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COVID-19: basta parlare di runners. Senza il corretto supporto dello Stato, il sistema non reggerà.

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Mentre la distruzione economica creata da COVID-19 va divenendo man mano più concreta, passando da proiezioni su carta a realtà visibile anche nei dati raccolti, una cosa che spero risulti chiara a tutti è che questa litania di dati negativi non finirà immediatamente appena le attività ripartiranno. Al contrario, tutto maggio sarà un mese molto complicato, e forse vedremo un inizio di relativo miglioramento nei dati mondiali a partire da giugno – fermo restando che non vi siano nuove ondate di infezioni, che comporterebbero nuovi lockdown e nuove, naturali, paralisi economiche.

Mentre in Italia si discute di runners e di gente che va sui navigli come se nulla fosse il giorno dopo la riapertura della società (cosa che, per carità, rimane un atto poco intelligente), vi è una pressoché totale assenza di seria e profonda discussione su come lo stato italiano debba sostenere le imprese ed i consumatori, e quanto visto inizialmente nel nuovo decreto non è certamente di buon auspicio. Si passa dalla richiesta di una presenza statalista totale, a rimostranze di varia natura e genere. I ritardi negli interventi a supporto, nonostante innumerevoli promesse, non si contano. Maggiori sono questi ritardi, maggiore è la pressione che l’economia deve sopportare da sola, con evidenti ricadute negative sull’ipotetica ripresa. Maggiori sono gli ingarbugliamenti burocratici contenuti nei decreti, peggio è. Il tempo è sempre denaro, ma questa volta lo è perfino di più. In altre parole, se grattiamo un poco più a fondo, oltre agli slogan spesso superficiali, cosa troviamo? Poca sostanza e tanta confusione.

E questo è un problema sia per l’immediato che per gli anni futuri. Il fenomeno che vedremo a livello globale (ed in particolare in sistemi lenti a reagire come quello italiano) è di market concentration e di un’ulteriore crescita nella disparità di reddito.

Quella che stiamo vivendo in questo momento è stata definita (correttamente) come la Grande Compressione. Ma pensare che il crollo di attività osservato durante gli ultimi mesi sparirà come d’incanto, una volta che questa compressione verrà meno e che i consumi e le attività riprendendo a volare è, nella migliore delle ipotesi, naif. In altre parole: sognare una ripresa a forma di V può essere anche bello, ma rimane solo uno sogno.

Senza supporto mirato, veloce, ed adeguato, nei confronti di quelle PMI italiane che sarebbero state liquide senza la pandemia, molte di loro semplicemente non saranno in grado di ripartire. Gli enormi problemi che questo causerebbe ai livelli di occupazione del paese, oltre a quelli nel tessuto innovativo italiano, sono evidenti a tutti.

Il concreto rischio risultante da questa congiuntura è di creare una situazione in cui abbiamo una ancora più alta concentrazione di mercato e disparità di reddito. Questo è tutto tranne che una discussione teorica o un qualcosa che può essere semplicemente derubricato a un problema ideologico. Al contrario, ha enormi risvolti negativi sulla capacità di crescita di un paese.

Storicamente, una certa teoria macro-economica ha sostenuto che la disparità (inequality) fosse uno strumento efficace nello stimolare la crescita. Secondo questo principio, le porzioni più benestanti della società sarebbero state in grado di risparmiare parti più rilevanti delle proprie entrate, e avrebbero poi trasformato questo surplus di risparmio in investimenti. Chiaramente, una situazione del genere avrebbe portato alla creazione di un numero maggiore di prodotti e servizi ed, in breve, avrebbe fatto diventare l’economia più forte.

Purtroppo, però, questa teoria classica non ha resistito al test con la realtà. Negli Stati Uniti, il rapporto tra investimenti e national income è andato diminuendo fin dagli anni 80. Lo stesso accade un po’ ovunque. In altre parole, il surplus di risparmio della parte più ricca di popolazione non si è trasformato in investimenti addizionali. Al contrario, quel surplus è andato a finanziare debito aggiuntivo per il 90% della popolazione restante e per il governo. Di conseguenza, il debito di cui tanto si parla a livello internazionale, sia per quanto riguarda le famiglie sia per quanto riguarda i governi (problema, quest’ultimo, tipico della realtà italiana) è anche un prodotto di income inequality.

Ovviamente, questa non è una situazione sostenibile. Il fatto che la parte più ricca della popolazione presti denaro allo stato e al 90% più povero crea un ulteriore flusso di denaro che va dalla parte più povera a quella più ricca – il che estremizza ancora di più il fenomeno. E dato che i “ricchi” hanno una propensione al risparmio maggiore rispetto ad altre fasce di popolazione, il pagamento degli interessi da parte della porzione di popolazione più povera va a creare un’altra variabile che aumenta l’indebolimento della domanda aggregata.

Quando si è in questo processo, vi è una sola maniera per mantenere l’equilibrio: ridurre i tassi di interesse. In questa maniera, il debito dei non-ricchi (e dello stato) è “libero” di incrementare e la domanda aggregata può trovare supporto – almeno per un po’.

Ma questa non è una strategia che può continuare all’infinito. Quando i tassi di interesse toccano il c.d. lower bound l’unica maniera per mantenere l’equilibrio è quello di ridurre l’output, dato che non si è più in grado di stimolare l’adozione di nuovo debito. Di conseguenza, la crescita economica diventa anemica, il che colpisce in maniera negativa tutte le fasce di popolazione, indipendentemente dal loro reddito. Vi ricorda qualcosa?

Il risultato di tutta la ricerca sull’argomento è chiaro, e dimostra l’importanza di passare ad una crescita economica dove il sistema consente una minor disparità di reddito, ossia un sistema dove il livello di reddito dei c.d. non-ricchi viene rinforzato. Il risultato di questa strategia sarà una domanda aggregata più robusta, un output rinforzato, e la possibilità di uscire dal lower bound dei tassi di interesse, cosa particolarmente importante in ottica futura.

E quindi, a questo punto, la domanda necessaria è: come facciamo ad evitare che le debolezze del sistema, già esistenti, siano oggi aggravate in maniera esponenziale da questa Grande Compressione? E come facciamo a non finire dritti in una depressione? Certamente, è molto più semplice (anche solo da un punto di vista tecnico) staccare un unico assegno alle grandi imprese che raggiungere in maniera efficiente milioni di micro, piccole, e medie imprese. Eppure, solo il secondo metodo porterà a dei risultati sostenibili e utili.

Solo in questa maniera l’intero tessuto sociale del paese verrà protetto. E solo in questa maniera coloro che hanno capitali economici potranno trarre vantaggio da un aumento della domanda aggregata.

Uno stato che non sostiene in maniera puntuale le sue micro, piccole e medie imprese, i suoi lavoratori, e che non trasferisce risorse alle proprie famiglie e alle piccole società (non solo ora, ma anche nella fase di ripresa) fallisce nel suo essere gestore di ultima istanza della crisi. In altre parole, fallisce nel suo essere stato. Se non si dovesse provvedere a sostenere il tessuto economico del paese, continueremo a sprofondare. La decrescita felice non esiste. Forse è il caso che si inizi a fare qualcosa di serio al riguardo.

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Mario Vanella

Mario Vanella

Global Chief Economist a Orient Research Center, think tank con sede a Dubai; collabora con multilaterali e multinazionali. Orgogliosamente Nerd.

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