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Finestra sull'Europa Politica estera

Attentato a Dugin, l’angelo rossobruno di Putin

I fatti: il 20 agosto a Bol’šie Vjazëmy, vicino a Mosca, muore Darya Dugina, direttrice del sito di propaganda United Word International, ma soprattutto figlia e collaboratrice di Alexandr Dugin, filosofo, politologo e molto altro, autore del saggio del 2007 Fondamenti di Geopolitica, adottato come testo dalle accademie militari russe, che ha influenzato parecchio la cosiddetta dottrina Gerasimov.

La macchina da lei guidata, di proprietà del padre, è esplosa a causa di una bomba piazzata sotto l’auto mentre era nel parcheggio del Festival Tradizione, a cui avevano partecipato padre e figlia.

I media riferiscono che Dugin era sceso dalla vettura poco prima.

Dopo due giorni l’FSB afferma che l’autrice dell’attentato sarebbe una donna ucraina, Natalia Vovk, fuggita in Estonia. Secondo l’intelligence russa la donna avrebbe agito per conto dei servizi segreti di Kiev.

Lavrov, ministro degli Esteri russo, annuncia che non ci sarà nessuna pietà per gli autori e mandanti dell’attentato. Il padre Dugin, la cui disperazione appare in video davanti all’auto bruciata, afferma che sua figlia è stata uccisa dal regime nazista di Kiev e che vincere la guerra adesso è un obbligo morale.

L’attentato è rivendicato da una fantomatica sigla, Esercito Repubblicano Nazionale, di cui farebbe parte anche un ex deputato della Duma, Ilya Ponomarev.

L’Estonia, che nei giorni scorsi era stata ancora al centro di minacce da parte di Medvedev e che a giugno ha dovuto fare un rimpasto di governo per escludere un partito filorusso, prende posizione e il suo ministro degli Esteri, a proposito della presenza in Estonia della presunta attentatrice: “Consideriamo questo come un esempio di provocazione in una lunghissima serie di provocazioni da parte della Federazione russa (…) tutto questo fa anche parte dei tentativi del Cremlino di fare pressione sull’Estonia per il suo sostegno all’Ucraina”.

Si aprono varie ipotesi.

La prima: si tratta di un attentato organizzato dai servizi segreti ucraini, come dice Mosca, da soli o insieme all’intelligence anglo-americana e l’obiettivo era il padre, quindi si tratta di un attentato fallito. Ipotesi suggestiva, ma improbabile. Significherebbe che l’FSB non controlla Mosca, il che sarebbe davvero un grosso problema per Putin. Molti analisti, compresi quelli di Limes, sminuiscono inoltre il ruolo di Dugin, affermando che non avrebbe un legame diretto con Putin e che le sue teorie sarebbero più note e apprezzate all’estero (in effetti in Italia è pubblicato dagli anni ’90 dalle case editrici di estrema destra e rossobrune, e ha legami con la Lega di Salvini dal 2013, grazie al ruolo giocato da Savoini). Analisti meno seri, cioè i propagandisti putiniani, come Alberto Fazolo, affermano addirittura che Dugin sarebbe inviso al Cremlino e quasi perseguitato. Ma ovviamente questo è facilmente smentibile, come quasi tutta la propaganda rossobruna. Oltretutto, la fazione comunista putiniana non ama che si pensi che il loro idolo possa essere legato, in qualsiasi maniera, a un fascista, sia pure eclettico come Dugin.

La seconda ipotesi, ancora meno probabile, è che si tratti di un attentato organizzato dalla resistenza russa, come rivendicato dall’Esercito Nazionale Repubblicano. Affascinante, ma ancora meno probabile. In questi 22 anni di regime putiniano, la maggioranza degli oppositori sono in carcere o in esilio, se non morti e i pochi che rimasti vivi e liberi non possono essere così organizzati (come succede invece in Bielorussia).

Terza ipotesi: un’azione false flag, come erano stati gli attentati attribuiti ai ceceni appena Putin andò al potere, usati come giustificazione per la guerra. Utile per un’escalation in Ucraina, per la mobilitazione generale, o addirittura una giustificazione per pressioni o attacchi all’Estonia, in cui tra l’altro, come in tutti i paesi baltici, vive una consistente minoranza russa. Meno improbabile ma comunque difficile.

Ultima ipotesi, molto accreditata da analisti seri: una faida interna e soprattutto un segnale di una parte dell’FSB e dell’esercito verso i vertici del regime e soprattutto verso l’estero (data la fama di cui Dugin gode fuori dalla sua patria). Molti ufficiali non sarebbe molto contenti dell’andamento della guerra, alcuni perché contrari, altri perché vorrebbero che Putin usasse tutti i mezzi a disposizione.

Forse la verità potrebbe svelarsi in un futuro anche molto vicino.

Ma a noi resta un dubbio. Chi è davvero Dugin e che ruolo ha nel regime russo e soprattutto: la strategia imperiale del Cremlino, la sua politica estera, sono davvero influenzate o no dal filosofo amante del nazismo tedesco e del fascismo italiano, di Evola e di Carl Schmitt, che negli anni ’90 scrisse il programma del nuovo partito comunista russo, che fondò il Partito Nazibolscevico insieme a Limonov, per poi allontanarsene presto (in seguito il partito fu sciolto e Limonov finì in prigione, rimanendo, fino alla sua morte un oppositore di Putin).

Abbiamo studiato a fondo il personaggio, la sua vita e le sue influenze, la sua vita politica, i suoi rapporti con il regime di Putin e soprattutto due testi che hanno segnato la politica estera di Putin e i legami con i movimenti sovranisti europei e dell’Alt right americana, (Fondamenti di geopolitica e La Quarta Teoria Politica).

Questo lavoro apparirà su Immoderati.it in cinque parti. Buona navigazione nell’oscuro mondo di Dugin, l’angelo rossobruno.

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