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Il COVID-19 potrebbe far esplodere una bomba atomica finanziaria?

È ormai chiaro che, oltre alla crisi sanitaria ed epidemiologica, il coronavirus abbia avuto effetti collaterali gravi anche sul piano economico. Migliaia di piccole aziende rischiano il fallimento, tanto che in numerose piazze del nostro Paese hanno preso luogo proteste contro le misure restrittive del Governo. Ma le conseguenze possono essere gravi al punto da far esplodere una bomba atomica finanziaria?

Per capirlo, è necessario ricordare le condizioni complessive in cui versava l’economia mondiale il 31 dicembre dell’anno scorso, giorno della scoperta a Wuhan del virus.

Per uscire dalla crisi del 2008, le Banche Centrali di tutto il globo avevano favorito l’immissione di liquidità a basso prezzo nel sistema economico tramite le politiche di Quantitative Easing e il massiccio acquisto di titoli di Stato. Queste misure si rivelarono efficaci: molte aziende grazie ad un accesso agevolato al credito riuscirono a finanziarsi tramite le banche, regolamentate in modo da evitare la concezione di prestiti eccessivamente rischiosi e garantirne l’affidabilità. Negli ultimi 3 anni, l’economia occidentale ha raggiunto il livello pre-crisi e ha ricominciato a crescere (con le dovute eccezioni, ad esempio… l’Italia). Tuttavia, la lunga durata di queste politiche monetarie espansive ha portato ad un effetto collaterale: una bolla sul debito.


I motivi sono sostenzialmente due. In primis, le aziende hanno approfittato in eccesso dei tassi bassi. Invece, gli istituti di credito, proprio a causa dei tassi d’interesse bassi tradotti in guadagni minori, hanno iniziato a concedere prestiti ad imprese sempre più rischiose per garantirsi un miglior rendimento, iniziando una sorta di ‘caccia al debito’. In questo contesto, è rilevante ricordare che i due terzi del debito corporate negli USA ha un rating junk, ossia minore di BBB. La dinamica è praticamente identica all’esplosione dei mutui subprime, che scatenò l’omonima crisi. Dal 2009 al 2019, escludendo le imprese finanziarie, il debito aziendale è passato dall’87% al 92% del PIL globale, il cui 40% possiede un rating junk.

La grande quantità di debito unita alla scarsa qualità di buona parte di esso genera un sistema estremamente sensibile ad uno shock economico, che, fatalità, è puntualmente arrivato. Nei primi mesi della pandemia, a causa del panico che dilagava fra i vari Stati, i mercati finanziari hanno registrato perdite stratosferiche, che non si vedevano dal Black Monday del 1987. Come nel 2008, le banche centrali riuscirono a ristabilizzare la situazione tramite haircuts sui tassi d’interesse ed acquisto di bond sovrani. Qualche giorno fa è stato annunciato l’arrivo di un vaccino, notizia alla quale i mercati hanno risposto con un certo ottimismo. Bomba disinnescata, quindi? Beh, è presto per dirlo, la crisi non è affatto finita, anzi, si prospetta un imminente ritorno a lockdown generalizzati in vari Paesi, quindi discese drastiche dei consumi e della produzione.

Come detto prima, le banche centrali utilizzarono la stessa strategia nel post 2008 per risollevare i mercati. Ma questo non è il 2008. Il problema non riguarda il mercato finanziario, ossia gli istituti di credito, bensì l’economia reale, che sta venendo lentamente spenta a colpi di lockdown. Le persone chiuse in casa tagliano drasticamente i consumi e non lavorano, compromettendo la produzione mondiale. Questa dinamica è pericolosamente aggravata dal fatto che le imprese coinvolte hanno sulle spalle gli enormi debiti sottoscritti durante l’epoca del Quantitative Easing. Non possono quindi permettersi interruzioni longeve dei loro flussi di cassa, incomberebbero nella situazione di insolvenza. Per evitarlo si possono intraprendere tre vie: applicare tagli dei costi e del personale, richiedere altro denaro in prestito o dichiarare bancarotta.

Le banche tuttavia sono molto restie nel concedere prestiti a causa dell’incertezza sul futuro che si respira in questi mesi, lasciando quindi aperte solo le altre due opzioni che avrebbero effetti collaterali gravissimi. Partendo dal settore turistico e del trasporto aereo/ferroviario, i fallimenti si propagherebbero con effetto domino su tutta l’economia globale: chi perde il lavoro smetterà di consumare e riserverà i propri risparmi alle spese essenziali, altri settori registreranno quindi perdite e dovranno applicare tagli al personale, che consumeranno di meno e così via, sempre più giù in una discesa a spirale verso il baratro.

