Finestra sull'Europa

Federazione europea o disgregazione: il dopo Karlsruhe

Federazione europea

Nel primo articolo sulla sentenza della Corte di Karlsruhe del 5 Maggio, abbiamo delineato una contrapposizione tra due visioni opposte del ruolo della BCE nella gestione delle crisi economiche europee. Da un lato, i propugnatori delle politiche anti-inflazionistiche: il “partito della stabilità”, trasfigurato nella leggendaria figura del Drachentöter – l’eroe germanico che combatte il drago per riconquistare il tesoro. Dall’altro, i sostenitori della linea interventista di Draghi e Lagarde: il “partito del condono dei debiti”, fautore di forme sempre più spinte di manipolazione del denaro, fino alla vera e propria distruzione delle passività governative nelle fauci della monetizzazione.

La sentenza, come si è visto nel secondo articolo, ha segnato un indubbio successo per il partito della stabilità, che ha riaffermato l’illegalità non solo della monetizzazione, ma anche di qualunque azione della BCE che ecceda od eccettui la mera erogazione neutrale e proporzionale del denaro entro l’Eurozona. È da notare però che, come gli stessi giudici di Karlsruhe indicano tra le righe [Par. 102-109], riconfinare l’Eurotower al ruolo di regolatore dei livelli di liquidità, non significa disconoscere gli obiettivi della coesione economica e dell’integrazione europea, bensì restituirli alla loro legittima titolare: la democrazia parlamentare. O a livello nazionale, mediante strumenti intergovernativi come il MES; o a livello comunitario, ove si optasse per la creazione di una Federazione Europea [Par. 111], che farebbe decadere la stessa giurisdizione della Corte di Karlrsruhe.

Il paradigma mitico della lotta tra il Drachentöter e il drago divoratore di oro si sovrappone così, nella metastoria europea, all’antitesi tra pluralità nazionale ed unità imperiale. Dualismo, cui avevamo già giocosamente alluso riferendoci alla data del 5 Maggio quale anniversario della morte di Napoleone; e a Makrus Kerber quale erede di Arminio e della Battaglia di Teutoburgo.

Il MES

Tornando all’esame delle opzioni sul tavolo nel 2021, si è evidenziato come i governi dell’Eurozona si troveranno ad emettere obbligazioni per diverse migliaia di miliardi di Euro. La BCE procederà ad allentamenti monetari senza precedenti, ma dovrà farlo in modo omogeneo e neutrale rispetto ai diciannove Stati, arrestandosi quindi appena la pressione inflattiva diventerà intollerabile in aree troppo vaste del blocco, e segnatamente nella porzione settentrionale di esso. Tale limite renderà però gli interventi non sufficienti a garantire da soli l’approvvigionamento dei Paesi altamente indebitati del Sud.

Dubitiamo che Italia e Spagna intendano prodigarsi in sanguinosi aggiustamenti fiscali unilaterali; sia perchè, a differenza dell 2012, a Roma e Madrid sono insediati due governi molto lontani da un sentire rigorista; sia perchè sarebbe arduo per loro procurarsi da sole sui mercati tutti i capitali necessari a riempire buchi di bilancio tanto colossali. Servirà quindi liquidità aggiuntiva e la più immediatamente disponibile sorgente ne è ovviamente il MES.

L’opzione MES pone tuttavia due problemi. Il primo è quello della condizionalità, che non potrà essere stringente come quella del MES “classico”, onde evitare che le opinioni pubbliche dei Paesi sotto programma percepiscano l’assistenza finanziaria come un ulteriore flagello. Ma neppure potrà essere lasca come quella del “MES leggero” del 2020, visto che le somme in gioco saranno tanto gigantesche da rendere il rischio insolvenza drammaticamente elevato. Soprattutto l’Italia dovrà sottoporsi ai salutari aggiustamenti macroeconomici che essa rimanda da almeno due decenni: viceversa – MES o non MES – Roma sarà giustamente percepita come un pozzo finanziario senza fondo e non vi saranno investitori pubblici o privati, europei o asiatici, e neppure marziani disposti a gettarvi un solo quattrino.

Ma il problema principale è rappresentato dalla situazione francese. Il contemporaneo accesso di Italia e Spagna – più altri eventuali Stati – al MES richiederà infatti una capienza che non potrà essere raggiunta se Parigi uscirà dal gruppo dei Paesi erogatori di credito. È facile tuttavia sospettare che lo slittamento dell’Eliseo su posizioni favorevoli alla mutualizzazione dei debiti  consegua proprio dal timore che la Francia venga invece risucchiata nella schiera delle nazioni bisognose di assistenza finanziaria.

