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Hayek, Rand e il collettivismo che unisce i socialismi

Dal Nazismo al Fascismo, dal Socialismo al Comunismo, tutti i movimenti totalitari sono uniti da un fil rouge. Cioè annichilire l’individuo, riversarlo nella dimensione collettiva, togliergli identità e dignità. A partire dagli anni Trenta-Quarata, piccoli gruppi intellettuali anticollettivisti hanno tentato di riportare la libertà e l’unicità della persona al centro dell’attenzione politica. A distanza di pochi anni rispetto alle pubblicazioni che li hanno resi celebri, Friedrich von Hayek e Ayn Rand si sono dedicati parecchio al rigetto del collettivismo, dunque del Socialismo. Il collettivismo, spiega Rand (Capitalism: The Unknown Ideal) «non predica il sacrificio come mezzo temporaneo per qualche fine desiderabile. Il sacrificio è il suo fine».

La dimensione collettivista è contro l’indipendenza dell’uomo, il suo successo, la sua prosperità e la sua felicità, argomenta Rand. Il collettivismo sostiene che l’individuo non ha diritti e che il frutto del suo operato appartiene al gruppo. Il gruppo, poi «può sacrificarlo come suo capriccio ai propri interessi». Va da sé, dunque, che «l’unico modo per attuare una dottrina di questo tipo è con la forza bruta», continua Rand (The Virtue of Selfhishness). E non è un caso che tutti i socialismi, a destra e a sinistra, nel perseguire il collettivismo spinto abbiano fatto largo uso della violenza. Nell’ottica del collettivista, necessariamente anti-individualista, all’uno pensano i molti, ma non per benevolenza, quanto per volontà di controllo. Sono gli “altri” a pensare per il singolo, il quale, con il tempo, perde il suo spirito critico e si fa fagocitare dalla macchina collettivista.

In prospettiva liberale si parla di collettivismo come una dimensione che unisce tutti i socialismi e le ideologie simil-religiose e gregarie. Il conservatore Giovannino Guareschi scrisse a proposito di una terza narice che facesse entrare in corpo il pensiero del partito. Questa, «non è una prerogativa dei comunisti, ma di tutti coloro che rinunciano a pensare con la propria testa a favore delle direttive del partito». Si applica a chi crede nel collettivismo e svilisce la dimensione individuale. La terza narice serve a far arrivare al cervello le direttive del partito. Il collettivismo è un invito a non pensare; a non essere lucidi; a ripetere dogmi inneggianti alla pluralità rispetto che all’individuo.

Secondo von Hayek, comunisti e nazisti adoravano lo statalismo e il collettivismo. In maniera rivoluzionaria, in The Road to Serfdom, il pensatore austriaco gettò le basi per accomunare il Socialismo al Fascismo sotto la campana del collettivismo. In epoca di egualitarismo spinto ed imposto, collettivismo socialista di destra e di sinistra, Hayek ebbe il coraggio di svelare al mondo il segreto di Pulcinella. E cioè che nella società la battaglia è tra la libertà e la schiavitù, tra rispetto dell’individuo e aggregazione collettivista. Soprattutto puntò il dito contro il paternalismo repressivo del Partito o dello Stato, dell’odio sociale e di classe. Aspetti, questi, che appartengono ai tutti i socialismi che usano il collettivismo come elemento di aggregazione e controllo sociale.

I collettivisti ammirano la violenza e la giustificano in base ai voleri della massa. Non è un caso che disprezzino dunque l’impresa privata e sposino la dimensione collettiva e dirigista. Ci sono collettivisti di spada (più grezzi – il manganello dei fascisti) e di toga (più raffinati – l’egemonia culturale dei comunisti). Mario Vargas Llosa (Il richiamo della tribù) ha spiegato che per Hayek «soltanto l’individualismo, la proprietà privata e il capitalismo di mercato garantiscono la libertà politica. Il processo inverso conduce, prima o poi, al fallimento economico, alla dittatura e al totalitarismo.» Lo scrittore peruviano ricorda il coraggio di Hayek nel teorizzare durante l’ascesa dei totalitarismi una sostanziale uguaglianza tra Comunismo, Socialismo e Nazismo. Hayek, infatti, sovrappose le filosofie totalitarie. Stabilì che entrambi erano per il dirigismo economico e la pianificazione, dunque, la scomparsa dell’individuo e dell’individualismo.

Ayn Rand era d’altra parte più esplicita nel formulare il collettivismo come ponte tra socialismi di destra e sinistra. «Il Socialismo può essere stabilito con la forza, come nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche – o con il voto, come nella Germania nazista (nazionalsocialista)» (The Virtue of Selfishness). La scrittrice definì il Socialismo come «una teoria o un sistema di organizzazione sociale che sostiene l’attribuzione della proprietà e del controllo dei mezzi di produzione, del capitale come della terra, ecc. alla comunità nel suo insieme» (Capitalism: The Unknown Ideal). Appartenere alla comunità è un concetto che i totalitarismi collettivisti-socialisti (di destra e di sinistra) hanno utilizzato parecchio.

