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I liberaldemocratici soffrono della sindrome di Stoccolma

sindrome di stoccolma dei liberaldemocratici verso il PD

il 10 Marzo Carlo Cottarelli ha presentato ‘Programma per l’Italia’, il comitato scientifico composto da circa 20 membri di area liberaldemocratica. A tale iniziativa stanno partecipando tre partiti, ovvero Azione, Più Europa e il Partito Repubblicano, e le associazioni ALI e i Liberali. Per chi non lo sapesse, ALI è il rimasuglio di Fare per Fermare il Declino facente capo ad Alessandro De Nicola. Fin qui tutto bene…o no?

La risposta è, come sempre in questi casi, dipende. La verità è che il comitato è partito zoppo, viste le tantissime assenze che saltano facilmente all’occhio. Marco Bentivogli, fondatore di Base Italia, ha spiegato a Formiche.net “di valutare positivamente questa nuova iniziativa”, ma ha aggiunto “di essere contrario alla logica dei veti”, sostenendo la necessità di dialogo con i riformisti del PD, Italia Viva e Mara Carfagna. La Fondazione Luigi Einaudi esprime una posizione simile. Non c’è traccia infatti di aperture a Italia Viva, né a Voce Libera di Mara Carfagna. Non vengono considerati nemmeno Liberi Oltre, che già nel 2019 lanciò a Villa Torretta diversi tentativi di riforma e oggi costituisce un importante centro culturale, Ricostruire, che ha scandito il primo lockdown con proposte di policy, nè il PLI.

Lungi da me sostenere che serve mettere insieme tutti a freddo, sarebbe dannoso se non impossibile, né tantomeno asserire che tutti questi soggetti abbiano la medesima consistenza o la medesima importanza a livello nazionale. Eppure c’è un enorme differenza tra fare una minestra indigeribile e soffocare nella culla tra veti incrociati. Quello che emerge è un’insofferenza generalizzata nei confronti di chi non ha posizioni identiche alle proprie. Non bisogna dimenticare che i grandi partiti che hanno governato l’Italia, a prescindere da come l’abbiano fatto, tenevano al proprio interno sensibilità molto diverse tra loro. Questo tasto è particolarmente dolente perché Più Europa, l’unico partito liberaldemocratico contendibile, in queste settimane è stata lacerata da una dialettica interna francamente indecorosa, per non dire deprimente: il PD a confronto è compatto come una falange romana.

Proprio il Partito Democratico sta diventando un vero e proprio problema per Più Europa, Azione e Italia Viva, che fanno proposte completamente antitetiche a quelle dei dem ma sembrano sempre pendere dalle loro labbra. Il nuovo segretario eletto all’unanimità, Enrico Letta, si è precipitato a parlare veramente con chiunque, inclusa Giorgia Meloni, ma ha lasciato Renzi per ultimo (Della Vedova non pervenuto). Anche se Italia Viva (come Più Europa) sostiene inspiegabilmente la maggioranza giallorossa in Lazio, il leader ha chiarito che a livello nazionale l’alleanza con Conte e “nuovo” M5S è improponibile. Le asperrime critiche dell’ex ministro neoborbonico Provenzano, ora vicesegretario con Irene Tinagli, contro l’iniziativa guidata da Cottarelli è un ulteriore indizio. La Tinagli è la reificazione di un altro problema: tanto acclamata dai libdem, a ragione vista la sua competenza, non ha fatto attendere per gli attacchi a Calenda. Il leader di Azione sarebbe colpevole di aver dichiarato a Piazzapulita, la trasmissione di Formigli su La7, che il PD rinviava le primarie a Roma continuamente perché cercava di prendere tempo e trovare una quadra coi cinque stelle. Giorgio Gori, sindaco di Bergamo e uno dei pochi riformisti-liberali rimasti nel PD, ha dichiarato che il suo partito avrebbe dovuto sostenere la candidatura di Calenda nella capitale. A ruota è arrivata la tonitruante e piccata replica di Monica Cirinnà: “un sindaco del PD che vuole per Roma un sindaco di un partitino del 3% che per avere visibilità denigra sempre il PD. Suggerisco di candidarlo a Bergamo.”

Il problema a mio avviso non è tanto l’ostilità di un partito di sinistra nei confronti di liberali e riformisti, pur progressisti, ma è che quest’ultimi siano in attesa di una redenzione di chi ha scelto una legittima e diversa strada. Letta ha ribadito che l’alleanza del Conte bis vada preservata e sta cercando degli accordi con Conte, nuovo capo politico del Movimento 5 Stelle, anche per le amministrative. Personalmente continuo a pensare che, così facendo, il PD abbia scelto il declino, la decrescita, lo statalismo, il giustizialismo e l’incompetenza che, pertanto, sia un problema serio per la coesione sociale.

La differenza rispetto alla segreteria Zingaretti è il posizionamento di qualche esponente della minoranza riformista nella segreteria. Dal punto di vista delle proposte, del posizionamento e della dialettica con le altre forza politiche, tuttavia, nulla è cambiato. Illudersi che sia diverso solo perché Letta ha oggettivamente uno spessore diverso da Zingaretti è un’illusione, una baggianata. Anzi, è addirittura una truffa nei confronti di chi ha aderito al vasto mondo di forze liberali e riformiste esistente proprio perché non ritiene il PD adatto a governare e cambiare un Paese che deve parte del suo declino anche al PD stesso.

È triste che, anziché rompere gli indugi e impegnarsi nel costruire un’offerta politica radicalmente alternativa all’esistente, resti perennemente un velo di subalternità al Partito Democratico. Quante volte ci siamo sentiti dire che “le alleanze dipendono dalla legge elettorale”? Sarò un ingenuo idealista, ma pensare di allearsi con chi ha detto e fatto il contrario di ciò in cui si crede “perché c’è il maggioritario o il Rosatellum” è di una tristezza alienante, oltre che essere una discreta barriera all’entrata per elettori e militanti. Questo atteggiamento inspiegabile è un danno tanto per i diretti interessati quanto per i cittadini, che rischiano di vedere disperso un valido patrimonio politico al momento del voto. La nottata come sempre passerà, la sindrome di Stoccolma dei liberaldemocratici, invece, chissà.

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