Terza pagina

Flavio Ciabattoni presenta il suo libro, “Marocco Senza Veli”

Flavio Ciabattoni (Ascoli Piceno, 1991) è analista di marketing formatosi alla Bocconi, alla Copenhagen Business School e alla Istanbul Koç University. Dopo aver lasciato il suo lavoro come Insights Manager alla P&G London ha viaggiato per due anni tra Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Libano, India e Iran, imparando l’arabo e conoscendo quelle società tra soggiorni couchsurfing, avventure zaino in spalla, e profonde interviste alla gente del luogo. Appassionato di storia, filosofia e geopolitica mediterranea, debutta nel mondo della scrittura con un libro (in versione italiana e inglese) sul suo primo viaggio in solitaria, il Marocco.

Buongiorno, Flavio. Sarebbe opportuno cominciare parlando dei valori in cui credi e di come essi ti abbiano guidato durante il tuo viaggio. Leggendo il libro l’immagine che si ha di te è di una persona interessata ad allargare i suoi orizzonti. Cosa sapevi del Marocco prima di partire e cosa hai sentito cambiare in te concluso quel soggiorno?

La libertà per me è allo stesso tempo una valore, un credo e uno stile di vita.

Del Marocco sapevo poco e niente, tranne che una cosa: è su quelle coste che passa il limes che divide il mondo delle società che concepiscono l’individuo come libertà da quelle che lo concepiscono come comunità.

Raggiungere il Marocco via mare si è rivelato un sovrapporsi di calde sfumature che mi ha aiutato a capire che molte volte i limes non sono mai delle muri impenetrabili, al contrario, sono delle barriere coralline vive, brulicanti e piene di scambi. E l’ho intuito già quando a Cordova, in Andalusia, mi ritrovai in quella piazzetta dietro alle vecchie mura dove a pochi metri di distanza si può incontrare la statua (un tema più che attuale!) di Seneca, di Maimonides e di Averroè. Arrivato alle Colonne d’Ercole, mi ritrovai a guardare al di là dello Stretto di Gibilterra con un misto di timore ed eccitazione: il fatto di essere gay e viaggiare da solo in un paese arabo-musulmano, il non sapere cosa aspettarmi, cosa poter dire, come comportarmi…

E come ho messo piede a Tangeri, ho capito che l’unica cosa da fare durante quel viaggio era tacere. Stare zitto e ascoltare. Lasciar parlare i tramonti a stomaco vuoto del Ramadan, i tatuaggi delle donne berbere, le melodie salmodianti del muezzin, gli aromi speziati del souk.

Sono tornato dal Marocco con un amore immutato per la libertà, ma anche con la certezza che il reazionarismo non ha etnia; i processi logici nella mente di uno studente marocchino che è cresciuto guardando Netflix e seguendo Nas Daily su Facebook sono molto più simili ai miei di quanto lo siano rispetto a quelli dei fondamentalisti islamici, i quali, a loro volta sono molto più simili a quelli dei reazionari occidentali, di quanto quelli di quest’ultimi lo siani rispetto ai miei; questi si troverebbero d’accordo su moltissimi temi, dall’ introduzione la pena di morte, alle penalizzazione dell’omosessualità, passando per la criminalizzazione dell’aborto per legge.

Il Marocco, a dispetto delle sue problematiche, è noto per essere uno dei paesi più progressisti del Medio-Oriente grazie anche alla dinastia regnante. Il re Mohammed VI è conosciuto per le sue posizioni progressiste e la sua stretta collaborazione con i paesi occidentali nell’ambito della “War on Terror”. Suo nonno Mohammed V si rifiutò di applicare le leggi razziali nel paese quando esso cadde sotto la sfera di influenza della Francia di Vichy. Quale ti è sembrata essere la relazione tra popolo e sovrani?

