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Speaker's Corner

L’antipolitica è una necessità storica

antipolitica

Il problema della politica italiana non sono i partiti dichiaratamente populisti. Le responsabilità più grandi della desolazione partitica e intellettuale in cui ci troviamo sono di coloro che, ora, si vendono come salvatori della patria, ma non fanno che picconare la credibilità del nostro Paese ogni volta che ne hanno la possibilità. Mentre nell’Unione Europea il PPE e il PSE cercano di arginare il populismo, nel nostro sciagurato Paese i partiti che appartengono a tali gruppi, Forza Italia e PD, alimentano i peggiori istinti del guevarismo grillino e del sovranismo nazionalista. Questo sta accadendo, a mio avviso, perché M5S e FDI-Lega non sono altro che la naturale degenerazione dei partiti che hanno animato la seconda repubblica e che ora sono parti imprescindibili delle rispettive coalizioni. È arrivato il momento di sdoganare di nuovo l’antipolitica, stavolta per eradicare il populismo e le sue radici profonde.

Secondo l’enciclopedia Treccani, è antipolitica il “sentimento di avversione spontaneo e generalizzato contro la politica”. “L’antipolitica – viene chiarito – rivela non solo protesta, ma una diffusa domanda di politica, un’estesa disponibilità a partecipare, condivisa da milioni di cittadini: non rifiuto, quindi, del sistema politico (ordinamento democratico, Parlamento, partiti, governo) ma di una classe politica divenuta sempre più lontana dagli interessi del Paese, chiusa in giochi di potere e nella difesa di privilegi di casta (a volte inquinati da una corruzione sistemica), senza capacità di rinnovarsi nei programmi e negli uomini.” L’antipolitica non deve necessariamente tradursi nel populismo, soprattutto perché quest’ultimo è trasversale a tutto l’arco costituzionale ed è diventato quasi inscindibile dalla politica tradizionale.

Per vent’anni il dibattito si è irrancidito, diventando una battaglia di trincea per la difesa di privilegi e la ricerca del consenso. La sinistra, per mezzo del giustizialismo risalente a Mani Pulite e l’ossessione per Berlusconi, ha contribuito a costruire e fomentare il sentimento forcaiolo degli “avatar in carne ed ossa” a cinque stelle, parole di Gianroberto Casaleggio. Nel frattempo il centrodestra ha dato in appalto perenne la politica economica del centrodestra a un personaggio comicamente tragico (o tragicamente comico, fate vobis) come Giulio Tremonti, che ha posto le basi per l’epoca Borghi-Bagnai.

La stucchevole retorica, tanto del PD renziano quanto dei governi Berlusconi, per cui si andava “a battere i pugni sul tavolo a Bruxelles”, ha costruito l’impalcatura retorica perfetta per il filone no-euro. Senza contare che centrosinistra e centrodestra, raccogliendo l’ingloriosa eredità degli anni ’70 e ’80, si sono distinti per una continuità totale nella produzione debito ad libitum per motivi sostanzialmente elettorali, la conseguenza abbastanza imprevedibile è stato il successo popolare, più o meno cosciente, di teorie economiche bislacche come la MMT.

Il rapporto morboso con l’informazione, sempre reverente e mai cane da guardia del potere, è un altro capitolo vergognoso che ci portiamo dietro da decenni. Lo storico asservimento della Rai ai partiti e ora al governo, grazie alla riforma di Renzi, ne è la dimostrazione plastica. Come oggi il TG1 tace sul caso Philip Morris per tutelare il governo, durante la direzione di Minzolini era diventato il più importante scudo e megafono del quarto governo Berlusconi. L’informazione si è ridotta, tranne rari e meritevoli casi, a palco per le opinioni dei politici. Opinioni spesso svincolate dai fatti, oziose quando non dannose. Le condizioni folli imposte da Casalino per la partecipazione ai talk show di esponenti dei grillini è stato l’apice, ma il percorso tramite il quale si è arrivati a quel punto non è trascurabile.

Tanti commentatori e intellettuali, sicuramente più competenti e preparati di me, hanno individuato un momento di svolta nella pubblicazione del libro “La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili”. Il volume, scritto dai giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo del Corriere della Sera, è stato erto a simbolo dell’establishment che si mette nella posizione di essere pugnalato. Il mio punto di vista è differente. Smascherare gli sprechi ai danni dei contribuenti, gli scandali e i privilegi ingiustificati della politica è uno dei compiti del giornalismo. Stella e Rizzo hanno evidenziato un sintomo, non gli si può appioppare la colpa per la contrazione della malattia.

In questa legislatura è andato in scena un teatrino dell’assurdo sempre più insopportabile, in cui hanno sublimato le peggiori contraddizioni dei cosiddetti competenti. Il PD, tranne rarissime eccezioni quali Giorgio Gori e Tommaso Nannicini, è diventato subalterno culturalmente al Movimento 5 Stelle, succube delle peggiori logiche assistenzialiste, stataliste, giustizialiste e corporative. Forza Italia è alleata di chi ritiene il rispetto dello stato di diritto per l’accesso ai fondi europei una condizionalità sovietica, ma flirta con il governo per garantire protezione a Mediaset dalle legittime ambizioni di Vivendi. Il Cav ha addirittura deciso di votare contro la sacrosanta riforma del MES pur di garantire solidità al centrodestra. In questo caos, il governo giallorosso, pur di restare a galla cerca di far passare l’arci-nemico Berlusconi, che continua ad avere come unico obiettivo curare i propri affari, come uno statista.

Sfido chiunque in buonafede ad elogiare la politica in Italia, banalmente non si può. L’antipolitica può essere il motore del rinnovamento, se accompagnata da competenza e capacità comunicative può addirittura essere un’opportunità di riscatto per il Paese, che sembra essere solo in grado di accelerare il proprio declino. Non è facile, ma è possibile. Forse è addirittura l’unica strada per sconfiggere il populismo. Tentare è diventato una necessità storica.

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