Speaker's Corner

Coronavirus, Salvini e la fine di tutte le cose

Quando qualcuno ci fa quella domanda rimaniamo sempre un po’ spiazzati, bisogna ammetterlo. C’è chi si spinge ad abbozzare una risposta sensata, ma i più onesti tra noi non amano sbilanciarsi troppo senza elementi su cui ragionare. Il più delle volte a quell’interrogativo segue un silenzio penoso, imbarazzato, un silenzio che la dice lunga sullo stato di cose e la sua relativa complessità.

La domanda in questione, tanto semplice eppure complicata, è la seguente: “quando pensi che finirà tutto questo?”. È la domanda che ci perseguita nell’attesa infinita della quarantena; un’ attesa che suscita, a noi costretti nelle mura di casa, un chiaro senso di impotenza, perché è un’attesa inoperosa, statica. È l’attesa di chi aspetta che “gli Altri” (medici, infermieri, protezione civile) portino avanti la lotta e di chi spera che le cose, in fondo, si rimettano a posto da sole.

“Andrà tutto bene”, recitano le scritte appese agli atoni balconi cementati, ma solo perché abbiamo la certezza dogmatica che l’epidemia, come tutte le cose, abbia inscritta dentro di sé la propria fine. C’è un tempo per ogni cosa, ci suggerisce il buon senso comune, ma se è così allora dobbiamo ammettere che non esiste sempre il correttivo, il gioco di prestigio che rimescola le carte in tavola.

A volte esistono fenomeni sociali che non si fermano con un intervento esterno, con un deus ex machina, ma che si arrestano in totale autonomia solo dopo aver fatto il loro corso; proprio come un giocattolo caricato a molla.

E tra questi fenomeni sociali, forse, va anche inserita l’onda montante del populismo di Salvini. Chiunque sia armato di semplice accortezza si sarà reso conto dell’affannoso stato di difficoltà in cui versa Salvini da circa un mese. Da settimane il leader della Lega è ridondante, spesso inopportuno, e continua a fare buco nell’acqua condividendo fake news e scadendo in ridicoli post demagogici. Basti pensare all’assurda sparata sulla riapertura delle chiese o al clamoroso harakiri che lo ha spinto a condividere il complotto del virus da laboratorio. Qualcuno può ribattere che tutto questo, in fondo, è il Salvini che abbiamo sempre conosciuto. Ma non è così.

C’è stato un cambio di passo negli ultimi tempi, qualcosa nella Bestia, la macchina propagandistica assetata di like, si è inceppato, e il termometro di questa crisi inizia a rilevare qualche flebile linea di febbre: un sondaggio di Index Research, mostrato a PiazzaPulita il 2 aprile scorso, segna una caduta differenziale della Lega del 2,8% nelle intenzioni di voto, portando il partito dalla vetta del 30,5% a un meno ripido 27,5%. Gli stessi cartelli di La7 mostravano anche sondaggi di diverso tipo, tutt’altro che confortanti per il leader della Lega. Uno di essi dimostrava che la maggior parte degli italiani intervistati (75,6%), a torto o a ragione, si riteneva soddisfatta delle misure di lockdown attivate dal governo giallorosso. A questo si aggiunga che una fetta preponderante degli intervistati (45,6%) ha espresso apprezzamento per un eventuale governo di unità nazionale post-emergenza. Il resto del campione, reticenti esclusi, si accontenterebbe della semplice prosecuzione del governo in carica (32,2%), mentre solo un misero 4,4% sarebbe disposto a tornare alle urne per esaudire i desideri di chi provocò la crisi di agosto.

Persino nell’indice di gradimento dei leader politici non arrivano buone notizie per Salvini: un sondaggio Ipsos di fine marzo rivela infatti che l’ex ministro dell’Interno non si è soltanto allontanato, e di molto, dalla figura di Giuseppe Conte (esplosa fino al picco di gradimento del 61%), ma è anche stato superato da Giorgia Meloni, che con il suo 41% sopravanza Salvini di due punti. Non c’è bisogno di ricordare quanto siano approssimativi e scarsamente indicativi certi sondaggi, ma se dobbiamo dargli peso, come abbiamo fatto per mesi, non possiamo farlo a giorni alterni: i sondaggi o valgono sempre o non valgono mai, tertium non datur.