Guarda, fa strano a dirlo, ma una dinastia relativamente progressista a capo di un popolo più o meno conservatore può risultare una combinazione esplosiva perché la frustrazione e il malcontento generati da corruzione e assenza di prospettive di vita confluisce in un più generalizzato odio per le istituzioni e quando le istituzioni sono relativamente laiche e filo-occidentali, il richiamo del fondamentalismo religioso diventa irresistibile. Rappresenta la soluzione magica, la risposta a tutti i problemi, un po’ lo stesso fascino cha ha il populismo per gli avventurieri italiani, con quella loro irrefrenabile voglia di rivalsa, di ribaltare il tavolo del gioco, di rivoluzionare. Il fondamentalismo è un fenomeno di reazione; sai uno dei paesi con il più alto numero di foreign fighters? La Tunisia. Invece sai i mediorientali che ho trovato più laici e aperti mentalmente di tutti? Gli iraniani. Perché hanno vissuto sulla loro pelle i veri effetti dell’islamismo di stato e sono disillusi rispetto a un Giordano a un Egiziano o a un Marocchino. Un po’ come il comunismo per i paesi baltici: se un estone si trovasse per caso a un comizio di Marco Rizzo (o anche Di Battista) sono sicuro che alla seconda frase li manderebbe a quel paese.

Eppure nel volume si trova anche un breve e fulminante momento di riflessione sul fatto che a volte si debba avere il coraggio di agire da conservatori per difendere i diritti acquisiti dalla nostra parte di limes. E qui scatta il riferimento ad Oriana Fallaci, giornalista che sembra aver un grande ascendente su di te. Potresti approfondire questo rapporto letterario? Quel passaggio appare quasi inquietante, anche per il suo essere posizionato in un contesto fondamentalmente ottimista.

Parlando di Oriana Fallaci, io ho un rispetto indescrivibile per quella donna. Anzi, quando qualcuno mi dice “sei coraggioso!” a me viene da ridere; il vero coraggio era quello di Oriana, che non aveva paura di andare tra i plotoni di miliziani palestinesi a intervistare Arafat, di prendere per il culo Gheddafi nel suo stesso harem o di togliersi il chador e lanciarlo ai piedi di Khomeini. Sì, ovviamente verso la fine della sua vita è diventata sempre più “estremista”. Ma una cosa che ho scoperto in questi due anni è che viaggiare, vedere con i propri occhi, toccare con mano, può aprire la mente, sì, ma può anche marchiare a fuoco, mettendo in moto nel cervello dei meccanismi di involontari molto simili delle fobie.

Il passaggio del libro a cui tu ti riferisci penso la parte più interessante di tutto il libro perché il processo di scrittura del libro è coinciso anche con altri viaggi in Medio Oriente che hanno influenzato la mia prospettiva e quindi quel paragrafo era come un modo per controbilanciare tutto quel mood positivo e ottimista del primo libro. Ed è stato anche il paragrafo più difficile da scrivere, perché mi sembrava quasi di tradire tutti i miei amici musulmani in Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Libano, Iran, India. In quel passaggio mi interrogo sul futuro dell’Europa di fronte alle ondate migratorie e alle dinamiche demografiche e se l’Islam sia compatibile o no con la nostra cultura. Questi primi dubbi li ho iniziati ad avere non tanto in Egitto, dove continuavo a distinguere tra cultura e religione ma in India, Giordania e in Libano dove questi effetti demografici sono una realtà . E quando sento che il Gay Pride di Bruxelles è stato deviato per non farlo passare dentro Molenbeek, mi sale addosso uno sconforto indescrivibile. Il problema principale di queste dinamiche migratorie e demografiche è che sono irreversibili.

Quando parli del Libano, suppongo tu faccia riferimento alla guerra civile libanese che ha trasformato la prima vera democrazia costituzionale dell’area dopo Israele in una nazione instabile e controllata in larga parte non da un esercito laico, ma dalle milizie khomeiniste di Hezbollah. La questione dell’Eurabia, ovvero il rischio di una sostituzione etnica e religiosa comportata soprattutto dall’alto tasso di fecondità degli immigrati musulmani fu messo sotto i riflettori proprio dalla Fallaci ed è diventato un cavallo di battaglia di molti partiti e movimenti euroscettici. Non tutti di estrema destra, va’ detto. Ritieni quindi che su questo punto specifico possano avere una parte di ragione?

In Libano ho vissuto per due settimane con una famiglia cristiano-maronita la quale mi ha spiegato per bene la storia di quel magnifico paese. Detto molto brevemente, i cristiani, da che erano maggioranza si sono ritrovati ad essere minoranza, arrivando perfino a punti di minima del 20% durante gli anni della Guerra Civile. Poi uniamo l’enorme afflusso di rifugiati musulmani (prima palestinesi, poi siriani), l’alto tasso di fertilità dei musulmani (che porta loro ad avere più figli) e un tasso di alfabetizzazione maggiore da parte dei cristiani, i quali sono più propensi a emigrare in paesi con più opportunità.  Inoltre il fatto di essere circondati da un ginepraio di fondamentalismi non aiuta. Il Libano ha sempre vissuto sotto l’ombra della Siria.

