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Speaker's Corner

Difendere i ceti produttivi dal suffragio universale

Questo non è sicuramente il primo degli articoli che mettono in dubbio la bontà del suffragio universale. Per sua natura, il diritto di voto esteso all’intera popolazione maggiorenne di un Paese è figlio delle idee sacrosante di uguaglianza degli individui di fronte alla comunità e alla legge. Eppure, legato alle nuove e crescenti dinamiche demografiche del mondo moderno, alla polarizzazione della produzione di ricchezza e all’incremento dei ceti improduttivi all’interno di comunità economicamente avanzate, crea storture non solo ingiuste, ma dannose alla comunità stessa.

Passatemi questa metafora, poi scenderemo nei dettagli. Tre uomini sono dispersi in mezzo al mare con una barchetta e un remo. Il più giovane e robusto dei tre inizia a remare; la scelta di chi rema avviene tramite voto. Secondo voi, gli altri due cosa voteranno ogni volta che si dovrà decidere di cambiare rematore?

Passiamo al paese Italia. Un terzo del paese è occupato e produce ricchezza; un terzo è improduttivo; un terzo è anziano e/o in pensione e/o percepisce un reddito statale (notizia recente che il numero assoluto di pensionati ha superato il numero assoluto di lavoratori). La domanda è speculare alla metafora dei naufraghi: cosa voteranno due terzi della popolazione a fronte di decisioni relative alla distribuzione del valore generato dall’altro terzo? Spieghiamola così: se un partito a caso proponesse l’aumento di tasse sul reddito (e quindi sui ceti produttivi) per dare più redditi di cittadinanza, i ceti improduttivi che cosa potrebbero mai rispondere? Questa era facile.

Facciamo un passo indietro sull’idea del voto. Non è una questione storica, ma puramente politica e sociale: si vota per decidere come utilizzare le risorse a disposizione della comunità. Nella tribù Italia, tutti i maggiorenni sono chiamati a decidere come usare la tassazione (400 miliardi circa di euro), come indirizzare la spesa pubblica (800 miliardi di euro) e quali diritti pesano di più o di meno sulla bilancia dell’equilibrio politico.

In un contesto di crescita demografica, ceti produttivi maggioritari, crescita economica e scala mobile sociale sana e dinamica, non si vede alcun problema: la torta si allarga, i giovani comprano casa e mettono su famiglia, i ceti improduttivi vengono risucchiati dall’offerta di lavoro o non pesano troppo sul welfare generale. Le decisioni, insomma, non sono così complicate: si lavora sui diritti dei più deboli, si prepara il terreno all’uscita dal mercato del lavoro della componente di popolazione più anziana (pensioni) e si investe sulle nuove generazioni (asili, scuole, ospedali, università).

Cosa succede se questi fattori dovessero cambiare (come poi è avvenuto)? Lasciamo correre l’immaginazione e proviamo a visualizzare un Paese Italia dove la torta non si allarga più, i ceti improduttivi non vengono più assorbiti dal mercato del lavoro, la fascia di popolazione anziana supera la fascia di popolazione giovane, le ricchezze si polarizzano perché la scala mobile non esiste più. Vi ricorda qualcosa? Adesso immaginate che a seguito di una pandemia globale la tribù allargata europea voti un aiuto massiccio per la tribù Italia, da spendere a fronte di progetti di lungo termine (in parte) e a fondo perduto (in altra parte). Ora immaginate di rivolgervi a tutti i maggiorenni della popolazione: quale sarà il verdetto? Rigiro la domanda: un percettore di rendite statali acquisite per “diritto” voterà a favore di un investimento sul futuro, o a favore del mantenimento dello status quo dei bonus e redditi a pioggia presenti?

Tra noi, anche sottovoce, possiamo dirci che senza dubbio la grande massa monetaria diretta verso il nostro Paese si perderà in rivoli, rivoletti, piani stagnanti e paludi progettuali. E tra noi, certamente, possiamo lamentarci, non solo per l’ingiustizia del futuro che ci attende, ma per l’incredibile miopia che già sappiamo influenzerà queste scelte. Tutto questo non accade perché Giove si allinea con Saturno o perché un qualche dio malevolo si diverte a torturare i Millennials e i Centennials: accade perché un voto a suffragio universale vedrà sempre in minoranza i ceti produttivi di qualunque latitudine, età o reddito versus un voto maggioritario compatto, inconsapevolmente saldato, di percettori di rendita e ceti improduttivi.

