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Clint Eastwood: i 90 anni di un autentico fuoriclasse

Clint Eastwood compie oggi 90 anni. Il ragazzaccio d’America ne ha fatta di strada da quando esordì in “Un pugno di dollari”. Nessuno all’epoca avrebbe potuto preconizzare per lui una carriera così sontuosa né tantomeno che sarebbe diventato un venerato maestro, per dirla con Arbasino.

Eastwood è divenuto nel tempo l’incarnazione massima del sogno americano: se hai talento, e ti applichi con abnegazione, puoi sfondare. Ma gli inizi non furono per nulla semplici. Proveniente da una famiglia che si era impoverita a seguito della crisi del 29, soldato durante la guerra in Corea, si affacciò al mondo del cinema frequentando corsi di recitazione a Los Angeles mentre si guadagnava da vivere lavorando in una piscina.

Il debutto come attore sul grande schermo avviene nel lontano 1964; la fama giunge nel 71 con “L’ispettore Callaghan”, piacciono i suoi modi rudi, un po’ da smargiasso, la sua notevole bellezza fa presa sul pubblico femminile; in mezzo il dissidio con Sergio Leone allorché Eastwood declina ruoli minori in “C’era una volta in America” e “C’era una volta il West”. I due non si comprendono: uno parla americano; l’altro un inglese maccheronico, uno ama le grandi epopee, l’altro è minimalista. Leone definirà Clint, spregiativamente, un blocco di marmo, un attore con due espressioni, con e senza sigaro (o con o senza cappello – esistono versioni discordanti su questa citazione).

La critica non è da meno: viene giudicato inespressivo, scialbo, addirittura in un film non viene citato nei titoli di coda, come ha ricordato Mereghetti; è inoltre bollato come misogino, un bieco reazionario, financo fascista. “La gente pensava fossi un fanatico di destra. Tutto quel che Harry (il protagonista de l’ispettore Callaghan) faceva, obbediva ad una superiore legge morale. Alcuni dissero perfino che ero un razzista perché sparavo ai rapinatori di colore. Bè, merda, anche i neri rapinano le banche. Quel film diede lavoro a quattro stuntman neri, ma nessuno disse una parola in proposito”.

Eastwood non era fatto per recitare (nonostante ruoli iconici, basti pensare a I ponti di Madison County), ma per stare dietro la macchina da presa. In una lunghissima e strabiliante carriera ha realizzato 38 film da regista: alcuni straordinari (Milion dollar baby, Changeling, Gran Torino) altri, non certo mediocri ma assai meno emozionanti e riusciti (Invictus, Hereafter, American sniper, Edgar Hoover). Ultimamente si è assestato su livelli mediani, decidendo di realizzare un film ogni anno. Per lui vale lo stesso discorso di Stephen King: la prolificità è l’antitesi della qualità. Un artista abbisogna di ispirazione per far rifulgere il proprio talento.

“La sua cifra stilistica è un cinema classico a riprova che dietro l’eclettismo dei soggetti c’è un regista che ha imparato la lezione dei classici, quella di una messa in scena senza sbavature, senza compiacimenti né fronzoli (l’opposto di Tarantino, per intenderci), dove l’economia di mezzi è il segreto della sua efficacia”, ha scritto Mereghetti qualche giorno fa sul Corriere. Un modo di fare cinema che procede per sottrazione, difficilmente incasellabile in un genere (anche se quello drammatico è quello in cui dà il suo meglio) e con una caratteristica eminente: la volontà di raccontare storie, di cronaca (the mule), di uomini ordinari che con il loro senso del dovere sono diventati eroi contemporanei (Attacco al treno, Jewell, Sully). Con i suoi film, Eastwood dà voce e racconta le pulsioni dell’America profonda, senza infingimenti o moralismi di sorta.

Negli Stati Uniti complessivamente ha incassato più di 1,7 miliardi di dollari, ma in compenso ha ottenuto – solo – 4 premi Oscar (quando pensate al valore di questi premi ponzate sul fatto che Lady Gaga ha vinto molti più grammy awards di una certa Whitney Houston).

Eastwood è sempre stato inviso alla critica, per una certa schiettezza ma sopratutto per le idee politiche destrorse (è un inveterato repubblicano, anche se, inopinatamente, ha sostenuto Bloomberg alle recenti primarie democratiche). Le sue prese di posizione politiche, da conservatore libertario qual è, invero assai discutibili, nulla tolgono al suo valore artistico, tant’è che è assurto a mito per chiunque, a prescindere dalle idee politiche. Il grande regista americano non si è mai uniformato al pensiero politicamente corretto, anzi ne è sempre stato un fiero oppositore. A questo proposito, fece scalpore un’intervista ad Esquire del 2016 in cui si scagliava contro l’ideologia politicamente corretta, il pensiero unico, la pussy generation (termine traducibile in italiano, senza dover ricorrere al turpiloquio, come generazione di debosciati, bamboccioni) lanciandosi infine in un blando endorsement nei confronti di Trump: ”Oggi siamo nel pieno della generazione kiss-ass, la generazione pussy, le timorose fighette: questo non si può dire, questo non si può fare, tutto è proibito. Altrimenti piovono accuse di razzismo“.

All’ultima edizione degli Oscar, il suo nuovo film è stato escluso dalla cinquina. Scandalosamente. Chi può seriamente sostenere che Parasite meritasse di vincere l’ambita statuetta più del Richard Jewell di Eastwood? O che il film del regista sud coreano Bong Joon – Ho non abbia ottenuto questo alloro se non precipuamente per motivi ideologici (Parasite è la riedizione, in chiave moderna, della lotta di classe)? Eastwood, ne siamo sicuri, se ne impipa della faziosità di quei parrucconi liberal – come direbbe lui – che compongono la giuria dell’Academy. Già ce lo immaginiamo mentre sogghigna sprezzante, sorseggiando un bicchiere di Whisky.

“La parola pensione non fa parte del mio vocabolario, amo lavorare e non vedo perché dovrei fermarmi”, dichiarò qualche tempo fa. E allora tanti auguri a questo sublime vegliardo.

 

Elia Dall'Aglio

Milanese, sono liberalconservatore in politica, ma liberista (di sinistra) in economia; e soprattutto anticonformista. Aspirante giornalista. Discetto prevalentemente di giornalismo, politica, economia. Ma anche di argomenti meno noiosi come cinema, musica, sport su afterclap.it

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