Diciamo che l’esperienza in Libano ha cementificato quella punta di timore che avevo avuto in India, dove gli Induisti sono terrorizzati dall’alto tasso di fertilità dei musulmani.  Detto questo, il tema delle migrazioni è un tema molto serio che viene strumentalizzato dai populisti con scenari apocalittici e derubricato dai progressisti con le tipiche battutine stile “il piano kalergii!1!!

Oltre all’esempio del Libano vorrei anche fare l’esempio della Germania dove ci sono 5 milioni di Turchi che, a maggioranza schiacciante, han votato positivamente al referendum di Erdogan del 2017; anzi, alcuni report dicono di tantissimi cittadini tedeschi di origine turca che lavorano come informatori per conto dell’intelligence turca. A questo punto mi viene da chiedermi come la pensano anche su altri temi come la libertà di espressione, la pena di morte, l’omosessualità e così via. Poi se mettiamo anche la variabile dei tassi di fertilità e del fatto che sono fenomeni irreversibili…

Dubbi molto eterodossi in rapporto alla tua area ideologica…

E a dirti la verità, io, radicale, liberale e progressista, a scrivere queste cose, ho anche il timore di essere etichettato come “leghista”. Sarà per il nostro background cristiano ma noi occidentali abbiamo un qualche senso di colpa endemico che ci terrorizza, ci pietrifica, ci corrode e ci distrugge da dentro. Nella cultura arabo-musulmana questo concetto non esiste.

Prendi l’esempio delle guerre di religione che hanno caratterizzato il mediterraneo dal 600 al 1700; mentre per noi le Crociate sono uno dei periodi più bui della nostra storia, per gli arabi-musulmani quelle guerre e quelle invasioni invece rimangono sacrosante e guai a dire il contrario (in Egitto, alcuni mesi fa, un imam progressista è stato sanzionato per aver detto che le invasioni arabe del mediterraneo non avevano nulla a che fare con la religione, ma erano soltanto occasioni di conquista).

Prendi l’esempio di Black Lives Matter: nei paesi arabo-musulmani c’è un molto più grave e accentuato problema di razzismo (anzi, diciamo razzismi, perché non solo da parte di arabi verso neri, asiatici etc, ma anche da arabi del Golfo verso altri arabi e.g. marocchini, egiziani, etc), eppure lì da loro non avvengono le stesse proteste che avvengono da noi. Anzi, vediamo condivisi i post di AJ+ (il canale “teenager” di Al-Jazeera) contro l’Occidente razzista, ma non una parola sulla situazione degli immigrati di colore nei paesi arabi.

Mi verrebbe da dire che non ci rimane altro che crogiolarsi nel pensiero che siamo “moralmente superiori”; se non fosse che sarei accusato di “white supremacism”…

Infatti una parte consistente della sinistra liberal preferisce contrapporre a ciò il “White Guilty”, ovvero la convinzione che i problemi sociali e culturali che i paesi del Medio-Oriente affronta da diversi anni siano frutto del colonialismo europeo e del neo-colonialismo americano. Si sostiene anche che il terrorismo jihadista non abbia alcun rapporto concreto con l’Islam. Devo intuire che tu non appoggi tale interpretazione?

Non so per quale motivo la sinistra occidentale si crogioli in questa dicotomia manicheista per cui le popolazioni dei paesi in via di sviluppo sono vergini senza macchia, puri e innocenti nel senso più primitivo del termine, mentre l’Uomo Occidentale è il diavolo tentatore che incarna tutti i mali della terra.

Se Montanelli, che si è “adattato” agli usi e costumi dell’Etiopia, sposando la ragazzina 12enne, è un pedofilo stupratore, allora tutti gli uomini etiopi sono pedofili stupratori, no?

Allora dobbiamo dare ragione alla Santanché quando dice che Maometto era un pedofilo perché ha sposato Aisha, una ragazzina di 9 anni, no?

