Diritti civili Politica interna

Bonafede in Malafede

Un diagramma del processo penale in Italia

Quando i media di regime amalgamano nella pubblica opinione un fetido impasto di ignoranza e ritardo cognitivo, ogni politicante e mestatore di infimo ordine ha facile gioco a presentarsi nelle vesti di statista, espettorando raffiche di balle.

Nella democrazia marcia che ne scaturisce i media si trasformano nella grancassa dei potenti. Il giornalista diventa, a seconda delle convenienze e degli ordini di scuderia, cantore del governo o sicario di partito.

Prendiamo il caso dell’attuale cosiddetto Guardasigilli, tal Bonafede, insediatosi sullo scranno di Via Arenula in virtù di un brillante cursus honorum ignoto a qualsiasi forma di vita estranea al cerchio “fracico” casaleggese.

Cotal giurista di chiara fama si è intestardito a voler eliminare la prescrizione nei processi penali adducendo come motivazione che troppi delinquenti la fanno franca grazie alle lungaggini processuali (consentite da leggi che ovviamente Bonafede in venti mesi di governo non ha modificato).

Peraltro si dà il caso che la prescrizione in Italia quasi sempre scatta dopo molti anni e talora dopo decenni. In alcuni casi non scatta mai, come per i reati di strage.

Secondo le fake news forgiate alla Casaleggio & Associati, quando non scatta la prescrizione gli avvocati non hanno interesse a usare tattiche dilatorie e quindi i processi procedono alla velocità della luce.

Purtroppo la realtà è un osso duro per la propaganda casaleggese. Per esempio i processi per la bomba di Piazza Fontana, l’omicidio Moro, l’attentato alla stazione di Bologna, la strage di Ustica si sono trascinati per decenni (senza contare le Commissioni parlamentari).

Il Codice di Procedura Penale

In sostanza, una mente non prevenuta (o non disturbata) osserverebbe che la vexata quaestio è la farraginosità (per usare un eufemismo) del Codice di Procedura Penale. Una schifezza partorita 30 anni fa dal cervello di un sodale craxiano e peggiorata negli anni (in concordanza di amorosi sensi politici tra destra e sinistra) per evitare che politici corrotti di ambo gli schieramenti finissero in galera.

Al caos del CPP si aggiunge l’organizzazione degli uffici giudiziari (pressoché inesistente), l’insipienza di troppi magistrati e i tanti rituali di stampo medioevale (dalla notifica degli atti, agli interminabili interrogatori in aula durante i quali invece di appurare i fatti si mena il can per l’aia).

Senza dubbio gli avvocati approfittano della pigrizia dei magistrati, dei tempi biblici con cui sono abituate ad operare le toghe e dei cavilli serviti su un piatto d’argento dalle leggi scritte in modo schizofrenico. Ma del resto non li si può accusare di fare il loro mestiere usando gli strumenti che offre il codice.

Invece per il clan dei casaleggesi il problema è il cittadino comune, che stranamente (secondo la stringente logica incarnata da Piercamillo Davigo, musa ispiratrice del M5SS) avrebbe il sacrosanto diritto, garantito dalla Costituzione, di non dover passare la vita tra tribunali, corti di appello e Cassazione, svenandosi per pagare parcelle stratosferiche agli avvocati. Magari per soddisfare le paturnie di un qualche PM con ubbie di carriere politiche.

Il corto circuito logico

Per puntellare il traballante impianto logico della sua legge il Bonafede, qual novello Dracone, promette solennemente di garantire il rapido svolgimento dei processi ventilando addirittura sanzioni disciplinari contro i magistrati neghittosi o inadempienti. Già questa panzana farebbe sganasciare ogni persona sana di mente, visto che in Italia le sanzioni ai magistrati sono come il ghiaccio nel Sahara.

Tanto per dirne una venuta a galla in modo prorompente, a Torino i magistrati si sono dimenticati per 15 anni un processo per stupro di una bambina di 7 anni, lasciando il colpevole impunito.

Il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo si è limitato a chiedere scusa al volgo e tutto è finito allegramente a tarallucci e CSM.

Ma Bonafede è uomo d’onore, quindi ogni suddito di questa Repubblica delle Banane Pentastellate è chiamato a credergli CIECAMENTE, obbedirgli senza tentennamenti e combattere in suo nome. Di conseguenza le fonti di regime vociferano all’unisono che il governo ha approvato in pochi secondi una riforma epocale del processo che nessuno ha mai visto, ma fisserebbe termini stringenti (quattro anni secondo le veline di Palazzo).

Ma anche tra i neuroni del più fedele giannizzero casaleggese dovrebbe innescarsi un corto circuito logico: la confraternita Davigo-Casaleggio garantisce che i processi da ora in poi saranno rapidi. Quindi e’ lecito chiedersi: a cosa serve agire sulla prescrizione? Eliminarla sarebbe del tutto superfluo se i processi procederanno spediti. Nessun delinquente riuscirà a sfuggire dalle maglie strette di questa Giustizia divenuta in un batter d’occhio miracolosamente un’isola di efficienza nel mare magnum in un’amministrazione pubblica da decenni al collasso.

Se invece il governo non molla sull’eliminazione della prescrizione, evidentemente i ministri, Bonafede in testa, non credono alle proprie panzane spacciate per atti di fede. Davigo & Co. insistono a voler eliminare la prescrizione proprio perché sanno benissimo che i processi continueranno a durare decenni.

Dunque senza la prescrizione i nemici potranno essere colpiti senza che abbiano commesso alcunché. Basterà avere dalla propria parte un magistrato che arda di sacro fuoco politico o con spiccate ambizioni carrieriste. Come chi mise in galera Enzo Tortora.

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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