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Lockdown: dove gli imprenditori sbagliano nel rifiutarlo

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Con l’inasprirsi della situazione Covid, sono poche le soluzioni che si profilano per il nostro paese al fine di superare una volta per tutte questa ondata pandemica. In attesa del vaccino (che sia russo o americano non importa), è necessario un nuovo lockdown nazionale, o comunque forti misure di contenimento per tutte quelle fasce della popolazione il cui spostamento non sia necessario.
Tuttavia occorrerebbe ridefinire proprio i parametri della necessarietà degli spostamenti, che possano inglobare ad esempio, finalmente, anche gli studenti di scuole medie e superiori, la cui formazione didattica deve essere prioritaria.


Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, solo il 3,5% dei casi si è originato nelle scuole durante la loro temporanea apertura tra settembre ed inizio novembre.
Dunque quale è stato il problema? I trasporti, inadeguati a mantenere alto il distanziamento sociale per colpa di politiche locali (la delega ai trasporti territoriali è regionale) spesso propagandistiche, caratterizzate da interventi non sistematici e/o talmente particolari da risultare pressoché inutili (si veda l’aumento delle linee 4 e 18 a Torino).
Se solo le scuole e pochi altri settori restassero aperti, i mezzi pubblici potrebbero rivelarsi sufficientemente sicuri anche nella situazione attuale e l’RT potrebbe comunque rimanere basso ma, come è classico nella politica e nella società italiana, vi sono numerose forze centrifughe che rendono lontano questo scenario.


Anzitutto vi è una certa imprenditoria che soffrirebbe enormemente un nuovo lockdown senza un adeguato supporto economico da parte dello Stato. Questa imprenditoria (che principalmente appartiene ad una piccola-media borghesia), non avendo una sua adeguata rappresentanza, trova un importante interlocutore istituzionale nella grande Confindustria e in talune forze di centro-destra (sindacati come l’UGL ma anche sigle partitiche). Questa corrispondenza si concretizza nell’organizzazione di manifestazioni di malcontento contro le politiche di chiusura del governo Conte, come avvenuto nelle piazze di Torino, Ravenna, Desenzano e di molte altre città.


Il sopracitato ceto piccolo-medio borghese lamenta la carenza di fondi pubblici da destinare alla loro tutela in vista di una eventuale chiusura totale. Nutre scarsa fiducia nelle capacità del Governo di risolvere un problema di tale portata, e vuole evitare a tutti i costi un nuovo lockdown.
Nel voler ciò, tuttavia, non si rende conto di starsi affidando ad una alta imprenditoria dominata da grandi imprese come la Fiat, che ha ricevuto 6,3 miliardi di prestiti garantiti dallo stato durante il lockdown, mentre altre imprese ancora oggi non ricevono i fondi per la Cassa Integrazione.


È strabiliante come il Governo dia prima a chi ha di più, gli Agnelli ed il loro fondo EXOR, e solo successivamente a chi, sempre imprenditore, possiede di meno.

Che nell’imprenditoria associata nessuno denunci questa contraddizione è un sintomo inequivocabile di quanto i successori dell’avvocato Gianni Agnelli abbiano ancora una influenza enorme nell’economia del paese.
Se questi favoritismi fossero evitati e si stabilissero finalmente delle regole serie di concorrenza tra le imprese e di uguaglianza nella distribuzione dei fondi pubblici, molto probabilmente gli imprenditori non avrebbero bisogno di scendere in piazza chiedendo una riapertura, che farebbe aumentare così contagi ed RT più di quanto riunirsi in massa già non faccia.


Di questa grande contraddizione, infine, soffrono i lavoratori e gli studenti, i quali si trovano a contrastare o ignorare i propositi degli imprenditori di riapertura totale, solo perché una certa oligarchia finanziaria nazionale vuole evitare che si smascheri il suo strapotere e l’ostacolo che esse stesse pongono alla realizzazione di un capitalismo equo e concorrenziale nel paese Italia, ancora fermo ad un feudalesimo dell’impresa più grande.

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