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Attentato a Istanbul: un pretesto per l’invasione di Rojava e Iraq?

Domenica 13 novembre, alle 16.20, una bomba è esplosa nel centro di Istanbul, provocando vari morti e feriti.
Tra le conseguenze del tragico fatto, il 19 novembre l’aviazione turca ha lanciato una grande azione militare contro il Rojava (Kurdistan occidentale) denominata Claw Sword. Tra gli altri obbiettivi, sono stati colpiti l’ospedale Qarmogh vicino a Kobanê, pozzi petroliferi a Qamishlo, la regione di Deir Ez Zorr (in cui sono presenti militari USA) e addirittura un centro di comando della coalizione internazionale anti-ISIS, che non ha ancora rilasciato dichiarazioni, uccidendo due membri delle YAT (unità antiterrorismo curde dello YPG).

In Rojava, da anni uno dei principali bersagli della politica estera del Sultano, è presente la Federazione Autonoma della Siria del Nord, un’entità non riconosciuta ufficialmente a livello internazionale, anche se numerosi paesi occidentali, tra cui gli USA, collaborano con essa in funzione anti-ISIS. La Federazione si è organizzata da anni secondo i principi del Confederalismo Democratico di Abdullah Öcalan, fondatore del PKK nel 1978 (all’epoca era un partito legale e avrebbe dovuto presentarsi alle elezioni, ma il colpo di stato del 1980 lo dichiarò fuorilegge e nel 1982 la dirigenza scelse la lotta armata), detenuto da oltre vent’anni nel penitenziario turco dell’isola Imrali, nel quale è l’unico detenuto, sottoposto a un regime speciale di sorveglianza (attualmente non può vedere né parenti né avvocati), nonostante sia in gravi condizioni di salute. Circostanza non eccezionale in Turchia, che ha ha un numero altissimo di detenuti politici e disumane condizioni carcerarie più volte denunciate dalle associazioni internazionali che si occupano di diritti civili. Ricordiamo inoltre che Selahattin Demirtaş, co-presidente di uno dei partiti di opposizione a Erdogan (HDP), si trova in prigione da sei anni senza una specifica accusa, insieme a quasi tutta la dirigenza del partito. La corte europea ha chiesto più volte la sua scarcerazione, invano.

Fonte: Al Jazeera https://www.aljazeera.com/news/2022/11/13/turkey-istanbul-explosion-istiklal-several-injured

In Rojava, nonostante la predominanza dell’etnia curda di lingua kurmanci, il sistema sociale del CD ha fatto sviluppare una convivenza pacifica non usuale in Medio Oriente, sia tra le varie etnie (principalmente Curdi, Arabi e Assiri, ma anche altri ceppi etno-linguistici, come Turcomanni) sia tra le varie confessioni religiose (musulmani sunniti, sciiti e alauiti, cristiani siriaci, yezidi e altre confessioni minoritarie).

Sin dall’inizio il regime turco ha accusato i curdi dell’attentato: il PKK e addirittura le YPG (Forze di Protezione Popolari), la principale forza della coalizione che ha sconfitto ISIS. Le unità YPG (e le YPJ femminili) sono alleate degli USA, sono addestrate (soprattutto la sezione speciale antiterrorismo YAT) da USA Army, US Navy e USMC, e soprattutto sono armate da USA, Francia e altri paesi (tra cui, fino a poco tempo fa, la Svezia, che forniva anche armi anticarro alla Federazione del Rojava, oltre che aiuti economici). Il ministro degli Esteri turco Soylu si è spinto addirittura a sostenere che l’ordine sarebbe partito da Kobanê, la città simbolo della resistenza all’ISIS.

