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Una galassia di stereotipi: la Fondazione di Asimov secondo Apple

Quando si arriva alla fine della Trilogia Galattica di Asimov, si ha l’impressione di aver letto un manuale di politica ambientato in un Alto Medioevo spaziale.

La storia ruota intorno alla Fondazione, l’equivalente di un monastero benedettino costruito alla periferia dell’universo. Il suo compito ufficiale è puramente accademico: custodire e tramandare tutto il sapere dell’umanità.
Quando però l’Impero galattico crolla, la Fondazione si ritrova protagonista di una spettacolare ascesa, che tra regni barbarici, tecno-religioni, mutanti telepatici e insidiosi alter-ego la porterà a espandere pian piano il suo dominio e a ristabilire la civiltà dopo appena mille anni invece dei trentamila previsti.

Un’impresa non proprio banale, che richiede spiccate capacità strategiche e diplomatiche: in una parola, politiche.
Nel corso della trilogia, infatti, ogni nuova generazione della Fondazione avrà un suo eroe o una sua eroina, che dovrà farsi strada nella società, sfidandone i pregiudizi, per poter affrontare di testa sua i nemici esterni e superare le crisi.  

Qualcosa di simile leggiamo nei libri di storia, e di fatto quello di Asimov è un libro di storia.
Tecnologie mirabolanti e grandiosi fenomeni astrali compaiono, certo, ma non sono mai determinanti ai fini della trama. Con lance e frecce la vicenda sarebbe stata pressoché identica.
Come identico è l’enigma che percorre tutto il libro: la storia umana è fatta solo di tendenze plurisecolari e di enormi movimenti di masse, oppure deve altrettanto alle abili scelte di singoli individui?

Con tali premesse, c’erano gli elementi per fare una magnifica serie tv.
Le scene dei tre romanzi sono quasi solo dialoghi, quindi non richiedevano un grande budget per essere adattate. Si tratta peraltro di dialoghi potenti, brillanti, ricchi di colpi di scena, che tengono col fiato sospeso per pagine e pagine. Inutile aggiungerlo, dialoghi non privi di umorismo.
Insomma, un paradiso per qualunque sceneggiatore…

…ma nella serie di Apple TV di tutto questo non c’è traccia.
I suoi sceneggiatori hanno preso quel materiale così promettente, l’hanno buttato nel bidone della carta, sono ripartiti da zero e hanno filmato un’altra storia.
Bella? Brutta?
Agli abbonati l’ardua sentenza: qui ci limitiamo a portare qualche esempio.

Dal momento che otto ore e mezza di girato coprono a malapena le prime 70 pagine del primo romanzo, non consideriamo uno spoiler quanto stiamo per raccontare – se la vostra soglia spoiler è inferiore alle 70 pagine, fermatevi qui!

Il primo leader che emerge fra i coloni della neonata Fondazione è Salvor Hardin. Nel libro originale, Hardin è uno scaltro sceriffo che fuma il sigaro e che usa la logica simbolica per dedurre dai discorsi degli altri le loro vere intenzioni. Fisicamente Asimov lo descrive come “massiccio”.
Quando uno dei pianeti barbari vicini, Anacreon, mette la Fondazione di fronte alla scelta tra sottomettersi o venire invasa, gli esangui scienziati che la governano si ostinano a non reagire, nella pia convinzione che l’Impero accorrerà in loro difesa.

Hardin si chiedeva per quale ragione gli scienziati fossero pessimi amministratori. Forse erano troppo abituati alle inflessibili leggi che regolano i fenomeni fisici, e del tutto ignari della tendenza al compromesso che contraddistingue molti uomini.

In epoca di pandemie, cambiamenti climatici e isterismi sulla scienza che non viene ascoltata, già questa osservazione di Asimov da sola sarebbe valsa tutta la serie. Ma proseguiamo.

Per mostrare ai riluttanti accademici che nessuna autorità celestiale verrà a punire i bulli e a proteggere i secchioni, Hardin analizza tramite il simbolismo logico il trattato che regola i rapporti tra l’Impero e i barbari di Anacreon.

“Come potete vedere, signori, circa il 90% del testo è stato scartato come privo di significato, e le conclusioni ricavate possono essere riassunte nei seguenti due punti, veramente interessanti. Obbligazioni di Anacreon verso l’Impero: nessuna. Influenza dell’Impero su Anacreon: nessuna”.

