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Sanità Venti dall'isola

COVID-19: un termometro per lo stato di salute della Sanità?

Covid-19

COVID-19: un termometro per lo stato di salute della Sanità?

L’emergenza COVID-19 è al centro della cronaca nazionale, ma per i motivi sbagliati. Se il problema è la resilienza e l’organizzazione del SSN, sorge spontanea più di una domanda: avremmo potuto fare meglio? Saremo pronti ad affrontare le epidemie future, tra declino demografico e scarso accesso dei giovani alle professioni sanitarie?

Nelle ultime settimane, il dibattito pubblico sull’emergenza coronavirus è stato all’incirca di questo tenore: è più o meno pericoloso dell’influenza (disclaimer: le stime sui dati attuali suggeriscono un tasso di letalità – e non di mortalità, come molti, erratamente, affermano –  tra le 10 e le 30 volte superiore a quello dell’influenza stagionale), mascherina sì, no, forse, tanto muoiono solo gli anziani, in Italia facciamo più tamponi che negli altri Paesi, passando per vari dubbi sull’efficacia della misure draconiane messe in atto dal governo (“perché chiudere i bar solo dalle 18:00 in poi? Perché chiudere tutte le scuole, ma non gli uffici?”). A ciò si aggiunge la confusione fomentata dalle indicazioni contraddittorie di una folta schiera di auto-insigniti esperti ed opinionisti vari ed eventuali. Per non parlare della caccia agli untori, nuovo sport nazionale insieme ai collegamenti in diretta h24 dall’ospedale di Casalpusterlengo o dalla piazza di Codogno, con inviati che premono allegramente il microfono sulle mucose di soggetti potenzialmente infetti. Ogni giorno, umiltà, buon senso e comprensione di base del metodo scientifico sono sacrificati sull’altare di polemiche vuote e fuorvianti.

Quella del nuovo coronavirus è davvero un’emergenza? Va contenuta? Risposta breve: sì e per un solo motivo, nascosto in piena luce. Se ci si ammala tutti insieme, il numero assoluto di individui in terapia intensiva potrebbe eccedere il numero di posti disponibili. Poiché tali reparti non sono stati inventati ad hoc per il nuovo coronavirus, a soffrire (e, potenzialmente, a morire) della carenza di posti e personale saranno non solo i nuovi infetti, ma anche tutti gli altri gravi ammalati di “consuete” patologie che necessitano trattamento d’urgenza. Lo sanno bene i malati dell’area rossa, dove inizia a pesare la scarsità di medici e strutture.

Prima di fiondarsi ad acquistare mascherine e disinfettanti, o di lamentarsi dei rincari, forse vale la pena chiedersi:

ci sarà forse, da qualche parte, un medico a cui serve più che a me?

A ciò si aggiunge un caveat che torna ciclicamente nel dibattito pubblico per poi inabissarsi (e lasciare il posto a urgenze d’ordine superiore, quali presunte invasioni migratorie, pensioni anticipate e riforme costituzionali di dubbia utilità). Il nostro SSN, pur qualitativamente efficiente, è (non ironicamente) affetto da numerose patologie. Nell’ordine: 1) carenza di infermieri (presenza inferiore alla media OCSE) 2) carenza di alcuni specialisti – tra cui, guarda caso, medici d’urgenza e anestesisti, 3) ampi divari territoriali 4) un’età mediana del personale medico elevata e destinata ad aumentare, destante particolare preoccupazione soprattutto a fronte di 5) un atteso aumento della domanda futura, principalmente per via dei cambiamenti demografici. Altro dato cruciale per l’emergenza COVID-19 è 6) la risaputa carenza di posti letto, già inferiore alla media UE. Ecco perché, forse, l’emergenza COVID-19 ci racconta molto di più dello stato della Sanità nazionale che del virus in sé. Certo, se un virus si diffonde troppo velocemente (l’avrete capito, ormai, la diffusione è inevitabile: si tratta solo di far sì che ci si ammali gradualmente, per evitare il sovraffollamento nei reparti), non c’è sistema sanitario che tenga. Questo non può però valere da giustificazione all’insufficiente programmazione attuale.

Le nuove generazioni di medici e infermieri sono una delle nostre più grandi risorse, ma favorendone l’esodo all’estero (per via principalmente di retribuzioni inferiori alla media UE), creando irragionevoli barriere alla loro formazione, come il tristemente noto imbuto degli specializzandi, non ci si prepara al meglio a emergenze future. Oggi il COVID-19 , domani qualcos’altro: non se, ma quando. Quando si ha a che fare con l’incertezza, l’unica opzione razionale è la prevenzione: dare priorità a mismatch e carenza di risorse nel SSN, piuttosto che a qualsiasi dotta considerazione su presunte “certezze scientifiche” e tassi di mortalità.

Prima di fiondarsi ad acquistare mascherine e disinfettanti, o di lamentarsi dei rincari, forse vale la pena chiedersi: ci sarà forse, da qualche parte, un medico a cui serve più che a me?

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