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Capitale della cultura 2021, la “singolar tenzone” tra campanili

Sono ben quarantaquattro, come i gatti della celebre canzone, i centri urbani italiani che aspirano, in una sorta di concorso di bellezza per la fascia di Miss Italia, ad ottenere il titolo di “Capitale italiana della cultura 2021”. Un’onorificenza che equivale non solo al prestigio di una “medaglia” e al contributo di un milione di euro da parte dello Stato centrale (di questi tempi…), ma soprattutto ad un’affermazione, tra tanti agguerriti concorrenti, spendibile turisticamente. E, quindi, economicamente e politicamente. Vuoi mettere le attenzioni, esterne ed interne, per la conquista dell’agognata meta?

L’idea di “capitalizzare” una località, in realtà, è frutto di un “format” internazionale, un po’ come “Il grande fratello”. Da quando, alla fine del 2014, Matera è stata designata “Capitale europea della cultura 2019”, si è pensato di conferire ad una città italiana, ogni anno a partire dal 2015, il titolo di “Capitale italiana della cultura”. Il primo trofeo, ad onor del vero, è stato una sorta di “contentino” ex aequo: il Consiglio dei ministri il 12 dicembre 2014 decise di conferire il titolo per il 2015 a tutte e cinque le città partecipanti alla selezione della “Capitale europea della cultura 2019″ che, pur finaliste, non sono risultate vincitrici. Cioè a Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena. Una “spalmata generale” che, però, non ha lasciato rilevanti segni. L’anno seguente ad essere premiata è stata Mantova. Quindi, nel 2017, la città di Pistoia. Nel 2018 è toccato a Palermo, mentre nel 2019, anno nel quale Matera è stata Capitale europea della cultura, non è stato previsto il conferimento del titolo italiano per evitare confusioni.

Quest’anno la città designata è Parma: l’intenso calendario di eventi partirà il prossimo 12 gennaio con l’apertura ufficiale alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ora, leggendo le candidature per il 2021, regione per regione, emerge un po’ di tutto. E onestamente non affiorano con nitidezza i requisiti più idonei per poter raggiungere la vetta della classifica. Ad esempio, spiccano le marcate differenze di dimensione, storiche e di ruolo tra comune e comune.

Si comincia dai due capoluoghi di regione, città non proprio secondarie: Genova, con 575mila residenti, e Bari, 320mila i residenti. Domanda conseguente: perché scegliere l’una rispetto all’altra? Poi una lunga sfilza di capoluoghi di provincia, con differenze non proprio secondarie tra loro: Catania (310mila residenti), Verona (260mila), Taranto (195mila), Livorno (158mila), Ferrara (132mila), Ancona (100mila), Arezzo (99mila), Barletta (94mila), Pisa (90mila), L’Aquila (70mila), Trapani (67mila), Trani (56mila), Pordenone (51mila), Ascoli Piceno (48mila), Belluno (36mila), Verbania (30mila), Isernia (21mila). A naso, Isernia o Verbania dovrebbero avere meno chances di Catania o Verona, non solo per numero di abitanti o visibilità mediatica, ma anche per infrastrutture.

Domanda lecita: a meno che non si ripeta la storia di Davide e Golia, perché tanti piccoli centri dovranno investire tempo e risorse (pubbliche) per un’avventura che appare – almeno in apparenza – titanica, se non impossibile? Ma i nomi non si fermano qui. Esistono tanti altri agguerriti centri più piccoli, onorevolmente candidati, che vantano notorietà storica e ambientale. E’ un altro lungo elenco: Venosa (Basilicata), Tropea (Calabria), Capaccio Paestum, Castellammare di Stabia, Giffoni, Padula, Procida e Teggiano (Campania), Arpino e Cerveteri (Lazio), Vigevano (Lombardia), Fano (Marche), Molfetta e San Severo (Puglia), Volterra (Toscana), Carbonia e San Sperate (Sardegna), Modica, Palma di Montechiaro e Scicli (Sicilia), Feltre e Pieve di Soligo (Veneto). E non è finita. Ecco anche tre Unioni dei Comuni sull’asse Emilia-Romagna-Salento: quelli della Bassa Reggiana, della Romagna forlivese e della Grecia Salentina, tutti candidati. Ognuna di queste città – o associazioni di comuni – dovrà presentare entro il 2 marzo 2020 i propri dossier di candidatura, che verranno esaminati da una giuria di sette esperti per arrivare, entro il 30 aprile 2020, alla selezione di un massimo dieci progetti finalisti da invitare in un’audizione.

La città “Capitale italiana della cultura 2021” verrà scelta esclusivamente sulla base di questi colloqui entro il 10 giugno 2020, quando la giuria indicherà pubblicamente al ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo la candidatura più idonea da formalizzare con delibera del Consiglio dei ministri. La città vincitrice riceverà un milione di euro per la realizzazione del programma presentato. Dal momento che finora sono stati premiati solo capoluoghi di provincia – e nemmeno secondari – davvero c’è la possibilità per Arpino o Teggiano di raggiungere l’agognata meta? Insomma, il ministero sta emulando la trasmissione “Borgo dei borghi” della Rai, che nel 2019 ha premiato Bobbio, o ci sarà la possibilità – già in fase di preselezione – di ricevere indicazioni più nette perlomeno sul range demografico della Capitale-tipo del 2021?

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

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