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Carnevale: le origini pagane, dagli egizi ai romani

Coriandoli, costumi, colori e festeggiamenti: e se tutto questo avesse a che fare con Egitto, Mesopotamia, antica Grecia e antica Roma?

Torniamo finalmente con la nostra rubrica sulle Origini pagane parlando di una festa le cui radici, forse non tutti lo sanno, rappresentano un crocevia tra civiltà antiche, un vero e proprio melting pot multiculturale. A causa degli eventi che stanno sconvolgendo l’Europa negli ultimi giorni, abbiamo preferito pubblicare questo articolo in ritardo rispetto al periodo della festività per dare spazio all’attualità, non ce ne vogliano i lettori.

Prima di cominciare, solito disclaimer: in questa rubrica proviamo a investigare meglio il viaggio e l’evoluzione delle festività nella storia, ma lungi da noi presumere di poter risolvere temi così complessi in articoli così brevi, che non potranno mai considerare ogni elemento storiografico compiutamente. Se ci sono storici all’ascolto, quindi, prendete quest’articolo come uno spunto e commentate per permetterci di migliorare il nostro lavoro!

Che ci dice la tradizione?

Ebbene sì, anche il Carnevale è una festa di matrice cristiana, tant’è che termina proprio in corrispondenza della Quaresima. L’etimologia del suo nome secondo alcune fonti deriverebbe dal latino “carnem levare“, ossia “togliere la carne”, in riferimento al pasto del martedì grasso, che quest’anno è caduto il primo marzo. Il martedì grasso, tradizionalmente, precede infatti il digiuno e l’astinenza dalla carne, condotte rituali squisitamente quaresimali attuate già dal mercoledì delle ceneri.

Secondo altre fonti, invece, la parola ‘Carnevale’ proverrebbe da una celebrazione in onore della dea Iside, frutto dell’anticipo di 40 giorni del Navigium Isidis, una festività che cadeva in giorni diversi ogni anno in base al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera e che fu rimpiazzato dalla Pasqua cristiana, la quale ha mantenuto la datazione legata alla prima luna piena dopo l’equinozio. Il nuovo e anticipato Navigium Isidis divenne appunto Carnevale passando per “carrus navalis“: «La festa del Navigium Isidis è stata quindi divisa in due dalla Chiesa Cattolica: la parte della resurrezione dello smembrato Osiride è confluita nella Pasqua; la parte della processione delle maschere è confluita nel Carnevale».

Notoriamente il Carnevale consiste in parate in costume, veglioni, balli in maschera, sfilate di carri allegorici e in generale ritualità ludiche ed eccentriche. Una pratica bizzarra per la tradizione cultuale e liturgica cattolica, in cui si inserisce elegantemente il Carnevale secondo il Rito Romano. È pertanto lecito supporre, dati alla mano, che tale festa affondi le proprie radici in celebrazioni molto più antiche e di carattere pagano.

Sappiamo per certo che già in epoca medievale, in particolare dall’VIII secolo, si festeggiava il Carnevale attraverso uno sregolato godimento di cibi, bevande e piaceri sessuali, sovvertendo intanto l’ordine sociale con il mascheramento per celare le proprie identità. La festa terminava con la morte di un fantoccio allegorico, rinviante a un possibile capro espiatorio dei mali dell’anno precedente.

Dioniso e le dionisiache

La genesi di tali usi è legata più che altro a festività pagane greco-romane molto vecchie, in particolare le Antesterie, riti greci in nome di Dioniso, dedicati dunque al vino e al piacere, e attuati perlopiù dalle menadi.

Dioniso (Bacco per i latini) era infatti il dio della vegetazione, della fertilità, dell’uva e del vino, quindi dell’eccesso e dell’infrazione; insomma, l’esatto opposto dell’armonia orfico-apollinea, come ci ricorda anche Friedrich Nietzsche nella sua dicotomia tra apollineo e dionisiaco. La relativamente recente scoperta dell’importanza dei misteri dionisiaci nella civiltà antica, non a caso, è merito proprio del noto filosofo tedesco, il cui saggio “La nascita della tragedia in Grecia” del 1872 inaugurò un nuovo modo di considerare la grecità, che diventava così il prodotto di una difficile e temporanea sintesi tra spiritualità apollinea, caratterizzata da equilibrio, posatezza e armonia, e una simmetrica e contraria spiritualità dionisiaca, rappresentata dallo stato di vigore animale derivante dalla totale accettazione del lato irrazionale e istintuale della vita.