L’intento è chiaro. Non si tratta di una generica accusa verso i curdi e il PKK, ma di spezzare una volta per tutte il sostegno internazionale di cui, sia pure con molte ambiguità e cedimenti, i curdi del Rojava hanno fino a questo momento goduto. E probabilmente, anche avere il permesso di invadere e annettere definitivamente il nord della Siria (e forse anche un pezzo di Iraq, da tempo nelle mire di Turchia e Iran). Quella turca è una strategia iniziata nel 2018, quando c’era la presidenza Trump (che causò le dimissioni del segretario USA alla Difesa, il generale Mattis per protesta) e parzialmente interrotta con l’arrivo di Biden. Anche l’insistenza di Erdoğan nell’ostacolare l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO (il fatto che i due paesi nordici forniscano asilo politico a molti curdi della Turchia e sostegno economico e militare al Rojava) vanno nella stessa direzione. Infine, il ministro degli Esteri turco, oltre a rifiutare pubblicamente le condoglianze del governo statunitense (proprio per denunciare il forte legame tra USA e YPG), non si è lasciato sfuggire l’occasione per accusare anche gli altri nemici storici dei turchi: i greci (affermando che, se non fossero stati catturati, i presunti responsabili sarebbero fuggiti in Grecia).

Intendiamoci, nessuno può con certezza stabilire cosa sia successo. L’accusa verso YPG è fondamentalmente ridicola (quantomeno perché YPG ha ben altri problemi). Quanto al PKK: la pratica degli attentati era stata usata agli inizi, nel turbolento periodo degli anni ’80 dopo il golpe militare che mise fuori legge il PKK e proibì l’uso della lingua curda. Ttale divieto è tuttora in vigore in Turchia: Ankara non solo proibisce l’uso della lingua curda e dei nomi curdi, non solo arresta i musicisti che cantano in curdo, ma addirittura chiama i curdi, un quarto della popolazione della Turchia con la ridicola definizione di Turchi delle montagne.

Ma il partito fondato da Öcalan non attacca i civili turchi (a differenza per esempio dei nazionalisti Falchi della Libertà del Kurdistan, il TAK, che invece considera tutti i turchi nemici) almeno da vent’anni, con la svolta del Confederalismo Democratico e l’abbandono del nazionalismo puro. Tanto è vero che nel PKK sono presenti anche militanti turchi. Inoltre, anche soltanto per una cinica questione di marketing, che senso avrebbe per un movimento che sta facendo una campagna per essere eliminato definitivamente dalle liste delle organizzazioni terroristiche degli USA e dalla UE? A proposito della UE, ricordiamo un fatto, spesso dimenticato o addirittura ignorato da molti commentatori: il PKK fu inserito nella lista dei terroristi su richiesta della Turchia in un momento in cui le trattative per un ingresso nella UE sembravano andare in porto. In seguito, la corte dell’Unione Europea ha stabilito che il PKK non debba considerarsi un’organizzazione terroristica.

Ma torniamo all’attentato. Nel pomeriggio del 13 novembre “Una donna si siede su una delle panchine lì [Istiklal Caddesi, ndr] per più di 40 minuti, poi si alza. Un’esplosione si verifica 1-2 minuti dopo che si è alzata. Ci sono due possibilità. O quella borsa aveva un timer dentro ed è esplosa da sola o qualcuno l’ha fatta esplodere a distanza“, ha dichiarato il ministro della Giustizia, Bekir Bozdag. La donna viene presto arrestata, insieme a un’altra cinquantina di persone, e fatta confessare. Le autorità turche dichiarano che si tratta di una araba siriana, Ahlam Al Bashir, e che sarebbe stata addestrata da PKK e da YPG. Il ministro degli Esteri Soylu afferma inoltre che l’ordine sarebbe partito da Kobanê e i media turchi insistono su questo legame. Il ministro turco si spinge polemicamente a rifiutare le condoglianze del governo degli Stati Uniti, perché proteggerebbero e armerebbero i terroristi (evidente riferimento al legame tra USA e YPG). Nel frattempo sia il PKK che YPG negano con decisione ogni coinvolgimento nella vicenda.
Ma a questo punto alcuni giornalisti e analisti internazionali trovano delle incongruenze nella frettolosa attribuzione della responsabilità alla pista curda.

