si registra un’unità nella NATO che non si vedeva da tempo. Come testimoniato dai commenti veementi contro l’invasione del Presidente francese Macron, non certo un grande atlantista. Perfino la Germania sembra essersi convinta ad aumentare i suoi contributi finanziari alla NATO. Gli Stati occidentali da sempre morbidi con la Russia, spesso per via di politiche energetiche molto discutibili e ideologiche, si dicono pronti ad applicare le sanzioni più pesanti, anche l’esclusione dal sistema SWIFT. Addirittura, alcuni analisti come Caracciolo sottolineano che se la Russia non dovesse vincere velocemente la guerra, lo stesso regime sarebbe a rischio.

Siamo ovviamente nel regno dell’incertezza e della complessità. Dove l’alta posta in gioco potrebbe portare gli attori a non escludere anche le decisioni più irrazionali.

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