Da una parte, il Socialismo «sostiene l’attribuzione della proprietà e del controllo alla comunità nel suo insieme […] allo Stato». Dall’altra, il Fascismo «lascia la proprietà nelle mani degli individui privati, ma trasferisce il controllo della proprietà al governo» (ibid.). Una sottigliezza da poco considerando l’annichilimento dell’uomo e della sua proprietà. «La proprietà senza controllo è una contraddizione in termini. […] In questo senso, il Socialismo è la più onesta delle due teorie. Dico “più onesta”, non “migliore”». Infatti, «entrambe provengono dallo stesso principio collettivista-statalista, […] negano i diritti individuali e subordinano l’individuo al collettivo, […] consegnano il sostentamento e la vita dei cittadini al potere di un governo onnipotente» (ibid.).

Rand scrisse a proposito di una dittatura dei ricchi (Fascismo) o una dittatura dei poveri (Comunismo). Ma pur sempre una dittatura: autoritarismo collettivista, anti-individualista. «Fascismo e Comunismo non sono due opposti, ma due bande rivali che si contendono lo stesso territorio». Entrambi «sono varianti dello statalismo, basate sul principio collettivista che l’uomo è uno schiavo senza diritto dello Stato […] che sotto entrambi i sistemi, i poveri sono schiavizzati e i ricchi sono espropriati a favore di una cricca al potere […] che il Fascismo non è il prodotto della “destra” politica, ma della “sinistra” […] che la questione di base non è “ricchi contro poveri”, ma l’uomo contro lo Stato o i diritti individuali contro il governo totalitario» (ibid.). In altri termini, capitalismo contro Socialismo. Individualismo contro collettivismo.

A sottolineare il fatto che i socialismi di destra e di sinistra trovino terreno comune nel collettivismo è la strenua opposizione di Fascismo e Comunismo nei confronti del liberalismo. In altri termini, i socialismi non sono accomunati solo dal collettivismo, ma dall’astio nei confronti del liberalismo. Liberalismo sia a livello filosofico, che politico, che economico. È naturale che quest’ultimo sia il grande nemico del collettivismo dal momento che mette l’accento sull’individuo. Oltre all’opposizione al liberalismo, c’è anche l’uso della violenza. Scrive Madeleine Albright (Fascism. A Warning): «Ciò che rende un movimento fascista non è l’ideologia ma la volontà di fare qualsiasi cosa sia necessaria – compreso l’uso della forza e il calpestare i diritti degli altri – per ottenere la vittoria e comandare l’obbedienza».

Alla voce “Fascismo” sull’Enciclopedia Treccani emerge una citazione di Benito Mussolini – intimamente socialista. In un discorso il Duce spiegò che il liberalismo classico «sorse dal bisogno di reagire all’assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da quando lo stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà popolare». Inoltre, la «sola libertà che possa essere una cosa seria [è] la libertà dello Stato». Lo Stato che decide, fa, briga e disfa è l’operazionalizzazione del collettivismo in ambito sociale. Il dirigismo che annienta l’iniziativa individuale. Non è un caso che Hayek temesse la questione del piano dirigista e Rand definisse il capitalismo come unico sistema in grado di creare ricchezza.

Tutti i socialisti, tutti i nazisti, tutti i comunisti e tutti i fascisti odiano i liberali e adorano il collettivismo. Dunque, il vero avversario del socialismo è il liberalismo – e dunque quello del collettivismo è l’individualismo. Alberto Mingardi (La verità, vi prego, sul neoliberismo) ha spiegato che «buona parte della politica contemporanea […] è […] alla ricerca affannosa di qualcosa da mettere “prima degli egoismi individuali”, ovvero prima delle persone, qualsiasi cosa sia. […] La divisione politica oggi è fra quelli che non si perdono di non aver ridistribuito abbastanza, e quelli che vogliono distribuire di più […]; non c’è nessuno che si metta dalla parte del singolo individuo, non come parte di un gruppo, non come donna, immigrato, disoccupato, negoziante, insegnante, impiegato pubblico, contribuente, ma come persona

Il collettivismo, che è l’anticamera del totalitarismo (degenerazione che ha toccato tutti i socialismi: Nazismo, Fascismo e Comunismo), disprezza la persona e l’individuo. Il collettivismo preferisce federare il singolo all’interno di una brodaglia sociale dove la sua identità è annacquata e distrutta. Dove uno vale uno. Dove non ci sono differenze. Il tutto è riempito dall’ideologia di turno. Destra o sinistra poco conta, dal momento che il denominatore comune è sempre il collettivismo. Il collettivismo che per sua natura è distributivo, clientelare, basato sull’odio di classe. Come ai tempi di Hayek e di Rand, ancora oggi, la vera grande sfida è ancora, come sempre, tra libertà e schiavitù. Tra libertà e collettivismo, tra liberalismo e socialismo. Cambiano i nomi, le facce. Restano le idee. Resta l’individuo e la sua proprietà.

1 comment

Dario+Greggio 03/10/2021 at 19:40

Indubbiamente, molto vero.
Io che penso sempre al futuro, sono convinta che il futuro “socialista” di Star Trek era (sarà) oltre questi limiti: collettivismo ma NON a discapito del singolo (e ovviamente della proprietà, che non esisterà più nei termini in cui la conosciamo)

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