Per esempio George Meneshian, del Washington Institute for Defence and Security, in un tweet del 16 novembre afferma che la donna arrestata non è siriana ma proviene dalla Somalia e sarebbe legata agli jihadisti locali di Al Shabab, finanziati dal governo turco. Inoltre, e questa è una cosa interessante, confermata anche dalla direttrice del Middle East Istitute Center for Turkish Studies di Washington, risulterebbero varie telefonate precedenti l’attentato verso la donna effettuate da un membro del MHP. Principale partito alleato dell’AKP di Erdogan e simbolo dell’abilità di Erdogan di legare il nazionalismo con l’islamismo, l’MHP (Partito del Movimento Nazionalista) non è un partito qualsiasi, ma il braccio politico di una più nota organizzazione paramilitare: Ülkücüleri detti anche Bozkurtlar (Lupi Grigi). Questa organizzazione di estrema destra, seguace del nazionalismo più estremo e del panturchismo (unione di tutti i popoli turcofoni, insomma la Grande Turchia), è responsabile o sospettata di numerosi attentati in tutta Europa. Lo stesso Ali Agca, attentatore del papa nel 1981 e organizzatore dell’assassinio del giornalista liberale turco Abdi İpekçi nel 1979, faceva parte dei Lupi Grigi. L’organizzazione, che ha sempre avuto legami con terroristi di estrema destra europei e con la criminalità organizzata è stata dichiarata illegale in Austria e Francia, ed è considerata molto pericolos anche in Germania, dove è presente una grossa comunità turca.

Il già citato George Meneshian si chiede se “Maybe it was the Turkish deep state, not the PKK/PYD, that staged the attack in İstiklal“, aggiungendo che in ogni caso lo scopo di Erdoğan è strumentalizzare l’attentato per “convincere gli elettori che soltanto lui può garantire la sicurezza in Turchia (fece lo stesso nel 2015), giustificare una nuova operazione nel nord della Siria, ridimensionare i gruppi curdi, fare pressione su Svezia e Finlandia per far estradare i rifugiati e giocare una carta anti USA.

Probabilmente le elezioni sono il problema che preoccupa maggiormente il Sultano. Se gran parte degli oppositori politici (dal curdo Demirtas al filantropo turco Osman Kavala) e dei giornalisti sgraditi sono in prigione o in esilio, resta la minaccia delle due forze kemaliste progressiste, che Erdogan non può certo accusare di essere anti patriottiche, il CHP (Partito Popolare Repubblicano) e il DSP (Partito della Sinistra Democratica). Ricordiamo inoltre che Erdoğan minacciava da tempo un’azione militare contro il Rojava, ma non avendo avuto luce verde né dagli USA né dalla Russia, si è limitato a bombardamenti non solo contro la Federazione ma anche contro la regione autonoma del Kurdistan iracheno (nonostante le proteste di Baghdad). I recenti avvenimenti in Iran (la rivolta causata dall’omicidio di stato di una ragazza curda, che sta assumendo sempre più i caratteri di una vera rivoluzione) hanno spinto anche Tehran a condurre attacchi contro il nord dell’Iraq, che attualmente si trova sotto il fuoco incrociato di Iran e Turchia con il sospetto di un’azione coordinata.

Gli USA sono alleati (in maniera ambigua e contraddittoria) dei curdi (sia della Federazione che del Kurdistan irakeno) e sono indubbiamente nemici del regime iraniano. Ma al tempo stesso sono formalmente alleati (sempre in maniera ambigua) della Turchia (che diventerà sempre un problema, secondo Daniel Pipes). Riusciranno gli USA a liberarsi dell’abbraccio sempre più mortale del Sultano?

1 comment

Dario+Greggio 25/11/2022 at 21:58

credo volessi dire “che diventerà SEMPRE PIU’ un problema” 🙂

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