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Covid-19: la Chernobyl della classe politica italiana

Quando avvenne Chernobyl, fu un evento apparentemente del tutto imprevedibile. Causò qualche decina di morti diretti per le fortissime radiazioni, migliaia di malati di tumori e rese inabitabile un’area di circa 60 km di diametro. I danni all’economia stimati all’epoca non furono enormi: pari a 9,2 miliardi di rubli, erano lo 0,5% del PIL sovietico (sono stati molto più ampi quelli indiretti nei 30 anni seguenti, pari a 700 miliardi di dollari). Non una grossa cifra nel 1986, in assoluto o comparata con altri disastri (l’uragano Katrina costò almeno 150 miliardi di dollari, l’1% del PIL USA), eppure ebbe un notevole impatto nell’accelerare la caduta dell’Unione Sovietica, come ammesso dallo stesso Gorbaciov nei suoi diari.

Il grande effetto di Chernobyl fu soprattutto di esibire le fragilità dell’URSS: la sua burocrazia elefantiaca rese la gestione dell’emergenza lenta, passò infatti troppo tempo per le evacuazioni, e fu sottostimata la gravità dell’incidente nei primi giorni, per ragioni di segretezza totale assenza di accountability.

Gli studi effettuati per comprendere le cause dell’incidente hanno scoperto la presenza di una grande serie di errori umani, di personale non sufficientemente preparato, di capi arroganti, ma, soprattutto, un errore di progettazione dei reattori nucleari del tipo esploso (RBMK-1000, reattore raffreddato ad acqua) che era stato tenuto segreto.

Passiamo alla crisi che stiamo vivendo in questi giorni, legata alla pandemia del Covid-19, e teniamo presente che il paragone mi serve per fare dei ragionamenti ulteriori, non deve essere preso alla lettera. A mio avviso vi sono degli evidenti punti di contatto: una crisi grave mal gestita, burocrazie che rallentano la risposta, diverse figure eroiche che salvano dal disastro completo, danni economici.

Per le mie considerazioni l’aspetto centrale è il primo: una grave crisi mal gestita, in termini relativi (rispetto a paesi più efficienti come Corea del Sud, Germania, Taiwan e Singapore, di cui abbiamo parlato qui) e assoluti, visto l’importante numero di vittime e i danni all’economia — a ora, almeno il 15% del PIL del semestre è andato perso.

Quale può essere l’impatto sul nostro sistema politico e su quello economico? In primo luogo, ha messo a nudo parecchie fragilità:

  1. mancanza di piani di gestione delle pandemie (eventi rari ma non improbabili);
  2. conflitti tra Stato e regioni, di attribuzione di responsabilità e risorse nonché politici;
  3. politica incentrata sul presente (di cui punto 1 come conseguenza);
  4. incapacità di imitare le best practice straniere;
  5. difficoltà nell’ammettere gli errori;
  6. aziende con scarse competenze finanziarie e troppo bancocentriche;
  7. legami a doppio filo tra politica e grandi aziende che hanno ridotto innovazione.

Sono carenze da sempre note che, però, essendo trasversali all’arco politico, hanno ingessato il Paese da più di vent’anni senza portare a un vero cambio di modelli di leadership. In Italia non sono infatti emersi leader grazie alle proprie competenze, manifestate sul campo: siamo incapaci di valutare la qualità delle politiche promosse in contesti economici normali. I presidenti del Consiglio competenti sono sempre stati inseriti nel governo del Paese attraverso delle forzature istituzionali: i cosiddetti “governi tecnici”, e non hanno mai retto agli effetti delle proprie iniziative economiche draconiane.

Passato il covid-19 la vera crisi sarà di natura economica: occorrerà una reazione coordinata dei principali attori economici, non basteranno gli aiuti a livello di liquidità, men che meno le mancette, ma iniziative per snellire gli adempimenti burocratici evitando di fare concessioni alla criminalità organizzata, coordinamento tra le PMI per consentire loro di riprendere a esportare ecc.

 

Covid-19, chi può emergere dalla Chernobyl italiana?

Mi sia concesso un’altra divagazione storica – sempre di disastri parlo. Un ulteriore stimolo alla riflessione sulla leadership mi è venuto dalla lettura di Caporetto, dell’ingegnere Mario Silvestri: forse il suo non è storicamente un lavoro impeccabile, ma la sua expertise tecnica è di estremo interesse per gli obiettivi di questo articolo. In sintesi, la sconfitta di Caporetto affonda nel tempo ed è stata causata da una leadership incapace di apprendere dai propri errori, di modificare il proprio approccio tattico, anche perché dirigeva la battaglia da lontano tramite continue circolari.

 

 

I grandi generali non si assumevano mai le responsabilità delle sconfitte: queste venivano imputate allo scarso spirito combattivo dell’esercito o alla mancanza di disciplina. A sostegno della sua tesi, Silvestri ritiene che la reazione difensiva sul Grappa fu dovuta soprattutto all’intuito e all’esperienza di combattimento dei comandanti di battaglione e divisione, non alle indicazioni dell’Alto Comando, sostanzialmente tagliato fuori dalle difficoltà di comunicazione.

Usando le sue considerazioni, possiamo immaginare che nell’attuale crisi emergerà una classe dirigente di persone coinvolte in prima persona nella gestione, capaci di arginare la sconfitta e, mi auguro, di rilanciare la ripresa economica.

