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Attualità Sanità

Perché non abbiamo fiducia nella scienza?

Covid vaccino

Con il prolungarsi della pandemia abbiamo osservato tanti italiani riporre scarsissima fiducia nella scienza e avvicinarsi a posizioni anti-scientifiche quali no-vax e teorie del complotto. Abbiamo risposto loro che erano stupidi, ignoranti, che bastava leggere i dati perché la scienza non è una questione di fede. Ci sbagliavamo.

Pochi di coloro che oggi si beffano dei no-vax (sui social e fuori) hanno mai messo piede in un laboratorio.  Ancora meno sono in grado di seguire lo sviluppo di un vaccino o di comprenderne i dati a posteriori. Semplicemente si fidano. Della scienza, delle istituzioni, di quanto imparato a scuola, di quanto appreso dai giornali o di quanto letto sulle pubblicazioni scientifiche. È una cosa bella, senza dubbio, ma resta un atto di fede. Tendiamo a non capirlo e a non capire che c’è chi, provenendo da vissuti diversi, questa fede non ha avuto modo di svilupparla.

Siamo ormai ossessionati dal rivendicare la fattualità dei dati al punto che abbiamo dimenticato quanto la loro interpretazione possa variare. La grande sfida di questo secolo si gioca tutta qui, nell’analisi dei Big Data. Già si parla di tecno-scienza e si disegnano scenari (tutt’altro che remoti) in cui le IA elaboreranno i dati scientifici e restituiranno agli scienziati i risultati già interpretati. A noi non resterà che fidarci di qualcosa che non possiamo nemmeno concepire nella sua completezza.

Poche settimane fa è emerso un sondaggio secondo cui l’80% degli operatori sanitari delle RSA di Brescia fosse contrario a vaccinarsi. Un discorso serio deve necessariamente partire da qui per comprendere la reale entità dello scollamento tra le istituzioni e la popolazione. Tra la scienza e i cittadini. Non si può rispondere solo tramite l’obbligo o il licenziamento. Questi strumenti diventano irrinunciabili superata una certa soglia di rischio, ma la loro necessità denota in primis il fallimento di una strategia a lungo termine.

Per anni abbiamo ripetuto al panettiere che poteva parlare solo di pane ed oggi paghiamo le conseguenze di quest’etica funzionale: non aver compreso che, mentre le competenze si possono delegare, il pensiero non può essere abdicato.

La medicina resta una scienza inesatta, empirica, che evolve per prove ed errori. Non è certo la matematica o la filosofia. Sperimentazione significa dover prima fare e in virtù di quanto osservato intuire le conclusioni. Va da sé che, nonostante gli ottimi risultati nei trial clinici e l’immissione in fase IV (la commercializzazione), gli effetti su larga scala di questo vaccino siano osservabili nella loro complessità solo mediante una somministrazione su larga scala. Banalmente non sappiamo ancora se occorrerà ripetere questa vaccinazione nel tempo, ogni anno, ogni 5… Non sappiamo se chi è vaccinato possa comunque contagiare altre persone in caso venga a contatto con il virus. Non sappiamo di preciso da quale età sia consigliabile effettuare il vaccino, né se sia rischioso per le donne in gravidanza. È in assoluto il primo vaccino ad mRNA mai distribuito; una fase III con numerosità estremamente ampia (20mila casi) ed uno scrupoloso report degli eventi avversi ci fanno sperare per il meglio, ma un’attenta sorveglianza post-market è d’obbligo. Non è tutto fatto né tutto facile, per quanto possa infastidire i fanboy.

Oltre la fattualità dei dati a disposizione permangono quindi molti interrogativi e non c’è da sorprendersi che chi non abbia fiducia nelle istituzioni non si fidi nemmeno della scienza e del vaccino.

L’idea di una scienza esatta, propinata da molti comunicatori del nostro tempo, è di per sé in contraddizione con questi interrogativi. Chiunque notandoli percepisce l’incongruenza tra una scienza autoritaria, paternalista, spesso erroneamente paventata come panacea e gli errori in cui la scienza per progredire ha necessariamente bisogno di imbattersi.

Ed ecco perché le principali sacche di anti-scientismo al mondo si collocano prevalentemente all’interno dell’elettorato della destra autoritaria, ovvero tra quelle persone in occidente caratterizzate da un forte inconscio cristiano, prono alla concezione di una verità assoluta e calata dall’alto, che istintivamente vanno alla ricerca di una teoria inconfutabile che è per definizione antiscientifica. Quella stessa teoria che prima o poi sarà attaccata, ampliata o superata lasciando quindi ai sostenitori dell’assolutismo pseudo-scientifico l’amaro in bocca e spingendoli verso un progressivo distacco e una crescente sfiducia nella ricerca scientifica.

Oggi si fa più che mai impellente l’esigenza di parlare con le persone sfiduciate invece che etichettarle, altrimenti chi è favorevole diventa fan e chi è scettico diventa intollerante. Dare del cretino a chi nutre dei dubbi sulla pratica vaccinale (ragionevoli o meno) non fa altro che predisporre alla chiusura e fortificare posizioni contrarie. Puntando all’immunità di gregge è l’ultima cosa che ci serve.