La Federazione Europea

Per ovviare a tali difficoltà, è stato proposto lo stanziamento di un Fondo Europeo per la Ricostruzione. Tralasciando le dispute nominalistiche, i caratteri qualificanti del veicolo di finanziamento che verrà allestito saranno le modalità di raccolta e di erogazione dei capitali. Considerate le comprensibili diffidenze di Germania e Olanda verso strumenti di debito comune privi di un bilancio comune sottostante; e considerato il respiro pluriennale delle prospettive di ricostruzione; l’unico strumento adatto a consentire una duratura condivisione di progetti ed oneri è un budget europeo consistente e permanente, che avvierebbe l’Eurozona verso la trasformazione in una Federazione Europea.

La credibilità finanziaria di tale schema necessiterebbe infatti il conferimento di autonoma capacità impositiva alla Commissione o all’Eurogruppo; e la deviazione su Bruxelles di quote di gettito tributario attualmente riscosse dai governi nazionali, onde evitare un ulteriore inasprimento della tassazione. Tuttavia, per convincere i Paesi del Nord ad accettare una struttura istituzionale che li vedrebbe nel ruolo di donatori di sangue, occorreranno di sicuro alcune garanzie. Intanto meccanismi di voto o di veto che li proteggano da incrementi incontrollati delle dimensioni del bilancio comune.

Ma soprattutto, bisogna che la Francia metta sul piatto la propria force de frappe, ovvero si dimostri pronta a condividere coi partner,  il proprio status e le proprie prerogative di potenza mondiale, diplomatica e militare, istituzionalmente riconosciuta, nel contesto di una politica estera e di difesa unica europea,. Che un’unione di economie trasformatrici – importatrici di materie prime ed esportatrici di manufatti – abbisogni della sicurezza delle rotte commerciali e delle arterie energetiche come dell’aria, dovrebbe essere auto-evidente. Così come dovrebbe essere lampante che il potere politico e militare è poco credibile se non sostenuto da finanze solide. La “forza d’urto” francese e la forza economico-finanziaria del Blocco del Nord diventerebbero quindi le due colonne portanti di un’unica solida architettura che rafforzerebbe le prospettive di sicurezza e di prosperità dei cittadini e delle imprese europee e supererebbe finalmente l’antica antinomia tra pluralità nazionale ed unità continentale.

Diffidiamo chiunque invece dall’illudersi che tedeschi e olandesi si lascino persuadere dallo spauracchio di uno scioglimento dell’Unione, giacchè per tale via si andrebbe certamente dritti verso la disintegrazione. Infatti, il mantenimento di buoni rapporti commerciali con l’Europa meridionale e con la stessa Francia è per il Blocco del Nord senz’altro bene prezioso, ma non prioritario rispetto quella stabilità valutaria che ha reso vincente il suo sistema produttivo. Berlino ed Amsterdam, quindi, contrariamente a quanto troppo spesso si afferma, potranno accettare l’Unione Fiscale (Transferunion) non come superfluo e disfunzionale sussidio alle proprie esportazioni intracomunitarie; bensì al massimo come contropartita di una forza di difesa credibile che tuteli e corrobori la proiezione globale delle loro economie e delle loro imprese.

Italia, Francia e Germania al trivio

Il compromesso, quindi, passa per un atto di realismo da parte dei tre grandi Paesi fondatori. L’Italia, la vecchia Italia del declino, deve rendersi conto che non è più in grado di blandire nessuno evocando l’ormai trapassata gloria di Roma, e l’unica alternativa alle riforme – spontanee o condizionate – è l’estinzione nazionale.

La Francia – la quale ci sembra avere in questo frangente più che mai in mano le chiavi del destino dell’Europa – deve decidere se attaccarsi alla propria minimalistica grandezza nazionale ed imporre a se medesima un lustro di manovre lacrime e sangue per imbarcare l’Italia sul MES. Oppure se intavolare con la Germania il negoziato per la creazione della formidabile Federazione Europea sognata dai padri fondatori. Oppure, ancora, se assecondare gli sconclusionati piagnistei antitedeschi di Conte, precipitando l’Unione nel baratro della disgregazione.

Quanto alla Germania e ai Paesi del Nord, che pure ci paiono l’attore con le migliori ragioni e quello meglio posizionato a sopportare un’eventuale rottura, ricorderemmo loro che proprio le saghe nibelungiche proiettano auspici foschi sulla figura del Drachentöter; e che, nel mito, l’uccisione del drago e la conquista del tesoro fu in effetti l’inizio della rovina non solo per Sigfrido, ma anche per l’intera stirpe burgunda.

Dario Bortoluzzi

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma fiscalista internazionale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

5 comments

Dario 17/05/2020 at 12:42

Mi congratulo per l’interessante, e piuttosto convincente, analisi

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Dario Greggio 18/05/2020 at 23:58

sigfrifo 😀

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Dario Bortoluzzi
Dario Bortoluzzi 20/05/2020 at 00:58

Corretto!

Grazie della segnalazione!

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Dario Greggio 18/05/2020 at 23:58

wow e siamo a 3 dari 😀 😀

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Dario Greggio 19/05/2020 at 17:27

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