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Speaker's Corner

Di Maio a Isernia: la svolta Thatcheriana convince solo gli smemorati

Chi lo avrebbe mai detto? Il Ministro Di Maio ha tenuto un discorso sull’importanza dell’accountability.

Siamo in quel piccolo angolo di Italia chiamato Molise, in quel piccolo angolo di Molise chiamato Isernia e lì, come in altri 1341 comuni, si stanno avvicinando le Amministrative. Svariati big (da Salvini a Giuseppe Conte, passando per Carfagna e Provenzano) vanno e vengono per supportare i candidati appoggiati dalle sezioni locali dei loro partiti. Fra questi, accolto da una folla inaspettata, mi è capitato di ascoltare il comizio di Luigi Di Maio.

Chiamatelo pure masochismo, ma sono andato di proposito ad ascoltarlo – trovandomi un posto in pole position fra giornalisti muti e fan sfegatati – poiché la sua figura mi ha sempre incuriosito. Sarà la discrasia fra la mole di gaffes inanellate durante il corso della sua carriera in politica e le cariche alle quali è riuscito ad accedere, ma Di Maio mi sembra incarni perfettamente lo spirito di questo Tempo. Proprio per questo, tutto mi sarei aspettato tranne che avvertire nelle sue parole lo spettro lontano di Margaret Thatcher (tutto questo parlare di spiriti e spettri deve avervi già fatto intuire che questa storia è spaventosa).

Trovate qui il comizio integrale, ma io mi limiterò a riportare alcuni virgolettati più salienti e a contestualizzare in breve le sue argomentazioni.

Di Maio ha aperto il comizio ricordando a tutti l’importanza di queste elezioni. Chi sarà chiamato dalla cittadinanza ad amministrare avrà fra le mani lo strumento del Recovery Fund (non entro nello specifico della questione, non ho idea di quale sia lo spazio di manovra delle amministrazioni comunali), ovviamente celebrato con l’asfissiante e sovranista retorica della vittoria di Giuseppe Conte sull’Europa unita in un fronte anti-italiano. Ma ciò che mi ha lasciato basito è quel che viene dopo: sottolineando la responsabilità in generale degli amministratori (e incrementata davanti a questa mole esagerata di risorse), egli afferma:

…ci sono obiettivi di spesa e obiettivi di risultati. Non si può amministrare un comune senza dare conto dei propri risultati come Giunta ai propri cittadini continuamente. Noi se ci rivolgiamo a questa piazza stasera è anche per dirci una cosa: che stasera siamo qui a spiegare che cosa volgiamo fare, ma è anche vero che questa piazza, Piero (candidato sindaco), ti verrà a chiedere che cosa stai facendo quando diventerai sindaco, e ti chiederà conto dei risultati del tuo programma. Se ci vediamo ancora nelle piazze è per dare questo valore.”

Colto dallo stupore, nella mia mente sorge spontanea una domanda che avrei tanto voluto porgli se solo avessi avuto un microfono: “non si può amministrare così un comune. E invece una nazione?

Parlando poi del Calcolo della Spesa Storica dei Comuni e del relativo smistamento di fondi per vari servizi a sua detta inefficiente e sbilanciato a favore del Nord, afferma che adesso, grazie ad una modifica dell’ordinamento, arriveranno più fondi ai Comuni. Di nuovo, non voglio entrare nel merito della questione perché non mi compete, ma anche qui Di Maio, oltre ad aver citato (non a torto) le nostre tasse come le più alte d’europa, sottolinea:

…noi abbiamo sbloccato il meccanismo di calcolo, arriveranno più fondi, ma è sempre il sindaco che deciderete di votare che sarà quello a cui deciderete di affidare questi soldi, che tra l’altro sono soldi vostri.”