Torniamo alla metafora dei naufraghi. All’ennesimo verdetto di chi debba remare, il giovane e robusto marinaio tira le cuoia. Non è molto difficile associare la morte del rematore all’emigrazione del giovane. Chiudiamo quindi il ragionamento e domandiamoci: quando anche l’ultima goccia vitale dei ceti produttivi sarà stata assorbita (o l’ultimo lavoratore sarà emigrato), che faranno i due terzi di popolazione che non producono ricchezza? Da qui ci si chiede: il suffragio universale non è forse dannoso nell’indirizzare le risorse della comunità?

Quando esplose l’idea che la tassazione dovesse essere imposta su una popolazione rappresentata con una qualche forma parlamentare, il Regno Unito distinse la camera bassa (dei Comuni) dalla camera alta (dei Lord) per distinguere il centro del potere legislativo dal centro di mantenimento delle rendite e dei diritti storicamente acquisiti. Sulla scia di questo esempio storico si invita a un salto d’immaginazione, e si presenta un’umile proposta per superare il suffragio universale senza calpestare i diritti di rappresentanza di tutti i cittadini del Paese: una Camera di Deputati votati dai ceti produttivi (rigorosamente su base uninominale) e una Camera (un Senato diciamo) dedicato a rappresentare i ceti improduttivi, senza potere legislativo, ma con poteri di controllo e supervisione (senza possibilità di veto e blocco) perché i diritti dei rappresentati non siano calpestati. Una sorta di Board esecutivo e un sindacato istituzionalizzato.

Si è consapevoli di sognare a occhi aperti su soluzioni impraticabili in una stratificazione storica e istituzionale immutabile al netto di eventi catastrofici e/o rivoluzionari, ma il sogno è dolce quanto l’esercizio intellettuale che reca con sé: siamo cresciuti con l’adagio che la libertà è partecipazione, ma forse la partecipazione politica dovrebbe essere derivazione di una partecipazione economica alle sorti del Paese, e non una comoda prassi di validazione di strutture immutabili su cui chi paga il conto non ha – di fatto – alcun potere decisionale.

11 comments

AlbertoR. 19/08/2020 at 16:57

Quasi. La versione più “giusta” e quella di eliminare il suffragio universale (per altro cosa moderna) e rendere il voto un diritto che si acquiesce dopo aver pagato le tasse. E intendo al netto. Cioè dovrebbe poter votare solo chi contribuisce allo stato più di quanto percepisce. Questo esclude tutti i dipendenti pubblici e molti dipendi anche di aziende private che campano di commesse o sussidi statali (e sono molte qui). Inoltre i pensionati non lavoratori che non dovrebbero poter votare anche per altri motivi diciamo “etici”: il futuro è delle nuove generazioni e loro ormai non possono più contribuire.

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gmn 24/08/2020 at 11:11

Simpatico e serio paradosso, ma come destinare i soldi è solo una delle questioni. A esempio, tra i produttori si potrebbe affermare l’opinione che l’omosessualità sia una malattia da curare con terapie farmacologiche o che il colore della pelle è importante per la graduazione degli stipendi o che i bambini delle famiglie povere debbano essere messi in collegi o che si può costruire un esercito di leva obbligatoria di soldati, magari anziani o handicappati, suicidi o che imatrimoni debbano evere una solida base economica e siano dunque gestiti da una burocrazia di sensali, potete sbizzarririvi. Certo la questione sollevata è vera ma è vera come è vera che il mondo è un casino, soluzioni semplici a problemi complessi sono solo simpatici e divertenti paradossi.

