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Finestra sull'Europa Speaker's Corner

Cacciari: il filosofo che scambiò il problema per la soluzione

L’arduo tentativo di leggere, a partire dal truismo che la soluzione della guerra è la pace, che cosa bolle in pentola.

In un articolo uscito l’otto marzo su “La Stampa”, Trattare la pace tocca all’Europa, Massimo Cacciari lascia capire, soprattutto per quello che non dice, quale sia la sua prospettiva sulla guerra in Ucraina.

Intanto, secondo Cacciari, diplomaticamente e politicamente, l’Europa non ha agito, né nel passato né nel presente, come avrebbe dovuto: “Fingiamo pure che l’Unione europea abbia svolta l’azione politica e diplomatica necessaria…”. Forte è la curiosità di sapere quale sarebbe stata l’”azione politica e diplomatica necessaria” che non è stata intrapresa, ma purtroppo non viene detto. L’unica prescrizione è la mancata cura necessaria. Ma il problema è: quale cura? Poiché la critica investe la capacità diplomatica e politica delle democrazie occidentali, mi pare legittimo chiedersi che cosa si dovrebbe o si sarebbe dovuto fare.

La risposta di Cacciari si intravede dopo il solito discorso accusatorio verso le istituzioni (in questo caso europee) che è una costante, voglio proprio dire così, della sua generazione e che ha sempre un’eco populista. Il risultato è quello di far sentire le vittime colpevoli: se la pace non c’è, è colpa nostra. È il solito motivo che imputa alle democrazie liberali le violenze dei dittatori. Queste retoriche, che sono usate di default, sono di solito tutto quello che serve per i lettori distratti, che non leggono altro, e si sentono soddisfatti delle solite “colpe dell’Occidente” ritrovate al loro posto. Lasciano anche immaginare che il colpevole (il mitico “Occidente”) abbia un potere enorme che non usa. In queste narrazioni, l’occidente appare di fatto onnipotente (avrebbe potuto tutto, ma non l’ha fatto). Forse, c’è da dire, questo gratifica chi legge perché si percepisce in qualche modo protagonista, seduto sulle vette dal mondo e attore della storia. Ma in realtà il mondo non lo controlla nessuno: e questo non è un altro discorso.

Quindi l’Europa, che ha sbagliato fin qui, deve adesso assumere un ruolo da protagonista nella crisi. Angela Merkel, dice Cacciari, dovrebbe mediare con Putin. Questo però non significa assumere che l’Europa possa davvero risolvere qualcosa con la diplomazia che prima non è stato risolto. Cacciari non è un pacifista che crede che con la mano tesa si faccia la pace, e che basti il dialogo, come se si litigasse per la merenda. Immagino che si vorrebbe dare all’Europa il ruolo che si vuole togliere agli americani. I quali hanno un ruolo nella politica internazionale che li costringe a non perdere la faccia, e sono fatti come sono fatti. Mentre l’Europa potrebbe giocare un ruolo di buon vicinato e più accomodante con il rinato (finto) impero di Mosca. Posto però che Putin non ritirerà un esercito solo perché glielo chiede la Merkel, che cos’altro mettiamo nella pentola?

Secondo Cacciari, oltre a “chiedere il ritiro militare russo”, bisogna porre una condizione: il “riconoscimento da parte russa dell’integrità e della sovranità dell’Ucraina”. Che cosa avrebbe in cambio Putin? L’allentamento progressivo delle sanzioni.

Ovviamente fin qui sono chiacchiere. Non si vede l’asso diplomatico che non è stato calato all’inizio, visto che le sanzioni sono state inflitte proprio affinché Putin si ritirasse.

C’è una frase che ha però ha un suono più interessante. Solo una volta ottenuto il ritiro dell’esercito russo, “si affronterà la questione decisiva della collocazione geopolitica dell’Ucraina”.

Il suono interessante si percepisce in quel “si affronterà”. Chi è infatti che affronterà la questione decisiva della collocazione geopolitica dell’Ucraina? Gli unici che hanno il diritto di decidere la sorte dell’Ucraina sono gli ucraini, che hanno già deciso da quale parte stare, visto che resistono in massa all’esercito russo.

In questo discorso è evidente che altri dovranno decidere per l’Ucraina, ed è forse una decisione addirittura più intrusiva del green pass, visto che è in gioco il destino di un intero paese (deciso da altri paesi, incluso, di fatto e qual punto anche di diritto, il paese invasore).

Seguendo questa strada, si ritorna alle condizioni di inizio guerra. Ne viene che la novità rispetto alla situazione che precede le ostilità può essere solo quella di assecondare (molte, se non tutte) le richieste della Russia, le richieste che non si sono assecondate all’inizio. Tornare all’inizio della guerra e non assecondarle non ha infatti senso. La Russia non ritirerebbe il suo esercito semplicemente perché la Merkel offre “un tavolo per un accordo solidissimo”. L’unica condizione sarebbe la resa dell’Ucraina, e qui, non c’è dubbio: lla resa è un asso “diplomaticamente” vincente.

Altrimenti si deve assumere che Cacciari sappia che cosa possa dare soddisfazione ai Russi. Ma non si capisce che cosa possa essere, se non consegnare l’Ucraina alla Russia. Gli americani non lo farebbero e non lo possono fare. Ma l’Europa va bene per trattare la resa dell’Ucraina.

Quanto all’integrità e alla sovranità dell’Ucraina sono nominate da Cacciari, ma poi tolte subito dopo. Talmente sovrana sarebbe l’Ucraina, che sarebbero altri paesi a decidere della sua collocazione geopolitica: cioè di tutto il suo futuro. E l’integrità territoriale? Qui cade un problema da niente: integrità, sì, ma con o senza Crimea e Donbass? Putin non cederebbe il Donbass e la Crimea, che possiede già, in cambio dell’allentamento delle sanzioni.

La minaccia della NATO è una fesseria. Parliamo della stessa Nato che non organizza neanche una no fly zone in Ucraina. Se vogliamo tenere fede alle parole di Putin, dobbiamo anche tener fede al fatto che non considera l’Ucraina una nazione autonoma, ma parte della Russia. Per Putin avere la Nato ai confini è un problema solo perché quei confini non li riconosce. Lo ha detto chiaramente: l’Ucraina non esiste, è Russia. Una Russia che, mi pare, viene un po’ ingigantita nel ricordo dell’URSS, che è però economicamente paragonabile al Belgio, ma con una popolazione che è il doppio di quella italiana, e che è una nazione che ha solo da perdere dall’isolamento dall’Europa (a mio modesto e non euroasiatico giudizio).

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