Il pensiero espresso dal Ministro degli Esteri richiama in parte e almeno nella forma quel senso di responsabilità evocato dalla Thatcher quando tuonava “There is no such thing as public money, there is only tax-payers’ money. […] Prosperity will not come by inventing more and more lavish public expenditure programmes.” (Non esistono soldi pubblici, esistono solo i soldi dei contribuenti […] La prosperità non si realizza inventandosi sempre più programmi scialaquatori di spesa pubblica). Niente di più squisitamente liberale o liberista. Niente di più squisitamente lontano dal Movimento 5 Stelle e dalla loro cultura economica.

Se guardiamo alle manovre caratterizzanti i governi in cui Di Maio è stato ministro, ci appare ovvio che non razzoli bene come predica. Difatti, nei governi Conte I e II, le tasche (e non solo) degli italiani hanno subito abusi pressappoco continui. Basti pensare ai 3,35 miliardi dei soldi dei contribuenti che sono stati indirizzati nella già in rosso e decottissima Alitalia; oppure al fallimento totale di Quota100 che, basata su un’idea superficiale – per non dire fantasiosa – del mercato del lavoro ha reso solo più onerosa la previdenza pensionistica (che già pesa di suo) rispetto agli arrancati vantaggi per pochi; e cosa dire poi dei millemila bonus, come per esempio il bonus vacanze? O ancora, gli obiettivi di spesa e di risultati sono stati raggiunti per quanto riguarda il tanto festeggiato Reddito di Cittadinanza? Ovviamente no. E nessuno si berrà la tiritera sulla colpa delle regioni. Il punto vero è che lui ed i suoi compagni – per citare la Fornero – ignoravano gravemente la complessità dei problemi. Ed è la totale mancanza di spessore nella lettura del paese reale a dimostrarlo.

Insomma, Signor Di Maio, lei non ha abolito la povertà. Ma a chi ne ha dato conto lei? Dov’è finita la sua accountability?

Dopo varie digressioni, tornato a parlare dei fondi del Recovery afferma la necessità di creare “un meccanismo di monitoraggio della spesa“. Cascasse il cielo se fra i cavalli di battaglia del suo movimento non c’è stata storicamente la demonizzazione della Trojka! Uno storytelling che, per altro, continua ad essere vivo e vegeto, tanto che in pandemia i 36 miliardi del MES a tassi vantaggiosissimi sono stati rifiutati dal Conte II, e a rimetterci chi se non la piazza che, come da comizio, meriterebbe rispetto e responsabilità? Ovviamente la torta del Recovery Fund è troppo golosa per poter rimanere sulle proprie convinzioni e perderla. Quindi ora benvengano le condizionalità, anzi, sono un valore.

A questo punto arriva una piccola (grande) gaffe. Esprimendo timore per il rischio degli Enti territoriali di non riuscire ad accedere ad i fondi per mancanza di progetti decenti, ha detto una cosa che a molti sarà apparsa di buonsenso ma che in verità è agghiacciante: “…a me non interessano tanto gli sprechi, quanto i tempi di progettazione.” Quindi non gli importa tanto se vengono bruciati quei soldi, basta che arrivino.

Chiusa parentesi, ci sono altre due affermazioni che vorrei commentare (anche se ci sarebbero mille altre cose di cui parlare). La prima, sempre collegata al Recovery, riguarda la necessità di formare nelle Pubbliche Amministrazioni delle Equipe che si occupino di progettazione. Legittimo, ma parlando di dove prendere le risorse per formarle esprime: “…ci sono degli ambiti della Pubblica Amministrazione che stanno assorbendo energia a chi dovrebbe lavorare su questi temi“. Sconfortato, lo ringrazio per i 2.700 Navigator e vado avanti.

La seconda – che non necessita di essere contestualizzata – è: “Noi abbiamo bisogno di riforme strutturali, non di operazioni spot“. Per il commento critico a quest’affermazione, rileggere l’articolo.

1 comment

Dario+Greggio 22/09/2021 at 20:01

Coincidenza, circa: 10 anni fa esatti io andai ad incontrare un altro molisano, Antonio Di Pietro, a Torino – circa l’unico comizio della mia vita! Altro spessore, diciamo 😉 e altre speranze… ugualmente svanite (ma non per colpa sua, uno dei pochi onesti in itaglia)

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