Allora apriamolo questo vaso di Pandora, andiamo a guardare dentro a quelle incontaminate civiltà prima che l’uomo bianco le corrompesse. E perché no, iniziamo proprio da Maometto.

In Giordania sono stato ospitato da un arabo cristiano e una sera ebbi un’accesa discussione con lui e con il suo vicino di casa europeo, anche lui cristiano. Io tendevo a vedere le religioni come tutte “uguali”, basate su violenza e fondamentalismo, mentre loro, con fatti e logica, mi hanno fatto notare che una differenza esiste eccome.

Non si può trovare una sola parola di violenza nelle predicazioni di Gesù Cristo, ma lo stesso non si può dire per Maometto, il quale era innanzitutto un guerriero e nei suoi hadith (n.d.a. racconti della vita di Maometto non presenti nel Corano) viene perfino prescritta la pena di morte per chi abbandona l’Islam.

Mentre i dodici apostoli finirono martiri per la loro predicazione pacifica e nonviolenta, i seguaci di Maometto non solo portarono avanti tutta una serie di guerre di conquista, ma si uccisero tra di loro, uno dopo l’altro. Mentre il Cristianesimo è stato uno dei fattori che ha contribuito a mitigare e col tempo abolire la schiavitù nell’Europa medievale, uno dei mercati più floridi nei regni islamici è stato quello degli schiavi.

E allora, io sfiderei chiunque a trovarmi una civiltà nella storia che abbia garantito democrazia, libertà, rule of law, diritti individuali, abolizione della schiavitù e protezione per le minorazione più di quella Occidentale. E con questo non voglio dire che l’Occidente non sia senza macchia, ma che per dare un giudizio su una civiltà o su un periodo storico o su una personalità, si deve prendere in considerazione e fare una sintesi della totalità dei suoi elementi.

Per me il White Guilt è ormai diventato un bias cognitivo, un offuscamento della mente.

È per il White Guilt che gli Occidentali, che schiumano di rabbia e indignazione per i Palestinesi, non dicono nemmeno una parola sui cristiani massacrati ogni giorno in Africa e Medio Oriente, perché alla fine sono della stessa religione dei nostri padri, quindi ai nostri occhi valgono di meno di tutti gli altri disgraziati.

È per il White Guilt che nonostante le 18 nazioni più green al mondo siano europee, l’Europa sia l’unico continente in cui si protesta contro i governi perché “non fanno abbastanza contro il climate change” (senza prendere in considerazione che basterebbe un giorno alla Cina o all’India per vanificare un mese dei nostri sforzi).

È il White Guilt che non ci fa rendere conto del perché una fetta di rifugiati arabo-musulmani, invece di fermarsi nei paesi vicini (Libano, Turchia, Giordania o anche i ricchissimi stati del Golfo, paesi quasi sempre della stessa etnia e religione), preferiscono continuare verso l’Europa bianca e ateo-cristiana.

E questo White Guilt è stato infatti fiutato da Cina, Russia, Turchia… Cioè, ti rendi conto che Erdogan ha twittato che George Floyd è morto per colpa di un approccio razzista e fascista? Lui? Ormai sembra tutto un articolo di Lercio.

Per me è un problema serio: abbiamo un senso di colpa endemico che ci distrugge da dentro. Ci terrorizza, ci pietrifica, ci corrode, non ci permette di prendere alcuna decisione, di agire, di contribuire. E per me è chiaro che è un senso di colpa religioso. Sarà che la mia generazione, molto più laica delle precedenti, ancora interiorizzi profondamente quel senso di colpa così centrale nella religione cristiana?

Avendo vissuto per un determinato periodo in quei paesi, hai riscontrato dei segni di affrancamento da parte della popolazione più giovane del paese verso questo humus reazionario e bigotto? Non va dimenticato che a meno di una decade di distanza nuove sollevazioni sono sorte in Algeria, Iran, Iraq, Libano ed altri stati musulmani. 

Inizio con un aneddoto: ero a Tripoli, roccaforte sunnita nel nord del Libano. Ho passato la giornata con un gruppo di giovani ragazzi sunniti; proprio in quel periodo uno di loro si sarebbe candidato alle comunali presentandosi in opposizione agli altri due candidati dell’establishment. Mi portarono nel loro quartier generale e rimasi di stucco: ragazzi e ragazzi della mia età, tutti che sapevano parlare inglese e francese, con e senza il velo, alcuni anche di sette religiose differenti; per il sistema elettorale di quote che caratterizza il Libano, il seggio di Tripoli è riservato a un sunnita, ma quel candidato, nonostante fosse sunnita, si presentava come laico.

