Politica estera

Hong Kong brucia

Il Falò della Democrazia a Hong Kong Lambisce Taiwan

Un portavoce cinese ha ricordato che norme e leggi consentono, su richiesta delle autorità di Hong Kong, un intervento dell’Esercito di Liberazione cinese per l’ordine pubblico nella ex colonia. E poi ha aggiunto, riguardo a Taiwan, che l’uso della forza non può essere completamente escluso a priori da parte di Pechino per la riunificazione dell’isola alla madrepatria. Una doppia dichiarazione che costituisce, per fortuna, solo un messaggio politico in particolare a quegli esponenti americani che definiscono la nuova vendita di armi Usa a Taiwan un messaggio politico forte per Pechino. Un messaggio per Washington ma anche per le opinioni pubbliche di Hong Kong e di Taipei.

Perché è ormai evidente un fatto: Hong Kong e Taiwan sono strettamente collegate. Politicamente e geopoliticamente. In queste settimane, su entrambi questi fronti, ci sono situazioni critiche: ad Hong Kong proseguono le proteste di buona parte della società civile dell’ex colonia inglese contro la ‘legge sull’estrazione’ anche oggi che è stata ‘sospesa’ dall’autorità di governo locale. Attorno a Taiwan invece si riscalda il clima geopolitico fra Stati Uniti e Cina a causa in particolare dell’annunciata vendita di armi americana per oltre due miliardi di dollari a Taipei.

Le due parti, Hong Kong e Taiwan, come dicevamo, sono molto legate, politicamente e geopoliticamente: quando nel 2014 nella Regione Amministrativa Speciale ha preso corpo il cd movimento degli ombrelli, ciò ha avuto ripercussioni nella vicina democrazia taiwanese. Alle successive elezioni presidenziali del 2018 a Taiwan, il KMT, il Partito nazionalista di orientamento non sfavorevole al riavvicinamento alla Repubblica Popolare, ha perso clamorosamente a favore del Partito democratico progressista, il DPP tendenzialmente favorevole alla cosiddetta ‘indipendenza’ di Taiwan rispetto a Pechino. Poi la nuova amministrazione democratico-progressista è stata relativamente accorta nelle relazioni con la Repubblica Popolare, anche perché ormai il processo di integrazione economico Pechino-Taipei è molto intenso. Ma comunque le tensioni politiche sugli Stretti di Formosa sono aumentate. Sia come sia, anche per effetto di contagio politico fra Hong Kong e Taiwan, il movimento degli ombrelli ha favorito l’allora opposizione democratico progressista ritenuta anti-cinese. 

In realtà, il legame politico e geopolitico Hong Kong-Taiwan è ancora più stretto: per una semplicissima ragione. Il tema ‘Un Paese, due sistemi’, escogitato da Deng per arrivare al ritorno dell’ex colonia inglese alla Cina, è una formula che in teoria dovrebbe aprire la via alla riunificazione anche di Taiwan con Pechino. In teoria, ovviamente, perché il processo dalle parti di Taipei è molto molto più complesso.

D’altro canto tutto l’assetto delle relazioni fra Usa e Cina è stato costruito dall’allora amministrazione Nixon, (segretario di stato Henry Kissinger che continua ad essere uno dei massimi esperti di Cina, basta leggere il suo saggio ‘On China’), sotto il manto di una formula diplomatica che ha consentito allo stesso tempo, il riconoscimento americano della ‘One China policy’, pilastro della politica internazionale di Pechino, e ha permesso a Washington di non abbandonare Taipei.

Ora con l’amministrazione Trump (consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, che non pare avere l’esperienza di Kissinger o di Jeffrey Bader, consigliere per l’Asia nella primissima fase dell’amministrazione Obama), tanto per cambiare, le cose si complicano un pochino. Donald Trump ha iniziato il suo mandato con una telefonata con la presidente di Taiwan. Il suo consigliere per la sicurezza nazionale, a suo tempo, aveva fatto dichiarazioni percettibilmente assertive su Taiwan. Ed ora arriva questa vendita di armi americane a Taipei. Si ricorderà che uno dei primissimi atti della strategia del ‘Pivot to Asia‘ dell’allora amministrazione Obama, (elaborata e implementata, dopo la fine dell’ipotesi strategica del G2 sino-americano che aveva lasciato supporre l’inizio di un’era di cooperazione strategica fra le due nazioni per la governance globale), era stato proprio una consistente vendita di armi a Taiwan. Insomma la questione ‘armi Usa a Taipei‘ plana regolarmente sul tavolo quando Washington vuole mandare messaggi forti a Pechino. Anche stavolta Pechino non ha gradito la mossa americana, e tanto per stare nello ‘spirito dei tempi’ trumpiano ha deciso ‘sanzioni’ contro le aziende americane coinvolte, come ha detto, nella vendita di armi a Taiwan.

Insomma da un lato, ad Hong Kong, continuano le proteste di piazza; dall’altro lato, attorno a Taiwan si ravviva la tensione fra Cina e Stati Uniti. Ovviamente come dicevamo la situazione politica di Hong Kong e quella di Taiwan appaiono legate come legate sono l’evoluzione politica dell’ex colonia inglese e dell’isola con il quadro geopolitico locale e mondiale.