Quanto più ci saranno difficoltà nella fase 2, e informazioni confuse dal centro, tanto più potremo testare e sperimentare l’auto-organizzazione locale, delle periferie, potendo anche isolare case studies di successo. Nella politica, nell’impresa, nel terzo settore, nella cultura. Ma non sarà un processo immune da rischi: l’autonomia involontaria rischia di affossare quelle regioni che sbaglieranno approccio. Siamo in fondo in un contesto schumpeteriano: ci sarà molta distruzione creativa.

Che cosa si è osservato finora? Nella Lega è visibile la crescita di rilevanza di Luca Zaia, alla luce della buona risposta della sua regione, talvolta in disaccordo rispetto alle indicazioni del Governo, ma tecnicamente fondata. Ed è utile evidenziare che il tecnico a cui si è affidato, Andrea Crisanti, è per l’Italia un outsider puro: ha costruito la sua carriera all’estero, senza inseguire consorterie. Inutile dirlo… saranno più utili i liberi pensatori nell’identificare le migliori soluzioni rispetto agli yes men che pullulano a ogni livello.

Anche l’Emilia Romagna si sta comportando bene, così come valuteremo la capacità di Giuseppe Sala di recuperare gli errori iniziali in base alla gestione della fase 2. Il M5S potrebbe schiantarsi definitivamente contro il MES, liberando magari spazio a nuove iniziative dal basso.

A fronte di una probabile ritirata delle forze populiste serviranno progetti coraggiosi e innovativi, perché difficilmente saremo disposti ad affidarci, ancora una volta, al meno peggio. Intanto, iniziamo a dare il nostro contributo, per quanto possibile.

Andrea Danielli

Andrea Danielli

Andrea Danielli è trai fondatori di Liberali da Strapazzo, ha fondato la rubrica "Millennials" per il quotidiano Linkiesta ed è stato pubblicato, tra gli altri, da CheFuturo!, Doppio Zero, L'Unità, Europa ed Econopoly.

4 comments

Luca Celati 24/04/2020 at 17:53

Ottimo articolo, grazie. Due precisazioni:
1) La costruzione delle fortificazioni del Grappa che si rivelo’ decisiva dopo Caporetto rappresenta in realtà uno dei (pochi) contributi di Cadorna, che l’aveva fatta costruire in precedenza proprio per non lasciare scoperta la pianura Padana. Nota bene: non milito affatto fra i sostenitori di Cadorna nè di Badoglio.
2) Circa l’Emilia Romagna, i dati sulle mortalità non sono in realtà molto dissimili da Lombardia e Piemonte. Ovviamente gli ordini di scuderia tra i media portano ad affermare il contrario.

Non mi è chiaro quante persone di spessore (molte delle quali sono definitivamente emigrate) avranno voglia di mettere le mani a un ginepraio simile ma mi auguro che il Suo ottimismo venga ripagato.

Cordialmente,

Luca Celati

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rocco 05/05/2020 at 12:04

Punto 2.
Hai ragione, Aspettiamo però di capire quali sono state le dinamiche di contagio. Fra le competenze manca proprio quella di analizzare input e output. Germania: Dr. Streeck, funzionario pubblico e il suo team analizzano un focolaio nel minimo dettaglio. Qualcuno in Italia si è mosso? Io ho notato solo la tardiva (non per colpe, per necessità di accumulo esperienza) ma importanti iniziative dal punto di vista terapeutico.
I dati presi così come sono (deceduti, ma ce ne sarebbe da dire) dicono che le performance peggiori sono di Lombardia, Emilia, Liguria, Marche, Trentino, Val d’Aosta e Piemonte. In ordine decrescente di morti/popolazione le altre regioni sono state investite con ritardo, quando già il lockdown era in vigore. Il Veneto è stata l’unica regione del Nord a reagire tempestivamente e a salvare vite umane. Non credo si possa discutere.

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Aldo Mariconda - Venezia 24/04/2020 at 18:37

Più che condivido l’auspicata necessità di progetti innovativi, per le riforme e lo sviluppo, ma non vedo prospettive chiare, perché ancora i populisti e sovranisti, secondo SWG, pesano per il 42.8 dei consensi (20 aprile, Lega 29.5; f.lli d’Italia 13.3); il 13/4 erano al 43.9.
Abbiamo i 5S al 14,4, ma in piene baruffe chioggiotte e vi è anche il rischio di un crollo del governo. Se non vi è una proposta innovativa e convincente vs. il “rancore” crescente tra gli elettori, il rischio è grosso.

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Andrea Danielli 25/04/2020 at 10:10

Grazie del commento Luca, anche io approfitto per fare una precisazione – lo spazio è giustamente tiranno. Condivido con lei che le fortificazioni del Grappa furono di Cadorna; quanto sostiene Silvestri è che però la difesa fu efficace non solo per le medesime, ma perché gli italiani attuarono una tattica di “difesa elastica”, ossia non concentrarono sulla prima linea tutti gli uomini, utilizzarono ripiegamenti tattici e furiosi contro-attacchi e, a dire di Silvestri, lo fecero comandati dai ranghi minori. Come costruire una proposta innovativa in poco tempo… penso sia possibile solo mettendo da parte le ambizioni di leadership, sapendo passare il testimone quando serve.

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