Dioniso simboleggiava la rottura di ogni barriera tra dèi e uomini; ebbro e folle com’era, favoriva egli stesso la dissolutezza dei fedeli, li inselvatichiva e li conduceva al vino, alla violenza e alla perversione sfrenata. Amava le grida disordinate, il delirio, il caos, l’esaltazione parossistica, gli eccessi, l’estasi, il travestimento (spesso femminile) e sconvolgeva leggi, costumi e gerarchie sociali. Unico fra gli dèi, ammetteva le donne e gli schiavi ai suoi riti, e infatti i misteri dionisiaci erano particolarmente seguiti dalle donne, note come menadi (per i latini baccanti), che si esibivano in danze estatiche molto particolari.

Scopo del culto dionisiaco era rivivere il tragico destino che aveva segnato la vita del dio, figlio dell’adulterio di Zeus con una donna umana e perciò perseguitato da Era, sposa del re degli dèi olimpici, fino alla follia (o, secondo altre tradizioni, alla morte). Nei riti dionisiaci, le menadi, incoronate con frasche di alloro, indossavano pelli di animali, mentre gli uomini s’abbigliavano come satiri e, nell’ebbrezza prodotta dal vino, si abbandonavano al ritmo selvaggio, ossessivo e ripetitivo del ditirambo, eseguito con flauti e tamburelli ed enfatizzato dal grido con cui gli adepti si incitavano reciprocamente (“evoè evoè”). Alla fine, satiri e baccanti raggiungevano il desiderato stato di trance ed entravano in una condizione di possessione psichica allora nota come entusiasmo.

I Saturnali

Ma non solo le dionisiache contribuirono alla nascita dell’attuale Carnevale: spostandoci nel mondo romano, infatti, non si possono non annoverare i Saturnali (già raccontati qui e qui), durante i quali si scioglievano, proprio come i riti greci, gli obblighi sociali a favore di dissolutezza, caos e scherzi. La pazzia di tali festeggiamenti, che duravano sette giorni, propiziava i raccolti abbondanti e mirava a benessere e felicità, mentre si conducevano carri festosi tirati da animali bardati in modo estroso e il popolo organizzava banchetti, danze e oscenità.

In tale contestualizzazione, ecco che vanno a coincidere le figure del re dei Saturnali con quella burlesca del re del Carnevale, il famoso fantoccio sacrificato in segno di purificazione collettiva.

I Lupercali e la dea Iside

Ma nell’antichità romana, nel mese di febbraio, si svolgevano anche i Lupercali (già raccontati qui e qui), in cui ai riti di fecondazione e purificazione si aggiungevano situazioni grottesche simili agli attuali giochi carnevaleschi. Addirittura lo scrittore Lucio Apuleio attesta, nel libro XI delle “Metamorfosi”, la commemorazione della dea Iside (festa importata degli egizi) attraverso gruppi mascherati.

Tutto questo trambusto è legato alla culla di tutte le civiltà e religioni, la Mesopotamia, e al modo in cui, sin dai tempi delle divinità sumero-babilonesi, si ritenesse questo periodo un rinnovamento dovuto al passaggio da inverno a primavera, in cui le attività agricole venivano sospese per un momento di festa collettiva. Etimologicamente, infatti, “febrarius” deriva da “februare“, ossia “purificare”.

Secondo il libro “Le due Babilonie” dello storico Alexander Hislop, non esistono resoconti della Quaresima nel primo cristianesimo, ma in fondo per la Chiesa era prassi aggiungere riti e dettagli alla dottrina nel corso dei concili. La maschera e il travestimento, invece, permettono alla nostra personalità di prender coraggio e infrangere le norme socialmente accettate per scadere nel tabù o in comportamenti estremamente profani (in alcuni casi persino violenza e deviazione), oltre che, secondo gli antichi, incanalare energie associate alle forze naturali e divine.

Il Carnevale rinvia alla relazione metafisica tra l’uomo e il Fato e segna un passaggio aperto, secondo le credenze pagane, tra l’Inferno e la terra abitata: si tende perciò ad onorare le anime, per evitare di accattivarsele, prestando loro dei corpi provvisori incarnati dalle maschere, che si caricano di un significato apotropaico per scongiurare ed esorcizzare il maligno, dotando chi le indossa delle caratteristiche della creatura soprannaturale rappresentata.

Di certo, se in passato il Carnevale era la festa che faceva liberare da ogni vincolo o inibizione, ora come ora il significato originario è andato perduto, evolvendosi in un’occasione per festeggiare senza la consapevolezza del reale perché. Ma è anche giusto che che ogni ricorrenza si evolva a seconda della cultura del tempo in cui viene inserita, di volta in volta. D’altronde, forse aveva ragione il drammaturgo francese Xavier Forneret, noto per il suo umorismo nero, quando scriveva che «Al tempo del Carnevale, l’uomo mette sulla sua maschera un volto di cartone.»

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