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Aldo Mariconda - Venezia 19/08/2020 at 17:10

Non sono all’altezza di affrontare professionalmente queste affermazioni che purtroppo sono molto fondate. Vi pur sempre anche l’affermazione di W. Churchill sulla democrazia, piena di difetti ma che resrta pur sempre il sistema migliore, o meno peggiore.
D’altra parte qual’è l’alternativa?
La dittatura? Il suffragio elitario? Di classe?
Difficile dirlo. La democrazia si è progressivamente formata col suffragio sempre più universale, voto alle donne compreso.
A me pare che in Italia vi sia forse più ignoranza che altrove sui temi del buon governo e della gestione della cosa pubblica. A scuola non s’insegna nulla sulla costituzione, sulla struttura pubblica, il fisco, la logica del bilancio pubblico, ecc.
Vi è certo un decadimento della democrazia, ma vi sono anche Paesi come Svezia e Danimarca dove si esprime una classe politica più preparata e più adatta a giovernare, proprio nel caso scandinavo conciliando impresa e sviluppo con un welfare (pur riveduto) ma abbastanza avvolgente.
Credo opportuno segnalare un articolo di Rawi Abdelal, Dante Roscini e Elena Corsi: “The Rise of Populism and Italy’s Electoral Tsunami”, HARVARD BUSINESS SCHOOL, 9-719-042, REV. June 7, 2019. Interesante, su Francia e Italia, anche il libro di Ilvo Diamanti e Marc Lazar: “Popolocrazia, la metamorfosi delle nostre democrazie” – Tempi Nuovi Laterza, 2018.

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MARCO CAPELLI 19/08/2020 at 17:48

Sono d’accordo. La soluzione non è la riduzione della democrazia ma il miglioramento dell’istruzione pubblica. Non allo scopo di formare tecnici per l’industria, come sostengono in tanti, ma cittadini/uomini in grado di ragionare consapevolmente e di utilizzare con competenza e profitto gli strumenti della democrazia perchè, come giustamente sottolineato, NON ci sono alternative.

L’articolo è comunque infarcito di voli pindarici (dell’autore) spacciati per verità assolute.
I tre rematori, sulla barca, farebbero semplicemente a turno, perchè è l’unico modo razionale per arrivare a destinazione.
Salvo che non fossero, ovviamente, elettori di un certo partito che non citerò (per non sporcarmi le dita) ma che sono certo abbiate già identificato. Voi, non io.

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MARCO 19/08/2020 at 17:41

… che tristezza.

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LUCIO MirandA 20/08/2020 at 17:22

GRANDE ARTICOLO BELLISSIMA ANALISI DAL PUNTO DI VISTA DI UN GIOVANE. Fatta con serenità e con logica. Chi qui ha commentato davvero pensa che i cassintegrati Alitalia [DA DIECI ANNI !!] voteranno per il fallimento di un’azienda decotta? E cosa dobbiamo dire di un contratto di gestione delle autostrade secretato [secretato !!] se non che è stato fatto per difendere delle rendite di posizione? Prima di commentare l’articolo non ho controlato chi sia Alessio, a che partito appartenga, se ha fatto del tempo in galera, niente.. ho letto e ho solo valutato nel merito delle parole scritte. E mi sono ricordato che anche Platone parlava di una democrazia limitata. Alessio.. you are not alone 😉

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Dario Greggio 21/08/2020 at 20:24

ti adoro, è perfetto!!
E, per fortuna ci penserà il covid 😉 😀

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gmn 24/08/2020 at 11:13

Dario Greggio, hai fatto il tampone? Chiedo perchè ti vedo messo male.

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Dario Greggio 02/09/2020 at 12:26

tu non hai idea di cosa so fare io… 😉

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gmn 07/09/2020 at 16:21

Dario Greggio, hai commentato “per fortuna ci penserà il covid”, quindi credo di essermi fatto una idea di cosa sai fare.

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web 12/09/2020 at 07:27

Analisi tremendamente lucida. Da 30enne a PIVA che lavora da gennaio a luglio solamente per pagare le tasse, senza alcuna tutela, non posso che dispiacermi della miopia di chi non vede il destino di un Paese meraviglioso ma che ha fatto del “vince il più furbo” il suo Mantra.

Demolire le fasce produttive significa disincentivare il lavoro, disincentivare investimenti e stimolare l’emigrazione. Soprattutto a fronte di burocrazia imbarazzante e servizi statali non degni di tale nome.
Veramente ci chiediamo perchè l’Italia vedrà la popolazione dimezzata nei prossimi 50 anni? (Dati thelacet).
In bocca al lupo a tutti.

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