Gli stessi ragazzi mi fecero fare un tour della città e in una moschea, uno dei custodi mi proibì di entrare perché non ero musulmano; i ragazzi fecero un casino: chiamarono la stampa, i politici locali, tutti gli imam di tutte le altre moschee. Chissà che fine avrà fatto quel burbero custode. Infine mi portarono nella moschea principale della città, dove un imam che sembrava uguale ad Averroè, mi fece una lezione di teologia islamica in francese, circondati da a una folla di giovani. Il sole, la luna, le stelle e lo spazio, sembrava quasi un discorso sulla cosmologia aristotelica. Di quella sera, mi rimase impressa la gioia pacifica negli occhi di quei ragazzi.

Devo dire che la situazione del Libano, nonostante la crisi, il declino, le ingerenze estere e il caos, dovrebbe farci sentire piuttosto ottimisti sul futuro delle nuove generazioni mediorientali. In Libano i giovani sono scesi in piazza per protestare non solo contro le ingerenze straniere ma anche contro la propria classe dirigente, che sfrutta il settarismo religioso per preservare lo status quo. Lo dico con sincerità, non penso che in quel paese potrebbe accadere un’altra guerra civile come quella accaduta negli anni 80, su linee religiose. E questo grazie alle nuove generazioni, che, oltre a essere sorprendentemente laiche, hanno capito il gioco del divide et impera che utilizzano i capi della conservazione per preservare le loro sacche di privilegi. Maroniti, sciiti, sunniti, drusi, non importa, i ragazzi e le ragazze che ho conosciuto in quel paese si sentivano innanzitutto Libanesi. Sono avvenute proteste anche contro Hezbollah, e, ancora più sorprendente, nel suo feudo della Valle di Bekaa.

Per quel che riguarda l’Iran, ti posso dire che sono rimasto esterrefatto da quel paese. Una popolazione giovanile estremamente laica e acculturata (ho conosciuto ragazzi e ragazze che hanno letto Eco, Calvino, Hesse, Kafka), che stima l’Europa e la cultura europea, e vede in Trump un problema alla stessa stregua del fondamentalismo religioso.

Visitare l’Iran mi ha consolato molto sul futuro della Turchia: se le cose vanno come sono andate in Iran, Erdogan finirà per raggiungere il risultato opposto: una generazione sempre più disillusa, che vede nella religione un problema piuttosto che una soluzione.

I rapporti tra l’Unione Europea e la Turchia del Tayyip, a tal proposito, sono fonte di enorme imbarazzo per le istituzioni. Erdogan approfitta esplicitamente del suo ruolo di “contenitore” dei flussi migratori per ottenere il nulla osta alle sue politiche autoritarie e reazionarie, ma in generale gli stati europei sembrano essersi volontariamente estraniati dalle dinamiche sociali medio-orientali, almeno fino a quando non degenerano in guerre che inevitabilmente finiscono per coinvolgere. Sulla base di quanto hai ascoltato, ritieni che questa attitudine passiva debba mutare?

Quello della Turchia è un argomento che affronto sempre con molta emotività perché a 23 anni ho studiato alla Koç University di Istanbul e ho vissuto con dei ragazzi curdi. E proprio in questi giorni c’è stata la decisione della Consulta turca di avallare la richiesta per riconvertire Santa Sofia in una moschea. In Turchia festeggiano l’anniversario della conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II e noi distruggiamo le statue di Cristoforo Colombo. Capisci che trend diametralmente opposti? Noi in perenne ritirata, gli altri sempre più in avanzata…

La cosa paradossale è che la Turchia è nell’Unione Doganale dell’Unione Europea e il 50% del suo export va in Europa. Cioè capisci come sarebbe facile tenere per le palle un partner del genere? Un paese che ha problemi con mezzo mondo, da Russia (perché supporta e finanzia movimenti indipendentisti e islamisti all’interno di quest’ultima e perché sono su fronti opposti in Libia e Siria), Emirati Arabi e l’Arabia Saudita (per la sua vicinanza alla Fratellanza Musulmana e Qatar e perché sono su fronti opposti in Libia), con l’alleanza Egitto-Grecia-Israele-Cipro (per la questione EastMed), con Siria e Iran (per l’occupazione della provincia di Idlib) e molto probabilmente con Cina, quando scoppierà la questione Uiguri, visto che sono un popolo turco.

