Speaker's Corner

Alessandro Di Battista, l’Intellettualoide

Alessandro Di Battista è il degno rappresentante di una nuova categoria della contemporaneità: l’intellettualoide. Il suo ultimo intervento sulle pagine del Fatto Quotidiano ne è l’ultima tragica dimostrazione.

Qualche anno fa Gian Arturo Ferrari, parlando di una certa decadenza dell’editoria italiana, coniò la fortunata espressione di “libroide”. I libroidi sono quegli oggetti, come i volumi sull’oroscopo o i ricettari fasulli, che hanno tutte le fattezze esterne di un libro (una forma rettangolare, la firma dell’autore, un tot di pagine) ma che, in ultima istanza, non sono davvero dei libri. Infatti i libroidi, al contrario dei libri, non hanno un’anima, non hanno una loro autenticità. «O più umilmente, – come scriveva Ferrari – non hanno il capo e la coda, l’invenzione di una storia, il bene di un concetto, un autore vero». Il libroide insomma è un semplice replicante: un oggetto che si traveste da libro e si accontenta di spacciarsi per tale, pur rimanendo cosciente di non avere nessuna credibilità.

Ebbene oggi, senza chiedere il permesso, possiamo prendere a prestito il termine di Ferrari e applicarlo, con le dovute modifiche, alla sfera del dibattito pubblico; quel luogo metafisico dove da qualche tempo, con frequenza crescente, si annida una categoria antropologica affascinante: quella degli intellettualoidi. E chi sarebbero costoro? Beh innanzitutto, come nel caso dei libroidi, gli intellettualoidi sono personalità che hanno le stesse caratteristiche formali degli intellettuali. Essi promanano un’aura di timore riverenziale, hanno un buon numero di follower sui social, una certa risonanza nell’opinione pubblica e, perché no, talvolta hanno anche dei giornali che puntano sulla loro firma. Gli intellettualoidi, di solito, hanno difficoltà a spiegarsi da dove provenga il loro successo, giacché spesso quest’ultimo cade loro addosso all’improvviso, quasi fosse un’investitura piombata dall’alto. E così, da un Vaffa-day all’altro, si ritrovano ad avere una certa importanza, un certo seguito. Da un giorno all’altro ricevono via pacco il patentino di élite culturale, con tanto di inviti settimanali in sedi televisive e trasmissioni radiofoniche.

Tuttavia gli intellettualoidi, proprio come i libroidi, non hanno alcuna credibilità, ma a differenza dei ricettari ammuffiti si ostinano ad avanzare pretese, si intestardiscono nel fare appello alla loro presunta autorità. E talvolta, nei casi davvero gravi, finiscono addirittura con lo scrivere lettere deliranti ai giornali, inserendovi la loro visione distorta del mondo. Talvolta, insomma, può accadere che Alessandro Di Battista torni a farsi sentire in tempi di pandemia globale. Inutile dire che non ne sentivamo la mancanza: il frontman della Casaleggio&Associati, negli ultimi mesi, ci aveva infatti viziati con un silenzio stampa aureo, quasi terapeutico. Purtroppo il richiamo ancestrale della fame di visibilità è stato troppo forte, tanto da strapparlo a quel processo di damnatio memoriae automatica cui tutti gli intellettualoidi, in ragione della loro inconsistenza, sono inevitabilmente destinati. Nessuno però si sarebbe mai sognato di leggere una lettera così ideologicamente perversa, tant’è che lo stesso Calenda, che nel redigere lettere è ormai navigato, non ha esitato un secondo nel definirla un cumulo di imbecillità. L’intervento di Di Battista, comparso sulle pagine del Fatto Quotidiano e rilanciato (indecorosamente) da tutti i telegiornali, non è soltanto un ginepraio di imprecisioni e retorica stantia, ma è anche una prosa piena di livore, di disprezzo manifesto per le istituzioni e, neanche a dirlo, di una forma malcelata di rancore. Per dimostrare l’infondatezza del contenuto ci sarebbero decine di paragrafi da mettere in risalto, ma siamo davvero interdetti dall’imbarazzo della scelta. Basterà soffermarsi su un passo, tanto breve quanto folle, ove Di Battista si cimenta in ricostruzioni storico-economiche mirabolanti. Il passo è parte di una critica all’Unione Europea, rea di aver favorito, tramite austerità, il taglio dei posti letto negli ospedali italiani.