Che tutti questi dettagli siano premonitori di una fine imminente? Possibile. Quel che è certo è che Salvini, come ogni leader che imposti la propria ascesa politica su una retorica personalistica, è destinato a questa fine, e cioè è destinato ad essere dimenticato, a scomparire dal teatro dei pupi. Perché anche il fenomeno Salvini è un giocattolo caricato a molla. In fondo si tratta solo di questo, di pura e semplice recita; tant’è che sarebbe più corretto parlare di ‘politicanti’ piuttosto che di politici. E i politicanti rimangono sulla scena a recitare la parte dei politici solo finché la volubilità dell’elettore-spettatore glielo concede: una volta che ci si è stufati, una volta che si diventa obsoleti è tutto finito. E non c’è redenzione che tenga. Per questo in Italia, negli ultimi anni, assistiamo a indici di voto altalenanti, a cambi di passo repentini. Il 40% delle Europee 2014 di Renzi, il 33% dei 5 stelle alle politiche del 2018, il 40% sfiorato da Salvini… la lista sarebbe lunga, ma il dato certo è uno solo: anche il fenomeno Salvini, come il Coronavirus, è destinato a fare la fine di tutte le cose.

Maurizio Mascitti

Classe ‘97, al momento specializzando in Filosofia al San Raffaele di Milano (unisr). Coltivo la passione per la scrittura collaborando con alcune riviste e blog online, soprattutto per temi di politica e attualità.

1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 07/04/2020 at 18:55

Attenzione a non illudersi troppo. Comunque sia il leggero declino di Salvini, la destra sovranista e polupista oggi avrebbe la maggioranza se si andasse al voto. E vi è un vuoto nell’area c.d. liberale/moderata, dato e non concesso che F.I. la rappresenti, ma comunque era un suo target almeno iniziale) dato che oggi Berlusconi è in crisi e rimane fortemente alleato alla Meloni e a Salvini (E mi meraviglia che alcuni che ritengo liberali come Tajani rimangano dentro).
Ma, a mio avviso, è grave il fatto che l’Italia era in crisi già prima dello scoppio della pandemia. Secondo l’OCSE, il ns. PIL/Pro-capite è un po’ sceso da oltre 20 anni, a differenza degli altri paesi aderenti. Gli effetti negativi della globalizzazione – che ha portato vantaggi altrove specie nei paesi emergenti – quali la maggiore concentrazione della ricchezza, l’indebolomento delle classi medie e l’allargamento di quelle povere è più accentuato in Italia. I salari sono rimasti bassi ma bassa è la produttività del Paese, il debito pubblico è continuamente aumentato e sono stati fatti tagli dappertutto, dalla scuola e Università, al welfare. Il lavoro è cambiato e il mito del posto fisso è rimasto solo nel settore pubblico.
Allora, il disagio sociale è cresciuto, e il populismo attrae dando risposte apparentemente facili a problemi difficili.
Allora io vedo una destra sovranista che illude la gente con un proclamato patriottismo e additando l’Europa come la causa di tutti i mali, un PD sostanzialmente con un ruolo conservatore – quieta non movere – i 5Stelle impreparati, presi da miti vacui come la decrescita (in)felice – e vedremo quanto felici saranno gli effetti recessivi della crisi che ora andremo ad incontrare – e un centro/sinistra liberaldemocratico (Calenda, +Europa e non so chi altro) che non riesce a decollare. E così anche Renzi che forse è più alla ricerca di un ruolo personale che di altro, ma spero di sbagliarmi.
In questo quadro le riforme strutturali atte a rilanciare l’economia sono perorate solo da vari istituti internazionali, da economisti e studiosi, ma non dai politici che pare non abbiano alcuna intenzione di farle.
Per questo la destra, Salvini/Meloni insieme, rischia ancora di illudere, proprio per la disperazione crescente e la rabbia diffusa, che già il CENSIN nel 2013 definiva come “il rancore degli italiani”.
E non so ancora se e quanto conteranno le “sardine”, che certamente hanno pesato sul voto in Emilia-Romagna, ma è da vedere se e come si muoveranno.

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