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Attualità Corsivi corsari

Quel bisogno italiano di vedere i migliori sbagliare

La proposta di Calenda, non priva di criticità, ha scatenato il godimento social di orde di farisei che in quei musei non sono neanche mai entrati. Breve diagnosi di una malattia nazionale

La Sala Egizia dei Musei Capitolini di Roma

La polemica scoppiata intorno alla proposta di Calenda sui Musei Capitolini, di per sé, mi lascia tiepido.

È vero che gli allestimenti storici di Palazzo dei Conservatori e di Palazzo Nuovo sono un unicum che sarebbe un peccato sacrificare.
È anche vero che, nell’assetto attuale, i Musei Capitolini non attirano molti visitatori – per non parlare di Palazzo Massimo, di Palazzo Altemps e del Museo delle Mura che sono letteralmente deserti, mentre quello della Civiltà Romana è addirittura chiuso.

In campo ci sono due valori contrastanti tra i quali occorre trovare un equilibrio, e trovare un equilibrio tra valori contrastanti è proprio il mestiere del politico. Che un politico faccia politica non è niente di scandaloso.

Il vero scandalo, piuttosto, è il tenore di alcune delle reazioni che si sono scatenate.

E non mi riferisco tanto ai goblin per Gualtieri, finalmente (e giustamente!) liberi di dare battaglia ora che sono stati importunati nelle loro tane entro la Ztl, dopo mesi in cui avevano dovuto assistere rannicchiati e impotenti al dibattito sui rifiuti, sui trasporti e sulle municipalizzate che infuriava nelle grandi valli esterne della Terra di Mezzo.

Una situazione che li innervosiva. Come districarsi fra tutti quei numeri e quei tecnicismi misteriosi? Come intervenire? E per dire che cosa, soprattutto? Che le municipalizzate vanno rilanciate, elegante espressione che si traduce con finanziate ancora di più a spese dei contribuenti nello stesso regime di monopolio?

Non gli è sembrato vero che Calenda scendesse sul loro stesso terreno, toccando un argomento trattabile con l’unico frasario rituale che loro padroneggiano: quello della “cultura” come categoria generica e disincarnata, della “tutela” come imbalsamazione dell’esistente, della “storia” come nostalgia, dello “studio” come patente di superiorità spirituale, e via dicendo.
A loro non ho niente da rimproverare, tanto più che – ripeto – l’allestimento di Palazzo dei Conservatori è uno dei pochi oggetti in Italia che una battaglia di pura imbalsamazione e di testardo immobilismo potrebbero davvero meritarla.

Quelle che non perdono, invece, sono le orde di curiosi e di farisei che si sono precipitate, ebbre di entusiasmo, al grande appuntamento dell’anno: la possibilità di scrivere sui social “Calenda, non parlare di cose che non sai”.

La polemica museale è stata l’equivalente di un tombino che saltava, di una diga che si rompeva, permettendo finalmente di dilagare a un’inondazione di goduria meschina, di rivalsa acidula, di soddisfazione da iene, troppo a lungo trattenuta.

“Calenda, non parlare di cose che non sai!” berciava gente che ai Musei Capitolini non è mai entrata, e se anche ci è entrata non ricorda nulla del loro contenuto o li confonde coi Musei Vaticani, ma non conta, perché l’importante è vedere l’uomo serio, capace e di successo che fa la sua prima figura da inesperto.

“Calenda, non parlare di cose che non sai!” si fregavano le mani migliaia di tizi a caso che avevano appena smesso di parlare di Afghanistan, al termine di un mese trascorso a parlare di efficacia dei vaccini, dopo essere ancora prima saliti in cattedra su Cuba, su Israele e Palestina, sulla cybersicurezza e sulla Normale di Pisa.

La loro ansia di raccontare in giro che Calenda era un cialtrone come gli altri era tangibile, lo era da mesi, le mancava soltanto un pretesto. La loro smania di dimostrare che l’eccellenza non esiste e, se esiste, non risiede in Carlo Calenda, si sentiva a pelle.

E questo non tanto per le idee o per gli eventuali risultati politici del personaggio, quanto per la sua esposizione mediatica: in questo momento è lui “quello di cui in tv si parla come di uno capace e di successo”, e quindi va demolito.
Poteva chiamarsi Mario Rossi o Giuseppe Verdi, il trattamento non sarebbe cambiato.
Poteva chiamarsi Elsa Fornero, Emma Bonino, Maria Elena Boschi, persino Chiara Ferragni: avrebbe avuto lo stesso stuolo lì a tifare per il minimo passo falso, e a inventarselo se necessario.

L’ossessione per la caduta dei migliori e per l’ascesa al potere dei mediocri rassicuranti è una costante nell’opinione pubblica italiana recente.

Nessuno è stato odiato quanto Matteo Renzi, che si era dovuto aprire la strada dalla provincia al comune di Firenze, poi alla segreteria del PD ed infine al governo, assumendo il modo di fare di chi è assuefatto alle sottigliezze della manovra politica e generando quindi diffidenza.

Nessuno è stato amato quanto Giuseppe Conte, catapultato per miracolo dal nulla al governo di un paese subito prima che a quel governo venissero attribuiti poteri emergenziali pressoché illimitati, che si è quindi potuto permettere di recitare la parte della “brava persona comune”, del tutto antipolitica, senza conflitti da dover affrontare, senza intoppi nel suo apparato di propaganda: il perfetto rassicuratore.

Il sottile brivido di piacere di fronte a Calenda che avanza proposte tecnicamente discutibili sui musei è solo l’ennesimo sintomo di un virus micidiale, che in Italia circola da decenni e con decine di varianti: il disprezzo servile e clericale nei riguardi di chi si spende per il bene comune, mettendo in luce la propria competenza e non solo i propri buoni sentimenti, e mostrando lo spirito combattivo richiesto dalle situazioni conflittuali (quello che con banalità sagrestana viene derubricato ad “antipatia”).

Calenda e quelli come lui hanno già abbastanza difetti veri: non c’è alcun bisogno di imputargli come difetti anche quelle che sono le virtù necessarie a ripristinare una gestione decente della cosa pubblica.

Dietro quel “non parlare di cose che non sai” si nasconde un “e possibilmente neanche di quelle che sai”. Si nasconde l’aspirazione ad un piattume confortante in cui nessuno spicca né per competenza, né per volontà, né per combattività.

Chissà quanti dei personaggi antichi ritratti nei Musei Capitolini avrebbero approvato.

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