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Esteri Finestra sull'Europa

Il CETA: un manifesto di liberalismo dal destino (ancora) incerto

Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è un trattato commerciale che istituisce un regime di libero scambio fra il Canada e l’Unione Europea. Entrato in vigore provvisoriamente nel 2017, alla fine di settembre 2022 la Commissione Europea ha divulgato in un comunicato ufficiale i traguardi raggiunti nel primo lustro di operatività. I dati rilasciati tracciano uno scenario più che positivo: i traffici bilaterali di merci fra UE e Canada sono aumentati del 31%, portandone il valore complessivo a quota 60 miliardi. Particolarmente bene i settori agricoltura e alimentare, i cui scambi hanno subito un incremento del 41% con il plauso di Confagricoltura. Dell’11%, invece, è cresciuto l’ammontare degli scambi in servizi. Le esportazioni di beni dall’UE verso il Canada sono aumentate del 26%. Le aziende Canadesi hanno investito in questo arco di tempo più di 240 miliardi in UE, sostenendo crescita e posti di lavoro.

Come se non bastasse, il CETA ha conferito all’Europa un ruolo di partner privilegiato nel mercato delle materie prime Canadesi, eliminando i dazi e riducendo i rischi relativi a variazioni repentine di domanda. Le importazioni dell’UE di metalli di base dal Canada sono aumentate del 143% tra il 2016 e il 2021. Quelle di minerali del 131%. Anche per quanto riguarda il settore energetico si è riscontrato un aumento significativo delle importazioni dal Canada: sempre dal 2016 al 2021, è aumentato del 70%.

We now have five years of solid proof that CETA helps support jobs and growth in the EU, with no downsides. Thanks to CETA, EU-Canada trade has been on the up and up. It has supported an impressive 700,000 jobs in the EU. Every economic sector is benefiting. CETA has cemented our strong relationship with Canada, a trusted and like-minded partner.

 Valdis Dombrovskis, Commissario Europeo per il Commercio

Gli obiettivi del CETA però, non sono puramente volti alla crescita economica. Il 20 settembre 2017, il giorno prima dell’entrata in vigore provvisoria del trattato, il presidente della Commissione Europea dell’epoca Juncker presentava l’accordo così:

This agreement encapsulates what we want our trade policy to be – an instrument for growth that benefits European companies and citizens, but also a tool to project our values, harness globalisation and shape global trade rules.

Le parole dell’ex presidente sono chiare. Il valore della crescita ed il libero scambio sono riconosciuti e, anzi, rappresentano comunque il cuore pulsante e vitale dell’iniziativa. Ma il dispiegamento della piena libertà economica – che espande le possibilità materiali, creative e produttive di canadesi ed europei – deve avvenire nelle maglie larghe di alcuni principi etici di base riguardanti lavoro, ambiente e sostenibilità. Sono la proiezione ideale di una partnership politica – prima che economica – di due soggetti contraenti, i quali condividono la stessa visione del mondo, del diritto, dell’ambiente, degli standard lavorativi e di quelli qualitativi di beni e servizi. Non è un caso, per esempio, che il commercio bilaterale fra UE e Canada di beni eco-friendly sia cresciuto del 27%, portando il valore dei traffici totali da 4,6 miliardi di euro nel 2016 a 5,9 miliardi di euro nel 2021. La formula di Juncker “imbrigliare la globalizzazione” mi sembra particolarmente efficace a riassumere questo concetto.

Ma allora come mai, nonostante i clamorosi successi, il destino del CETA rimane (ancora) incerto? Per rispondere, è essenziale ricorrere ad un breve excursus storico.

Nascita e sviluppo del CETA

Il 4 giugno 2007, in un summit a Berlino, i leader di UE e Canada trovano un accordo per cominciare a studiare i pro e i contro di uno stretto partenariato fra le due economie. Il 17 ottobre 2008 nel summit UE-Canada di Montreal si decide che una prima versione dello studio debba essere ampliata. Il 6 maggio 2009, in un summit a Praga, la nuova ricerca viene considerata sufficiente e ad ottobre prendono piede i primi negoziati, i quali proseguono per i successivi quattro anni. La firma di un accordo preliminare, contenente alcuni principi di base del CETA, da parte del primo ministro canadese Harper e dell’allora presidente della Commissione europea Barroso segna una prima importante svolta nella costituzione del trattato il 18 ottobre 2013. I negoziati, comunque, si concludono ufficialmente il 1° agosto 2014, ed il testo integrale del CETA viene rilasciato a fine settembre dello stesso anno.

