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Complottedì Filosofia

Complottismo e libertà: come ne esce la democrazia?

Come riportato anche dall’Osservatorio sul Complottismo, il modo in cui il cospirazionismo alimenta certi meccanismi socioculturali è un ciclo che, partendo dalle teorie del complotto (spiegazioni alternative a quelle comunemente accettate o interpretazioni pseudoscientifiche degli eventi e delle cose) e passando per la polarizzazione (cioè la radicalizzazione di interessi contrastanti e antagonisti) e la tribalizzazione (la compartimentazione e la divisione dei gruppi ideologici concorrenti e separati), porta alla demonizzazione, alla deumanizzazione e all’eliminazionismo delle categorie di pensiero coinvolte.

Questi ultimi tre step sono la reiterazione della più celebre dialettica Freund/Feind, amico-nemico: nella dicotomia schmittiana caratteristica del politico, il nemico – inteso come hostis (lo straniero da combattere) e non come adversarius o inimicus (nemico personale) – è semplicemente der Fremde, l’”altro”, qualcosa di esistenzialmente diverso da noi, l’outgrup. In quanto tale va abbattuto poiché è considerato una minaccia pubblica. Questa dinamica non è casuale e il populismo ce lo ha mostrato chiaramente: individuare un nemico comune, specialmente facendo leva su paura, diffidenza e minacce esogene di sorta, è tra i metodi migliori per unificare e compattare l’ingroup (tribalizzazione).

Unitamente alla demonizzazione delle “tribù avversare”, la deumanizzazione del nemico è dunque fondamentale per trattare in maniera distaccata e fredda l’avversario da eliminare (eliminazionismo). In questo discorso, ovviamente, il nemico è incarnato a un tempo dai membri dei vari gruppi ideologici e dalle tesi di cui si fanno portatori. Quindi l’eliminazione può essere mirata a una tribù antagonista o alla sua visione del mondo: è da questo conflitto tra teorie del mondo che finiscono per emergere i complottismi vincenti. Il problema è che, di questo ciclo, è noto certamente il punto di partenza, ma i punti di approdo sono sconosciuti e oscuri.

Proprio a tal proposito risultano piuttosto interessanti i dati riportati nel rapporto Edelman 2023. Secondo il Trust Barometer, infatti, sei Paesi (in cui si registra una massiccia produzione di teorie della cospirazione e una notevole invadenza della mentalità complottista) risultano gravemente polarizzati: Colombia, Argentina, Stati Uniti, Sud Africa, Spagna e Svezia. Ma il pericolo non è affatto scampato: insieme a Brasile, Corea del Sud, Messico, Francia, Regno Unito, Giappone, Olanda e Germania, l’Italia sarebbe infatti nella fascia a rischio.

A ben guardare l’infografica, però, emerge anche un’altra informazione: i Paesi meno polarizzati sono anche quelli tendenzialmente meno democratici e liberi, o comunque in condizioni peggiori rispetto a questi due parametri (Arabia Saudita, Cina, Indonesia ecc.).

Da questo campionamento, verrebbe allora da formulare un’ipotesi tutt’altro che verificata, ma apparentemente sensata: i Paesi che più implementano democrazia e libertà (cioè sistemi liberaldemocratici) sono i terreni più fertili per la nascita e la diffusione di teorie del complotto. In sostanza, è più probabile trovare del complottismo nei sistemi liberal-democratici perché conditio sine qua non per la sua esistenza e proliferazione è la libertà di pensiero e di espressione, che è garantita più in questi Paesi che altrove.

In realtà per discutere scientificamente questa ipotesi bisognerebbe capire se le condizioni per il complottismo esistessero anche in società pre-liberaldemocrazia, scalzando così libertà e democrazia dalla necessità e riportandole nel territorio della sufficenza: se episodi come la caccia alle streghe possono essere ascritti a qualche tipo di complottismo (in questo caso inculcato da un’istituzione religiosa), allora dovremmo dire che libertà e democrazia sono condizioni sufficienti ma non necessarie alle teorie del complotto.

Data la difficoltà di un’indagine storico-culturale di questo tipo (non disponendo di dati sulle opinioni delle persone nel corso della storia), possiamo concordare sul fatto che la presenza di liberalità e democraticità in un sistema sociale incrementi la probabilità di incontrare una mentalità complottista. Quindi è abbastanza pacifico assumere che, dall’aumento di questi parametri isolati o dei due parametri incrociati (liberal-democraticità) ci si può attendere un aumento proporzionale e correlato anche di teorie del complotto come naturale conseguenza di questi. In effetti, viene da pensare che non servissero dei dati per supporlo. E anzi, si potrebbe quasi inferire che alti tassi di complottismo siano indice di una democrazia liberale in salute, perché solo libertà e democrazia possono essere precondizioni necessarie per esso.

E allora ben venga il complottismo finché è un indicatore di questi valori in un Paese? Well, yes. But actually no: la diffusione di informazioni erronee e teorie complottiste influenza l’opinione pubblica e la fiducia nei confronti delle decisioni top-down della politica e gioire per dati del genere (cosa che ha senso fino a un certo punto) vuol dire ignorare deliberatamente le esternalità negative del complottismo. Se infatti all’aumentare della polarizzazione è più facile che attecchiscano le teorie del complotto, a loro volta le teorie del complotto contribuiscono significativamente ad accrescere la polarizzazione. Si crea così un circolo vizioso da cui è difficile uscire in maniera liberale e minimale e che alimenta di converso i problemi dei sistemi democratici a cui stiamo assistendo in questi anni ovunque in Occidente, dagli USA all’Inghilterra, dalla Francia all’Italia.

La polarizzazione spacca l’elettorato, divide il Paese e fa ostruzionismo nei confronti di una democrazia sana, perché spesso comporta risultati molto fragili, poco netti e generalmente insoddisfacenti, incentivando radicalizzazioni, echo-chamber, frizioni sociali e comportamenti ribelli come l’assalto a Capitol Hill, le rivolte dei gilet gialli in Francia o il tentato golpe in Brasile. D’altro canto, il trade-off tra un Paese liberal-democratico ma polarizzato e un Paese autoritario ma pacifico è assolutamente indesiderabile e va scongiurato con tutte le forze possibili.

Per nostra fortuna, benché questo ragionamento sia plausibile a prescindere da dati di sorta, il report potrebbe tranquillamente essere una correlazione spuria o non così diretta. Oltretutto, non abbiamo informazioni sulla covarianza delle due variabili (non sappiamo se la relazione è lineare o meno) e sul rapporto tra la covarianza e il prodotto delle loro deviazioni standard (cioè sull’indice di correlazione Pearson).

Al netto di un campione molto ampio, come in questo caso, sondaggi del genere vanno sempre trattati con cautela scientifica anche perché non considerano variabili rilevanti come la circolazione dell’informazione, le asimmetrie informative, lo stato dei media, il loro rapporto con la politica, e la cultura di un Paese (e qui ci troviamo davanti a Paesi con culture molto diverse), tutte variabili che neanche una buona metodologia può uniformare.

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1 comment

Dario+Greggio 25/01/2023 at 13:04

perfetto

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