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Finestra sull'Europa Politica estera

Afghanistan: cosa succederà ora in Occidente?

EU army

Prima i britannici, poi i sovietici e ora gli americani, l’Afghanistan continua a mantenere il titolo di ‘cimitero degli imperi’. Ma cosa accadrà ora negli USA? E in Europa?
Un crollo degli USA e del presidente Joe Biden sono assolutamente fuori questione, in quanto come spiegato da Jacopo Soregaroli l’opinione pubblica americana è concentrata su ben altri temi (discriminazione razziale, welfare, sanità, clima…), le tematiche di politica estera sono da anni passate in secondo piano.

Internamente agli USA quindi probabilmente poco nulla cambierà, ma potrebbe non essere lo stesso se si parla di NATO e di Europa. Secondo molti esperti, con il ritiro dall’Afghanistan si conclude la stagione dell’intervento americano nel mondo, posizione condivisa dalla quasi totalità degli elettori sia democratici sia repubblicani sin dai tempi di Obama ed intuibile dai discorsi degli ultimi giorni di Joe Biden, focalizzati unicamente sul suo Paese, privi anche di un minimo cenno agli alleati oltreoceano. Questa nuova politica semi-isolazionista (la fine de iure dell’Alleanza Atlantica è del tutto fuori dai radar) potrebbe avere ripercussioni negative sul nostro continente -e sull’intero Occidente- dal momento che dai tempi della guerra fredda l’Europa dipende in gran parte dagli USA circa la propria difesa, fornendo quasi esclusivamente supporto logistico. Per quanto non piaccia ai pacifisti, venire percepiti deboli sul piano internazionale significa essere vulnerabili a ricatti o attacchi (non necessariamente militari) di altre superpotenze, come Cina, Russia e Turchia, oltre che di gruppi terroristici vari come ISIS o Al-Qaeda, attori che sicuramente approfitterebbero del disinteresse americano in Europa. La Germania in primis sembra percepire questo problema, infatti dal 2018 Angela Merkel e il suo partito, la CDU, hanno approvato un ambizioso programma di riarmo della Bunderswehr, attualmente uno degli eserciti più avanzati al mondo nonostante gli scarsi investimenti (la spesa militare tedesca è pari al 1,2% del PIL, più volte contestato dagli USA che richiedono un minimo del 2%), con lo scopo di assumere un ruolo di maggior rilevanza sia sul piano internazionale sia all’interno della NATO.

Il progetto include un incremento del personale, l’aggiornamento dei mezzi e dell’equipaggiamento a disposizione e un rinfoltimento delle missioni all’estero. Ci sono altri due punti molto importanti da evidenziare: l’aumento della collaborazione con altri eserciti europei e la possibilità di arruolare anche cittadini UE non tedeschi. Nel 2017, in seguito alla Brexit, Francia e Germania hanno fondato la PESCO (Permanent Structured Cooperation), ossia un’istituzione che mira a creare un processo di formazione e cooperazione tra le forze armate di 25 Paesi europei, tra cui l’Italia, e stabilire una serie di regolamenti e convenzioni comuni, in modo da rendere gli eserciti più efficienti e meno costosi; i progetti proposti dalla PESCO non sono tuttavia vincolanti, quindi non sono seguiti in egual modo da tutti gli Stati membri. Nel 2018 invece la Francia ha introdotto un ulteriore progetto denominato Iniziativa Europea di Intervento (o EI2) di cui fanno parte 13 Stati che si propone di coordinare i vari Stati Maggiori Europei per aumentare l’efficienza delle risorse già in possesso.

Tutti questi punti lasciano intravedere l’embrione di una forza armata europea: una meta tanto ambiziosa, se si ricorda che poco più di 100 anni fa si concludeva la Grande Guerra, quanto necessaria per mantenere una posizione privilegiata con il resto del mondo, alleati o non. Un barlume di speranza per la realizzazione di questo traguardo lo dà il fatto che la riforma della Bundeswehr porta la firma dall’allora ministro della difesa Ursula Von Der Layen, oggi Presidente della Commissione, ruolo che potrebbe sfruttare per dare manforte al progetto.

Gli ostacoli, tuttavia, sono molti. In primis bisogna fare i conti con un’opinione pubblica fortemente avversa e timorosa di un riarmo europeo (specialmente tedesco), segnata dagli orrori delle due Guerre Mondiali, ma anche con i vari Stati UE propensi a mantenere un esercito nazionale, simbolo importante della propria sovranità. Potrebbero anche sorgere attriti all’interno della NATO, soprattutto se si ricordano le parole che usò per descrivere lo scopo dell’Alleanza il primo Segretario Generale, Hastings Ismay: ‘keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down’; i tempi erano altri, era appena finita la Seconda Guerra Mondiale, ma l’ostilità britannica alla formazione di una potenza continentale Europea continua a permanere (la PESCO era in cantiere dal 2006, ma non venne mai realizzata proprio a causa della continua ostilità inglese). Ultimo ma non meno importante, non ci si deve dimenticare che Angela Merkel fra poco tempo terminerà il proprio mandato e gli equilibri politici europei potrebbero cambiare profondamente; sul tema potenziamento dell’esercito ad esempio l’SPD ha più volte espresso la propria contrarietà.

Al di là di tutte queste speculazioni sul futuro, l’unica cosa certa è che ora siamo più soli, il vecchio atlantismo post seconda guerra mondiale sembra essere tramontato definitivamente tra le montagne dell’Afghanistan, lasciando l’Europa ad un bivio: continuare a litigare ed essere lasciati alla mercé del resto del mondo o collaborare ed unirsi, per affrontare le sfide del XXI secolo a testa alta.

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