Scrive Alessandro Di Battista:

«Nel 1980, poco prima del “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro i posti letto per malati gravi erano 922 ogni 100.000 abitanti. Poi l’inesorabile declino fino ai 275 ogni 100.000 abitanti durante il governo Monti. I tagli alla spesa pubblica, tuttavia, non hanno fermato la crescita esponenziale del nostro debito. Nel 1980 il rapporto debito/Pil era del 58%. Nel 1992 del 90%, nel 1999 del 106%, nel 2011 del 116%, nel 2014 del 131%. Nel 2018 il rapporto tra debito pubblico italiano ed il prodotto interno lordo ha raggiunto il 134,8%. Ci hanno raccontato che l’austerità servisse per risanare i conti. Non è vero, basta leggere i numeri»

Enucleare tutte le stramberie racchiuse in queste righe è davvero difficile, ma faremo un tentativo. Innanzitutto non si capisce che senso abbia prendersela con l’austerità, che Dibba collega poco prima al Patto di Stabilità (1997), per poi cominciare l’analisi dal 1980, addirittura prima di Maastricht (1992). In secondo luogo risulta davvero incomprensibile la velata (e perciò disonesta) correlazione tra il numero dei posti-letto e il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro; episodio, tra l’altro, completamente italiano. A intuito Di Battista vuole forse suggerire, sbagliando, che la causa del nostro debito pubblico sia da rintracciare nel famoso divorzio del 1981, ma il sommo non si degna di spiegarcelo, né di farci capire cosa diamine c’entri col discorso dei posti letto. Il flusso di coscienza prosegue poi sul tema della spesa pubblica e qui Di Battista sfrutta tutto il potere della presupposizione, e cioè l’arte di dare per scontato un fatto che non lo è. Nello specifico vorremmo sapere da Di Battista a quali tagli della spesa pubblica si riferisce, visto che negli ultimi 40 anni la spesa pubblica o cresce costantemente in valori assoluti oppure, se la si calcola in percentuale al Pil e si escludono gli anni ‘90 (che nulla hanno a che fare con la famigerata austerità), oscilla tra impennate di crescita e un andamento stabile. Parafrasando lo stesso Di Battista, lui ci ha raccontato che la spesa pubblica fosse stata tagliata, ma non è vero: «basta leggere i numeri».

Il passo che abbiamo riportato è solo uno dei tanti, solo un fugace estratto di una lettera cui avremmo fatto volentieri a meno, anche solo pensando ai roventi negoziati che ci attendono in sede di Consiglio Europeo. Ma si sa: gli intellettualoidi alla Di Battista sono cani sciolti e sono fieri di esserlo. Come abbiamo tentato di spiegare in passato, l’unica funzione di Di Battista è quella di intervenire di tanto in tanto per ridare impulso all’ala estremista del Movimento. La strategia è sempre la stessa: uscire a gridare gli antichi slogan euroscettici del partito per poi tornare nella penombra mediatica. Ma ogniqualvolta Alessandro Di Battista si affaccia, quel pezzo di società civile italiana che ha ancora la testa sulle spalle si chiede: quousque tandem abutere, Di Battista, patientia nostra?

Maurizio Mascitti

Classe ‘97, al momento specializzando in Filosofia al San Raffaele di Milano (unisr). Coltivo la passione per la scrittura collaborando con alcune riviste e blog online, soprattutto per temi di politica e attualità.

6 comments

Siby 20/04/2020 at 15:59

Vorrei lasciare un commento, ma l’indignazione mi soprassale e non ho parole.

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Pizer 20/04/2020 at 17:02

Per dirla con Petrolini, rivolto ai vicini di loggione di uno spettatore che continuava a disturbare il suo spettacolo: “Non ce l’ho con lui, ma con quelli che gli stanno vicini e non lo buttano giù”.
Ecco, anch’io non ce l’ho con Di Battista, ma con la pletora di beoti plaudenti convinti che il Dibba sia un “intellettuale”…

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Raimondo 23/04/2020 at 16:31

Ma la colpa grave è dei media che lanciano simili porcherie e coltivano a libro paga simili intellettualoidi

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Davide Barillari Sbattuto Fuori dal Branco | Immoderati 23/04/2020 at 16:48

[…] richiede che Casaleggio e i suoi fedeli si sbarazzino degli elementi più tossici tra peones e cacicchi. I più furbi (e diverse new entry) hanno fiutato il vento e si sono adattati. Sibilia ha smesso […]

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Il Pregevole Giornalismo di Qualita': biciclette e aria fritta | Immoderati 26/04/2020 at 14:59

[…] liquida in due righe con lo spessore dell’intellettuale a’ la page, le diavolerie moderne come le “connessioni veloci, lo smart working e i webinar” (che […]

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Margherita de Pellegrin 27/04/2020 at 13:30

Behn… Dio ci salvi e ci strasalvi…

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