Se nel 2008 le banche erano il problema, oggi rappresentano una delle soluzioni, avendo bilanci nettamente più solidi di 10 anni fa e norme che rassicurano i servizi. Anche le banche centrali giocano nuovamente un ruolo chiave, avendo la possibilità di far affluire flussi di denaro alle banche: chi riesce a prestare denaro, deve sentirsi sicuro di darlo in prestito nonostante l’incertezza, cosichhè le imprese riescano a retribuire i propri dipendenti e riprendere la produzione una volta terminato il periodo di crisi. Ed è qui che, come dichiara Mario Draghi sul Financial Times, entrano in gioco i Governi, che hanno il compito di garantire il nuovo debito contratto dalle imprese. É compito dello Stato proteggere la propria economia, quindi i propri cittadini, e assorbire lo shock, o almeno ridurne il più possibile gli effetti negativi. Ma incombe un’altra questione: come assicurarsi che questo credito venga percepito da aziende virtuose e non da quelle già fallimentari prima della pandemia, che potrebbero approfittare dell’intervento pubblico per salvarsi dalla bancarotta? 

Gli esperti hanno avanzato diverse soluzioni, ne presenterò due. Giammarco Miani e Francesco Namari, analisti finanziari operanti nella City of London, hanno descritto nel podcast Bank Station un sistema di calcolo basato sulla quantità di imposte/tasse versate dall’impresa nell’arco dell’esercizio concluso nel 2019. In questo modo, si potrebbe assegnare le risorse alle imprese produttive, facendo pagare meno chi è in perdita o non produce, e diligenti nei loro obblighi verso l’erario penalizzando gli evasori. Michele Boldrin, economista e professore presso la Washington University in Saint Louis, ha presentato sul canale Liberi Oltre e più dettagliatamente sul Sole24Ore una distinzione basata sulla divergenza fra il reddito medio dichiarato negli ultimi 5 anni dell’impresa e quello del 2020. Anche in questo caso il risultato non cambia: il denaro viene distribuito ad aziende meritevoli, economicamente e fiscalmente parlando. (NB: il professore parla di sussidi tramite credito d’imposta piuttosto che garantire prestiti bancari. Consiglio la visione del video o dell’articolo per chi volesse approfondire quest’alternativa).

Insomma, l’efficienza dello Stato è di estrema rilevanza in questa situazione. Inoltre, grazie all’Unione Europea e al Next Generation EU le risorse finanziarie da allocare per garantire i crediti non mancano. Che piani ha il nostro Governo in merito? Emanare bonus in quantità industriale per motivi elettorali, trasformare Poste Italiane nella Amazon di Stato, finanziare il buco nero di soldi dei contribuenti per ecellenza chiamato Alitalia. Comprare banchi a rotelle, creare la Netflix italiana, inconsci del fatto che esista già da anni e si chiama RAI, e dare piccoli contentini alle imprese distribuiti senza criteri validi, utilizzando il creativo nome di ‘ristori’.

Se questa crisi economica oggi non è percepita, è solo grazie all’utilizzo di sistemi artificiali quali il blocco dei licenziamenti e la moratoria sui mutui che rimandano il problema senza risolverlo, fingendo che non esista. In pieno stile italiano, dopotutto. È dagli anni ’70 che questa mentalità ha preso piede all’interno della politica e dell’opinione pubblica, e anche in questi momenti di estrema difficoltà persiste. Continuare a mettere pezzetti di nastro adesivo sulle crepe non eviterà il crollo della casa. Ricordo inoltre che il virus in sè è un fattore naturale, che possiamo solo in parte controllare, mentre le conseguenze economiche, sociali e sanitarie sono tutte quante frutto delle decisioni prese in risposta a suddetto evento.

La mia speranza è che l’esecutivo inizi a considerare con estrema serietà questo problema e sintetizzi delle soluzioni concrete il prima possibile, dato che più si protraggono i problemi nel tempo più c’è il rischio che le imprese in crisi non riescano a pagare i propri debiti generando non pochi fallimenti. Tra aziende e cittadini senza reddito a causa della perdita del lavoro, inevitabilmente verrà trascinato nel baratro anche il sistema bancario. Nel momento in cui la crisi dovesse colpire anche l’economia finanziaria, esploderebbe una bomba atomica che affosserebbe l’Italia, causando conseguenze economiche e soprattutto sociali nefaste. Potrebbero servire decadi per riprendersi del tutto, ammesso di riuscirci.

1 comment

Dario Greggio 14/11/2020 at 12:11

e speriamo.

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