Che accadrà? Moltissimo dipende dalle scelte cinesi. La Cina, a nostro avviso, ha un doppio interesse politico-strategico: verso Hong Kong, ha interesse a stabilizzare la situazione politica. Le proteste di queste settimane mostrano una fortissima insofferenza di un rilevante settore della società civile dell’ex colonia inglese. Problemi sociali, (gli immigrati dalla Cina continentale, e l’aumento dei prezzi delle case), ne sono la base. Assieme alla tendenza alla ‘sinizzazione’ dell’ex colonia inglese messa in atto da Pechino e che crea fortissimi malumori e paure in settori consistenti di Hong Kong. La piazza popolare di Hong Kong, in assenza di altre istituzioni politiche rappresentative forti, è diventata essa stessa una istituzione politica rappresentativa. Pechino deve tenerne conto: per ovviare all’evidente deficit di rappresentanza del sistema politico di Hong Kong; e per evitare ripercussioni su Taiwan. 

L’altro interesse politico (e strategico) di Pechino infatti risiede proprio a Taiwan. Il prossimo anno, nel 2020, si terranno nuovamente elezioni presidenziali nell’isola. Per ora, in una eventuale competizione elettorale a due fra la attuale Presidente democratico progressista e il candidato nazionalista, vi è un testa a testa. L’interesse politico di Pechino sarebbe quello di evitare la riconferma della presidente attuale e quindi quello di favorire la vittoria del candidato del KMT. Ma per raggiungere questo obbiettivo Pechino deve stare bene attenta alle sue mosse ad Hong Kong. Qualsiasi azione sbagliata nella Regione Amministrativa Speciale lederebbe i suoi interessi a Taiwan, oltre a rendere ancora più complessa la situazione nella ex colonia inglese. In questo quadro, gli interventi repressivi ‘indiretti’, oltre ad essere autoritari, sono solamente azioni di brevissimo respiro.

Al contrario una apertura istituzionale ad Hong Kong oltre a ri-assorbire almeno in parte la protesta della piazza e della società civile dell’ex colonia, potrebbe favorire i Nazionalisti a Taiwan: essa sarebbe, secondo noi, una valida soluzione strategica di medio periodo nonché di apertura civile. 

Tutto questo ragionamento porterebbe a dire che Pechino alla fin fine dovrebbe favorire una qualche apertura ‘istituzionale’ nella Regione Amministrativa Speciale. Purtroppo le cose non sono affatto semplici. In primissimo luogo, il conflitto economico globale fra Usa e Cina tende a favorire un clima nazionalistico anche a Pechino, un clima ostile ad aperture anche nell’ex colonia inglese. In secondo luogo, le tensioni fra Cina e Usa hanno già iniziato a scaricarsi, come abbiamo accennato prima, proprio attorno a Taiwan e ciò potrebbe favorire le proteste ad Hong Kong e le posizioni ‘indipendentiste’ a Taiwan. Quindi la strategia di Pechino in chiave di apertura è complicata, seppur più ovvia razionalmente; mentre appare più ‘semplice’ un approccio assertivo sia ad Hong Kong che verso Taiwan.Ciòinduce ad un certo pessimismo attorno all’asse Hong Kong-Taiwan. D’altra parte però, fissare paletti per una apertura nell’ex colonia ed esercitare una certa prudenza su Taiwan, ovvero scegliere una ‘via mediana’ in entrambi i fronti, non è una cosa impossibile per Pechino. Comunque il punto fondamentale che qui intendiamo sottolineare è il forte linkage esistente fra situazione ad Hong Kong e situazione a Taipei. Questo linkage, nonostante il clima internazionale di conflitto economico strategico ci propone comunque nel lungo periodo un pochino di ‘ottimismo’: alla fine, nonostante tutto, Hong Kong è precisamente quello che molti negano, ovvero il laboratorio politico del ‘mondo cinese’. In primo luogo lo è proprio per Taiwan. In secondo luogo, può esserlo per l’intera Cina. Prima o poi questo dato di fatto, secondo noi, si imporrà.

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Claudio Landi

Giornalista parlamentare, Corrispondente dal Senato. Si occupa anche di politica e economia del continente Asiatico. Su questi temi cura la trasmissione settimanale ‘L’Ora di Cindia’, dedicata proprio all’Asia. Autore di libri come: ‘Buongiorno Asia’, edizioni Vallecchi; ‘Il Dragone e L’Elefante’, Edizioni Passigli; ‘La Nuova Via della seta’, Edizioni O/Barra. Autore di numerosi saggi e pezzi riguardanti l’Asia, su riviste specializzate, in particolare su Il Mulino, Asia Major, Reset, su giornali come Europa nonchè sul più importante magazine progressista Indiano, ‘Frontline’. Ha tenuto numerose conferenze presso le più importanti università di New Delhi dove si reca costantemente da oltre venti anni. Autore di una Newsletter settimanale sull’Asia, ‘Good Morning Asia’, nonché del sito dedicato all’Asia.

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