Io penso che il primo problema della debolezza dell’Europa di fronte alla Turchia sia il fatto che qualunque governo tedesco che prende provvedimenti contro la Turchia deve poi confrontarsi con 5 milioni di elettori turchi nel suo paese (e questo ci rimanda al tema dell’immigrazione di cui abbiamo parlato prima). Poi Erdogan ha gli alleati più impensabili, per esempio Orban, che a casa sua fa tanto l’anti-islamico ma poi quando c’è da bloccare la vendita di armi alla Turchia perché massacra i Curdi in Siria, mette il veto. Roba da pazzi. È nel rapporto con la Turchia che l’Europa raggiunge il suo punto più basso.

Io penso che l’approccio preso da Macron sia molto pragmatico e la sua frase “Non si può imporre la legge turca sul suolo francese.” sia un bel messaggio nei confronti della Turchia; il governo ha preso alcuni provvedimenti molto significativi in Francia, per combattere l’isolazionismo delle comunità islamiche, che creano uno stato dentro lo Stato e che sono andate a colpire in primis gli interessi della Turchia e della Fratellanza. D’ora in poi ci sarà una limitazione nella pratica di alcuni Paesi stranieri di inviare imam e insegnanti in Francia, che dovranno essere formati direttamente all’interno del paese e dovranno parlare francese. Ovviamente le proteste turche non si sono fatte attendere…

In conclusione, ovviamente rivedrei i rapporti con la Turchia. Darei pieno supporto alla Grecia, più attenzione ai paesi balcanici (nel mirino dell’influenza turca), controllo ferreo dei confini in modo da neutralizzare la minaccia di Erdogan di aprire le frontiere ai migranti che vogliono entrare in Europa e poi perché no, iniziare a rivedere i trattati. Ormai siamo entrati nell’era dove tutto viene messo in discussione: l’OMS, il WTO, la NATO. Si è arrivati a minacciare la Grecia di cacciarla dall’Euro, non vedo perché non si debba cacciare la Turchia dall’Unione Doganale per cose molto più gravi.

Purtroppo i regimi islamisti non sono l’unico problema che affligge le popolazioni musulmane. Un altro dibattito assai frequente è in effetti se i musulmani, specialmente quelli arabi, non siano fondamentalmente impreparati a vivere in un sistema pluralistico e che, soprattutto per la salvaguardia delle minoranze religiose e sessuali, sia opportuno preservare buoni rapporti con le dittature militari laiche nella regione, ad esempio l’Egitto. Poi però leggiamo che il “Presidente” al-Sisi, salito al potere rovesciando la Fratellanza Musulmana, ha rafforzato le leggi atte a punire gli egiziani atei e gay…

Parlando con giovani Tunisini, Egiziani e Siriani, mi sono sentito spesso ripetere questa cosa: Ben Ali, Mubarak e Assad erano dittatori, ma alla fine, in un modo o nell’altro, tutelavano le minoranze, e soprattutto, odiavano i salafiti; la rivoluzione in Egitto e Siria e la democrazia in Tunisia hanno fatto uscire allo scoperto il fondamentalismo più nero, che prima veniva bene o male osteggiato dal governo. Sempre secondo queste testimonianze, in Egitto, sotto Al Sisi, se un egiziano va in moschea cinque volte al giorno e porta la barba viene subito messo sotto controllo dal governo. Non è un caso che Al Sisi viene visto come il migliore amico dei Copti.

È triste da dire ma viaggiare in queste aree del mondo mi ha fatto rivalutare la mia idea che tutti i regimi autoritari debbano essere destituiti. Io ho visto con favore l’intervento occidentale in Libia, in Iraq e in Siria, ma a vedere quello che ne è seguito e a parlare con la gente del posto, tutte le mie certezze hanno iniziato a frantumarsi.

Ho iniziato a pensare che forse la politica occidentale del “i dittatori devono cadere” sia ideologica e velleitaria, visto che a subirne le conseguenze poi è il popolo stesso e non noi Occidentali.