Inizialmente, la Commissione presenta l’idea del CETA come un “exclusive agreement”, in modo da bypassare la ratifica dei singoli Stati membri per arrivare alla sua approvazione definitiva. Fin da subito, però, la linea della Commissione viene contrastata dal Consiglio Europeo e, in una successiva versione, si parlerà esplicitamente di “mixed competence”, ovvero di un accordo la cui accettazione è sottoposta alla valutazione sia della Commissione, sia dei singoli stati membri.

Ad inizio ottobre 2016, mese in cui è prevista la firma del CETA, il Belgio annuncia di non poter sottoscrivere il trattato poiché non v’è consenso unanime di tutti i governi regionali, in particolare quello della Vallonia (una delle tre regioni del Belgio, insieme a Fiandre e Bruxelles). Nonostante gli sforzi diplomatici del viceministro canadese, il 14 ottobre, il parlamento della regione boccerà il trattato con 46 voti contro 16.

Il rifiuto della Vallonia rischia di mettere a repentaglio la firma dell’accordo, così UE e Canada concordano l’istituzione di un Joint Interpretative Instrument (JII). Ovvero, uno strumento con lo scopo di chiarire per filo e per segno le intenzioni dei soggetti contraenti e, nello specifico, di tutte quelle parti del CETA che avevano trovato risalto più o meno negativamente nel dibattito pubblico.

Lo strumento riesce a sciogliere le riserve del parlamento vallone, il quale finalmente si risolve nel conferire autorità al ministro degli esteri dell’epoca Didier Reynders di firmare il trattato. Ancora oggi, però, il processo di ratifica da parte del Belgio è in stallo, così come lo sono quelli di Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Polonia e Slovenia. I paesi che, invece, hanno ratificato il trattato sono, a giugno 2022: Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Olanda, Portogallo, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia.

Le principali remore di alcuni governi e parlamenti nazionali riguardano questioni di sovranità nazionale (non che se ne avesse qualche dubbio), sicurezza alimentare, interessi di agricoltori, commercianti e consumatori, l’istituzione di un tribunale della CETA come sistema per risolvere controversie, et cetera. La Jean Monnet Network on Transatlantic Trade Politics riporta molto sinteticamente quali sono stati i dibattiti sul trattato per ogni Stato membro. Per l’Italia – la quale non ha ancora ratificato il CETA – i maggiori ostacoli partitici degli ultimi anni sono stati Movimento 5 Stelle e Lega, i soggetti che maggiormente hanno incarnato l’antieuropeismo ed il populismo sovranista. Al di fuori dello stretto giro politico, gli oppositori del trattato sono state associazioni ambientaliste, agricole o sindacati come la CGIL. Attualmente, con la ribalta di Fratelli d’Italia ed un parlamento a trazione centro-destra, la ratifica definitiva del CETA sembrerebbe essere ancora molto lontana. L’argomento più diffuso fra quelli mossi contro il CETA nello stivale pare essere il sospetto che l’aumento delle importazioni comporterebbe lo smantellamento degli standard qualitativi dei prodotti alimentari. Questo è per altro (e di nuovo senza che ne avessimo il benché minimo dubbio) l’argomento più fallace: nessun prodotto alimentare può entrare in UE se non rispetta gli standard qualitativi UE.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è la seguente: questi cinque anni di innegabili, sostanziali successi, basteranno sbloccare la situazione in stallo? Di fronte alla realtà dei fatti, sarà ancora possibile per i sovranisti accusare il CETA ed il libero mercato di distruggere dei settori i quali stanno invece crescendo precisamente grazie al CETA e ad il libero mercato? E non lo dicono soltanto i dati che già di per sé sarebbero sufficienti, ma sorvoliamo. Lo confermano anche il già citato plauso di Confagricoltura e l’insistenza della CIA-Agricoltori Italiani per mettere all’ordine del giorno ed in fretta la ratifica definitiva del CETA.

Lo scopriremo soltanto vivendo.

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1 comment

Dario+Greggio 06/10/2022 at 13:53

basteranno A sbloccare

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