Approfondimenti Economia & Finanza

Clima ed economia: quale compromesso?

Il cambiamento climatico è il tema caldo della nostra epoca. Come è noto, infatti, ampi strati della popolazione stanno recependo con crescente apprensione l’opinione, diffusa in larga parte della comunità scientifica internazionale, che l’emissione antropica di anidride carbonica (CO₂) stia accelerando significativamente i cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il pianeta.

Auspicheremmo tuttavia che l’istanza politica della tutela dell’ambiente evolvesse dal paradigma idolatrico del sacrificio – ovvero la pratica di rinunce incondizionate in ossequio a Madre Natura – alla logica laica della razionalità  – ovvero la valutazione consapevole delle ricadute positive e negative di ciascuna nostra azione sul genere umano, oltre che sull’ambiente.

A ben vedere lo stesso sacrificio fu inteso persino da società ancora immerse nella superstizione come scambio (do ut des): neppure i popoli primitivi si sarebbero sognati di immolare parte del proprio bestiame o dei propri raccolti se non avessero calcolato di ricevere una contropartita dalle proprie divinità. Sembra pertanto incredibile a noi, figli del logos, non impostare il dibattito sulla tutela del pianeta soppesando attentamente e a misura d’uomo vantaggi e svantaggi delle iniziative politiche attualmente sul tavolo.

Diversi rappresentanti politici si sono resi promotori di iniziative intese a disincentivare, mediante interventi di natura fiscale, le attività economiche responsabili della produzione di anidride carbonica. La presente analisi si prefigge di valutare le possibili ripercussioni economiche delle più realistiche tra tali proposte, lasciando invece i complessi e discussi aspetti scientifici della questione agli specialisti del settore.

Fondamenti della Carbon Tax

Tra i vari strumenti di politica ecologica attualmente disponibili, quello che sta raccogliendo maggiori consensi tra gli economisti è senz’altro la cosiddetta Carbon Tax. Essa consisterebbe in un’imposta sulle emissioni di CO₂ calcolata in base ai volumi di anidride carbonica immessa nell’atmosfera, mediante la quale i soggetti economici responsabili di tali emissioni ripagherebbero almeno in parte alla collettività un prezzo correlato al danno causato all’ambiente.

I proponenti amano sottolineare come tale meccanismo, a paragone di altre soluzioni – come i sussidi alle energie rinnovabili – abbia il merito di essere relativamente poco invasivo nei confronti del mercato e anzi si configuri come un tentativo di adattare il mercato medesimo a finalità ecologiste. Si tratterebbe infatti di far internalizzare, almeno in parte, i costi ecologici della CO₂ a produttori e consumatori responsabili delle emissioni, lasciandoli però liberi di scegliere come rispondere. Sarebbero costoro quindi a decidere come adattare i propri comportamenti economici all’insorgere di questo nuovo costo monetario allegato alla produzione di anidride carbonica.

Ciò avrebbe due effetti principali in linea con gli obiettivi preposti: da una parte disincentiverebbe il consumo di beni e servizi che richiedono maggiori emissioni di anidride carbonica per la loro produzione, a favore di quelli che ne richiedono meno. Dall’altra incentiverebbe gli investimenti nello sviluppo e nel perfezionamento di metodi di produzione alternativi più puliti.

Quanto ai possibili impieghi del relativo gettito tributario, la Carbon Tax è intesa, nella proposta formulata da vari economisti preminenti, come fiscalmente neutra. Tra i vari metodi di allocazione suggeriti si segnalano in particolare i Carbon Dividens implementati in alcune province canadesi o il taglio del cuneo fiscale al centro dell’iniziativa dei cittadini europei Stop Global Warming propugnata tra gli altri da Marco Cappato. Quest’ultima proposta, rendendo relativamente meno remunerativi gli investimenti in automazione del lavoro potrebbe indirizzare indirettamente ulteriori risorse verso gli investimenti in efficientamento energetico.

Dalla Carbon Tax Europea alla Carbon Tax Globale

Emissioni di CO2 per area geografica

Si pongono tuttavia alcuni problemi. Innanzitutto un breve sguardo al grafico della ripartizione delle emissioni per area geografica è sufficiente per rendersi conto che l’Unione Europea (4 Md. di tonnellate all’anno) non è in grado, in termini quantitativi, di fare la differenza da sola ed anzi gli sforzi ecologici europei sono stati più che compensati nell’ultimo decennio dall’esplosione della produzione di CO₂ antropica in altre aree del pianeta (36 Md. di tonnellate all’anno in tutto). L’adozione unilaterale della Carbon Tax in Europa si risolverebbe pertanto in un semplice danno economico autoinflitto con benefici per l’ambiente nulli sul breve e quantomeno dubbi sul lungo termine.

Per ovviare a tale inconveniente, l’iniziativa Stop Global Warming di Cappato, ha previsto l’introduzione di una Carbon Tax da importazione, ovvero di un dazio che colpisca le merci provenienti dai Paesi che non adottino spontaneamente una Carbon Tax sulla falsariga europea, in modo che i governi di tali Paesi ne ricevano un incentivo a replicare internamente un tributo analogo.