Poi, ovviamente il tuo punto è impeccabile, ma dobbiamo anche chiederci: come sarebbe avvenuto se al potere fossero andati Morsi e la Fratellanza Musulmana? Io credo che tutto ciò a cui assistiamo ora sarebbe successo comunque, assieme ad un fortissimo processo di radicalizzazione.

In Italia, negli ultimi anni, molte delle personalità liberali del web più importanti hanno esortato a smettere di turarsi il naso e votare il meno peggio (che molte volte equivaleva a votare PD o FI) perché così non si fa altro che alimentare il declino. Sai che ti dico? Due tipici esempi di chi è andato al potere perché molti elettori hanno scelto di non votare il meno peggio sono stati Trump e Salvini; e queste due personalità hanno fatto dei danni incalcolabili che rimarranno nel tempo (il nulla osta trumpiano al tradimento dei Curdi, i Decreti Sicurezza, Quota 100).

Come diceva Oriana Fallaci in Intervista con il Potere:

La vera rivoluzione è pazienza, perseveranza, intelligenza . E’ un bruco che a poco a poco diventa farfalla per volare di fiore in fiore, nutrirsi di polline e non di sangue, allietare gli occhi di chi ammira geloso la sua libertà. Sai quanto tempo ci vuole, quanta calma, quanta tolleranza affinchè un bruco diventi farfalla . Se lo disturbi con la tua fretta, se lo tormenti con le tue pretese, non diventa nemmeno crisalide.

Rimanendo nello specifico sull’Egitto, sappiamo che il tuo prossimo libro sarà proprio su quel paese. Ti senti di darci qualche anticipazione a proposito di quell’esperienza anche rapportata a ciò che avevi visto prima e di aggiornarci sulla stesura? 

Si esatto, il libro è incentrato sul viaggio in Egitto e sono a metà lavoro. Già dalle prime pagine si può notare subito che è molto più dark del primo libro, sia perché è ambientato nell’Egitto post-rivoluzione, una situazione molto più surriscaldata rispetto al Marocco, e sia perché è più focalizzato su società e geopolitica e meno su filosofia e religione.

Ho anche cercato di fare un serio e metodico lavoro di divulgazione, sintetizzando in piccole pillole tutta la storia dell’Egitto, inserendole nella narrazione di ogni capitolo in modo da fornire tutte le coordinate storiche per contestualizzare i luoghi e gli eventi. Per ciò che riguarda l’esperienza personale, credo che di tutti i luoghi, l’Egitto è quello che più mi ha impressionato; anzi, mi ha proprio marchiato a fuoco. Perché in Egitto ho visto per la prima volta cosa significa convivere con il conservatorismo più nero, che incombe sulle spalle di un popolo come una spada di Damocle.

Ho anche vissuto a stretto contatto con i cristiani copti e ho riportato alcune loro testimonianze. Sì, fa strano a dirlo ma devo ammettere che questi viaggi nei paesi musulmani mi abbiano fatto riavvicinare alla religione cristiana…  detto questo rimango un ateo convinto!

Flavio, grazie per aver condiviso la tua storia ed il tuo pensiero. Ti sentiresti di dare qualche suggerimento ad eventuali viaggiatori che magari si augurano di dare alle stampe i loro diari? 

Innanzitutto di non fidarsi troppo dell’immagine che i media dipingono di questi paesi, perché molte volte sono molto più sicuri di quello che sembrano. Io non mi sono mai sentito così al sicuro come in Iran, per esempio. Poi, se si viaggia nelle nazioni arabe o musulmane, di rispettare gli usi e costumi ma non in senso dogmatico, tutt’altro, in senso ecumenico. Se tornassi indietro, mi vestirei in modo più appropriato quando ospitato; in primis come forma di rispetto, di sensibilità e di gratitudine per chi ha deciso di aprirmi le porte di casa e di accogliermi come un figlio.

Infine, di fidarsi dell’ospitalità eccezionale che caratterizza questi paesi; molte persone, per il solo fatto di essere straniero, vi inviteranno a pranzo, a cena, a dormire, e lo faranno con la massima gioia; vi consiglio di accettare, questi momenti spontanei sono stati i più affascinanti di tutto il viaggio.

Volevo ringraziare caldamente te, Crescenzo, per le interessanti domande e gli Immoderati per averci dato questo spazio per esprimere le nostre idee.

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