Quindi analizza le parole dell’ambasciatore imperiale che era giunto tra di loro:

“Signori, in cinque giorni di discussioni non ha detto assolutamente nulla, ed è riuscito a fare in modo che non ve ne accorgeste. Ecco tutte le assicurazioni che vi ha dato il vostro prezioso Impero”.

Ma l’establishment esita ancora, e l’attacco dei barbari ha inizio. Come fa Hardin a salvare la situazione?
Con un vero colpo da maestro: avverte altri tre pianeti barbari che se Anacreon metterà le mani sulla tecnologia atomica della Fondazione saranno guai anche per loro. Solerti, gli altri tre intervengono subito e gli invasori si ritirano. Gocce di sangue versate: zero.
Una soluzione diretta, limpida, perfetta. Come una punizione di Pirlo. Come un servizio di Federer. Come la “crociata” di Federico II di Svevia. Da capogiro.

Passiamo invece alla serie Apple.

Nella serie, Hardin è una donna nera. Fin qui nessun problema: le qualità del personaggio non dipendono di certo dal sesso e men che mai dal colore. È facile immaginare una sceriffa nera corpulenta e fumatrice che usa la logica simbolica per carpire le intenzioni degli altri.

Il vero problema è che la Hardin della serie non ha più quel carattere, non ha più quella forma fisica, non fa più quelle cose. In sostanza, non è più Hardin. Peggio: è l’esatto opposto di Hardin.

La sua dote è la sensibilità. Non sa molto di logica, ma in cambio ha il potere di vedere dentro le persone le loro paure e i loro traumi infantili. È incapace di fare una battuta, di ridere, o anche solo di sorridere.
Nonostante il fisico da Lara Croft e un uso magistrale delle armi, è corretta e rispettosa delle gerarchie. Il tono con cui si rivolge a chiunque, amico o nemico, oscilla fra il nervoso e il supplichevole.

Potrebbe mai questa ragazza modello giocare alla politica spregiudicata dell’Hardin originale?

No di certo. E infatti, per salvare il suo pianeta dai barbari, ha bisogno di un continuo rabbocco di poteri sovrannaturali: è l’unica che passa indenne attraverso il campo di forza, è l’unica che non sviene durante i salti nell’iperspazio, riceve visioni, prevede il futuro, decodifica la matematica avanzata con il cuore…
Ecco fatta la frittata. Nel libro, venuta a mancare la protezione della mamma-Impero, subentrava l’intraprendenza personale. Nella serie invece subentra una mamma ancora più grande e protettiva: la provvidenza magica.   

Se da Hardin allarghiamo lo sguardo anche agli altri personaggi, non se ne salva uno: Apple ha popolato la galassia di educandi insicuri e bisognosi di commiserazione, le cui vicende vengono commentate da una voce fuori campo con frasi che ambiscono al filosofico-introspettivo ma finiscono per ricadere nel soporifero-pretenziosetto.

Qualcuno potrebbe giustificare il mutamento radicale subìto dal personaggio di Hardin, e con lui dello stesso spirito della saga, sostenendo che il vecchio Hardin era l’incarnazione dei valori mascolini, mentre la nuova Hardin lo è di quelli femminili.
Ma si tratterebbe di una lettura superficiale e stereotipata.

Forse gli uomini somiglianti alla Hardin di Apple sono molto più numerosi di quanto sembri.
È probabile che sopportino a fatica gli uomini che somigliano all’Hardin di Asimov. Può anche darsi, chissà, che sopportino ancora meno le donne che riescono a diventare come l’Hardin di Asimov.

È difficile immaginare un tipo umano che tragga più vantaggio dal bollare come “mascoline” le qualità dell’Hardin di Asimov (logica, ironia, sicurezza di sé, capacità di sporcarsi le mani), maledicendole in quanto funzionali al patriarcato, e dal bollare come “femminili” le qualità dell’Hardin di Apple (purezza, emotività, esigenza di prendersi sempre sul serio), benedicendole come arma di riscatto.
Quello delle società WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich and Democratic) è sempre di più un maschio fragile terrorizzato dalla donna forte, e le sue produzioni culturali riproducono sempre più spesso questo gioco di stereotipi di genere.

Il problema è che le società non-WEIRD non restano a guardare. I conflitti internazionali continuano ad esistere.
E nel mondo reale non ci sono aiutini magici: o qualcuno è ancora capace di essere come il vecchio Hardin, sapendo fare politica anche in modo spregiudicato, o la sua Fondazione, fuor di metafora, soccombe.

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