Questa idea ci sembra tuttavia una chimera. Infatti difficilmente riusciamo a immaginare che vi siano economie tanto interconnesse alla nostra da poter preventivare dalla Carbon Tax da importazione un danno  maggiore che dall’introduzione di una Carbon Tax domestica. È invece logico aspettarsi che i Paesi emergenti, se si limiteranno a valutazioni di convenienza, troveranno meno oneroso scontare il peso dei dazi sulle sole esportazioni verso l’Unione Europea piuttosto che gravare la loro intera economia interna con un tributo sulla CO₂.

Si tratterebbe quindi di persuadere i capi di Stato e di governo delle altre grandi economie del pianeta a sedersi a un tavolo e concordare con essi un intervento coordinato, sulla base di un patto politicamente abbastanza robusto da resistere alle varie tornate elettorali, onde scongiurare il medesimo esito inglorioso dei Trattati di Parigi.

La prima conclusione da trarre, dunque, è che nessuna iniziativa ecologista, per quanto ingegnosa e coraggiosa, ha speranze di successo, ove essa non sia concertata ed implementata globalmente. E che, pertanto, qualunque soluzione debba essere soppesata anche in termini di sostenibilità politica su scala mondiale, onde evitare che alla prima crisi o al primo cambio di governo un attore di peso si sfili dal programma, facendo cadere l’intero castello.

Impatto economico

Tuttavia, anche sormontando tale difficoltà, bisogna ugualmente valutare attentamente i costi sociali della proposta. È facile essere indotti a pensare che essendo la Carbon Tax ad impatto zero per l’erario –nel senso che il gettito ricavato andrebbe investito interamente in sgravi su altre imposte– essa sarebbe parimenti a impatto zero per il sistema produttivo e per il settore privato.

Emissioni di CO2: (a) media annua 1970-1920; (b) volume giornaliero

Ciò è ovviamente erroneo. Gravare di un tributo fonti energetiche inquinanti, che sono però al momento economicamente più efficienti delle alternative disponibili, significa in ogni caso ridimensionare la quantità o quantomeno la qualità dei consumi[1]. Ad esempio, un abbattimento delle emissioni comporterebbe la rinuncia per qualcuno a qualche volo aereo, a qualche litro di benzina e a una quota di qualsiasi bene e servizio comporti impieghi diretti o indiretti di energia. Parallelamente altri potranno invece accettare privazioni di tipo qualitativo, per esempio optando per una vacanza estiva in Liguria invece che alle Maldive. Ma una qualche forma di sacrificio dovrà in ogni caso avere luogo.

Chiunque voglia farsi una vaga idea sull’ordine di grandezza degli sforzi necessari a ridurre le emissioni in modo significativo, dovrebbe considerare il fatto che nello scorso aprile, a seguito del catastrofico lockdown pandemico, si stima che il volume di anidride carbonica antropica immesso nell’atmosfera a livello globale sia diminuito in media del 17% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Ciò suggerisce che, finché le tecnologie ecologicamente pulite non saranno sufficientemente efficienti, una riduzione significativa delle attività inquinanti comporterà un crollo dei nostri stili di vita enorme, anche a paragone di quello sperimentato durante la peggiore recessione del secolo.

In aggiunta a ciò, va tenuto conto che più la Carbon Tax avrà successo nel ridurre le emissioni, più il corrispondente gettito eveporerà, vanificando il pur nobile tentativo di perequare l’impatto con meccanismi redistributivi. Infatti tale riduzione comporterà una pari contrazione della base imponibile.

Conclusione

In definitiva dunque, la sfida più ardua posta dalla questione climatica è la difficile determinazione di un compromesso fra esigenze ecologiche e benessere materiale attuale e futuro dell’umanità, che sia bilanciato secondo un equilibrio politicamente sostenibile. In altre parole, ogni iniziativa ambientalista deve essere accuratamente calibrata in modo limitare danni economici e sociali, anche al fine di scongiurare successivi cambi di rotta, che finirebbero col vanificare ogni precedente sforzo.

Gli aspetti analitico-quantitativi tuttavia, che pertengano alle scienze naturali o a quelle sociali, non devono occultare il carattere squisitamente politico ed etico della questione. Occorre quindi che la società civile, oltre a interrogare i tecnici sul metodo, formuli una decisione libera e cosciente nel merito dei propri obiettivi e delle proprie priorità esistenziali. Occorre, ovvero, stabilire a quanta parte del nostro benessere odierno siamo pronti a rinunciare per tutelare l’ambiente e quale livello di guasto ecologico siamo invece disposti a tollerare pur di non intaccare gli stili di vita cui siamo abituati e affezionati, senza illuderci che la Carbon Tax e simili strumenti di politica ambientalista possano essere applicati a costo zero.

 

[1] Anche una volta migliorata l’efficienza delle fonti energetiche alternative, un processo di riconversione tecnologica rapido richiede investimenti per rimpiazzare i vecchi mezzi di produzione coi nuovi, comportando una simile compressione dei consumi nel breve termine in cambio di benefici diluiti nel tempo.

Dario Bortoluzzi

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma fiscalista internazionale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

Leave a Comment

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com