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Bella Ciao come Metafora dell’Amnesia Collettiva sul Fascismo

Sin dal verso iniziale Bella Ciao rivela un sostrato deteriore del carattere patrio che inspiegabilmente nessuno ha mai colto: un Inno all’Amnesia che si attaglia perfettamente al DNA dell’Italiano Medio celebrato dai personaggi di Alberto Sordi.

Come è noto, nella prima strofa un tizio, non meglio identificato, si sveglia una mattina e trova inaspettatamente l’Invasore. Una sciagura di cui la marcetta non fornisce spiegazioni. Il testo glissa, come se l’Invasore fosse atterrato all’improvviso, di soppiatto, senza motivo, come le astronavi aliene nei film di fantascienza.

Il bello addormentato

Se ne deduce che il protagonista della canzone, si sveglia il 9 settembre del 1943 dopo un’amnesia durata quasi 21 anni. Mentre (immaginiamo noi) beve il suo beneamato caffè, che per qualche indecifrabile iattura lascia in bocca un ributtante sapore di cicoria, si accorge che c’è qualcosa di strano nell’aria. Si affaccia alla finestra e vede, atterrito, questo maledetto esercito invasore con carri armati, mitragliatrici, cavalli di frisia, camionette della Gestapo, e croci uncinate. Non immagina né le cause né la scaturigine.

Dunque il patriota, vittima all’amnesia (che alla seconda strofa implorerà il Partigiano apparso anch’egli tutt’a un tratto di portarlo in montagna) non può sapere che fino al giorno prima, questo ignobile Invasore era invece uno stretto e riverito Alleato. Quindi dal punto di vista militare (e soprattutto logico) non c’era stata alcuna Invasione. Più banalmente si trattava dell’ennesimo cambio di casacca che Casa Savoia aveva architettato, fedele (si fa per dire) alla propria plurisecolare storia.

Per carità di patria la canzone non informa sul fatto che l’Invasore era arrivato in Italia per un esplicito accordo con Mussolini, Duce del Fascismo, arrivato al potere dopo elezioni a suffragio (quasi) universale. E verrebbe voglia di chiedere all’aspirante Partigiano (che merita il nome di battaglia Bello Addormentato) se anche lui non avesse votato il Listone o magari non avesse partecipato alle adunate oceaniche. Chissà, forse proprio a quella di Piazza Venezia del 10 giugno 1940 durante la quale il Duce annunciava alla folla in tripudio che batteva l’Ora segnata dal Destino, l’Ora delle Decisioni Irrevocabili.

Rimozione collettiva

Insomma nasce il fondato sospetto che Bella Ciao contribuisca con le sue note al quel gigantesco esercizio collettivo che è servito all’italiano medio per scaricarsi la coscienza ad ogni cambio di regime e rifarsi un imene politico nuovo di zecca. La maggioranza della popolazione, conformista e fascista, ma intimamente voltagabbana e cialtrona nel 1945 sentiva il disperato bisogno di scaricarsi la coscienza, autoassolversi con infinita indulgenza e indossare la divisa dell’antifascista combattente (a parole) intonando Bella Ciao dopo aver indossato la camicia nera intonando Faccetta Nera.

Sarebbe stato decisamente più onesto iniziare la canzone con una strofa che potesse offrire almeno un contesto meno idilliaco:

Una mattina mi son svegliato,

ma fino ad allora non c’ero stato,

e se c’ero stato non vedevo,

e se pur vedevo non capivo,

e se capivo poi scordai

O Bella Ciai, Bella Ciai, Bella Ciai, Ciai, Ciai!

Ma qualcuno potrebbe osservare che il protagonista della canzone magari era un comunista che non si era mai compromesso con il regime e quindi aveva tutto il diritto di svegliarsi in preda al sacro fuoco contro l’Invasore. Ma anche questa obiezione richiede un esercizio di rimozione. I nazisti avevano firmato con l’Unione Sovietica il Patto Molotov-Ribbentrop e quindi erano a tutti gli effetti in buoni rapporti anche con i comunisti. Non a caso Urss significa Unione delle Repubbliche SOCIALISTE Sovietiche e nazismo è la contrazione di nazional SOCIALISMO.

In conclusione dalla marcetta alla marchetta il passo è minimo. La differenza è una lettera muta, giusta metafora dell’omertà italica.

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

1 comment

Dario Greggio 06/01/2020 at 20:04

STU-PEN-DA!!! e verissima. Con le dovute differenze, adatta non soltanto all’itaglia

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