La realtà online è ormai diventata il fulcro della discussione. Cosa conosce il panettiere di Pfizer? Probabilmente il viagra e che ha subito la più grande multa mai comminata dal Dipartimento della Giustizia USA ad una azienda farmaceutica (2,3 miliardi di dollari) per aver suggerito l’utilizzo di farmaci non approvati per un determinato trattamento, con la concussione dei medici. In questo contesto se da un non addetto ai lavori è lecito aspettarsi un carico emotivo che può sfociare in commenti sconclusionati, rabbiosi e negazionisti, da un professionista ci si aspetta ben altro approccio. Di certo non un mirroring, un cane che abbaia al cane che gli abbaia.

È un ragionamento classista? Per certi versi sì, perché considera la base culturale di una persona come il prodotto dell’ambiente (anche virtuale) in cui ha vissuto, senza scadere in crisi auto-celebrative e miti onanisti.

Nel marasma delle opinioni che abbiamo visto passare ogni giorno da marzo, ognuna venduta come il vangelo, come possiamo biasimare una persona disorientata?

Occorre riprendere coscienza di un approccio critico all’empirismo, in grado di spiegarne i pregi e i limiti alla cittadinanza, scevro da deliri di onniscienza e protagonismi. Se da un lato non è possibile che tutti s’intendano di ricerca medica, dall’altro non si può pretendre che tutti acclamino la scienza in quanto granitica ed eterea. È infatti proprio questa che si allontana dal concetto di Verità assoluta, che evolve contraddicendosi e smentendo sé stessa. L’abbiamo ben osservato da marzo ad oggi.

Il cervello è per natura una macchina che formula ipotesi, che elabora domande. Quello del panettiere non fa certo eccezione e qualche risposta, un po’ meglio contestualizzata, bisogna anche sforzarsi a fornirla, senza pregiudizi e senza asserragliarsi nei tecnicismi quando non ve n’è bisogno, ma partendo col riconoscere i propri limiti e quelli della propria disciplina.

Se oggi ci troviamo di fronte ad un Paese vergognosamente anti-scientifico la colpa è anche dei tanti scienziati che si sono dilettati nella chiaroveggenza, propinando facili quanto inesistenti certezze. La Verità è sempre dissetante, non solo per chi la apprende, ma soprattutto per chi la elargisce.

Una sete inesauribile di conoscenza può essere soddisfatta solo tramite un episteme, un metodo di indagine scientifica. Quando non abbiamo chiaro il modo in cui la scienza si interroga tendiamo a distribuirci su due filoni, entrambi positivisti: il negazionismo e la fiducia.

Il negazionismo è la pratica più positivista riscontrata durante la pandemia. Consiste nel negare l’esistenza del virus o della malattia che causa riconducendo tutto ad un complotto attuato per secondi fini. Accettare una realtà complessa, mutevole e non pienamente comprensibile, da cui incomprensibilmente ed improvvisamente scaturisce un virus letale, inarrestabile e potenzialmente incurabile è molto difficile ed estremamente destabilizzante. Per certi versi è confortante confidare nel fatto che la conoscenza umana sia sconfinata al punto che le élites siano sempre state in grado di controllare questa tragedia socio-economica e che l’abbiano intenzionalmente scatenata per finalità occulte. È una forma di controllo che ci consente di scartare l’ipotesi di una natura indomabile e imprevedibile.

Quanto alla fiducia nella scienza è un atto ben accolto, estremamente necessario in questo momento, ma comunque rischioso se portato all’estremo, perché tende a deresponsabilizzare e disabitua a pensare. Da scienza e Scientology il passo diventa breve. Questa teoria delle competenze stagne, secondo cui ognuno deve occuparsi solo della mansione che lo riguarda, è pericolosissima, oltre che alienante e disumana, finanche sovietica. Più che una cieca fiducia nella scienza ciò che davvero serve oggi è fiducia nelle istituzioni che governano sulla base dei risultati scientifici.

Siamo soliti considerare l’incompetenza dei politici a livello scientifico come causa di un allontanamento tra politica e scienza. Questo è vero e purtroppo si affastellano le notizie che rafforzano questa tesi, ma tendiamo di contro a sottovalutare l’incapacità degli scienziati di fare politica, anche nell’infinitamente piccolo di una discussione su Facebook. Coltivare la fiducia dei cittadini parte proprio da qui, dal coinvolgimento della controparte nella discussione, ed è uno dei compiti principali della comunità scientifica, forse il più importante. 

1 comment

Dario Greggio 26/01/2021 at 20:54

Concordo, però mi piacerebbe che si tennesse anche conto del “rispetto per gli altri”: ossia, al di là della fede per la scienza, conta (conterebbe) anche il discorso “faccio il possibile, nei limiti delle conoscenze e delle certezze, per proteggere anche gli altri”

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