Politica estera Venti dall'isola

A che punto siamo con la Brexit?

Le elezioni di giovedì 12 dicembre segnano una nuova data per il Regno Unito nel suo travagliato percorso di uscita dall’Unione Europea. Brexit è stata, di fatto, l’unico tema della campagna elettorale e lo straordinario successo dei Tories è dipeso in gran part dall’aver saputo catalizzare tutti i voti di chi desiderava il recesso dall’Unione, e soprattutto lo desiderava presto.

“Get Brexit Done”, lo slogan scelto da Boris Johnson ha pagato in termini elettorali, mentre il Labour di Corbyn ha subito una devastante sconfitta anche a causa dell’ambiguità del partito sulla questione. Con una maggioranza di 80 deputati ai Comuni, Johnson ha avuto successo dove May aveva fallito: far approvare l’accordo di uscita negoziato con l’UE. Ufficialmente si tratta di un nuovo accordo, rivisto da Johnson una volta divenuto Primo Ministro, ma in realtà la sostanza è la stessa del testo ottenuto da May, che sancisce la definitiva separazione frontaliera tra Ulster e resto del Regno Unito, data l’insistenza da parte europea della mancanza di confini fisici tra Belfast e Dublino. Il 20 dicembre Westminster ha dato la sua approvazione, rendendo Brexit solo una questione di tempo. Il 9 gennaio, infine, Westminster ha definitivamente approvato la legge che prevede l’uscita per il 31 dello stesso mese.

Fine della storia, quindi? Non esattamente, perché l’unica certezza è che Brexit avverrà, ma ancora non si sa né quando né con quale intensità: l’accordo di recesso stabilisce infatti solo le modalità dettagliate di uscita, ma non regola in alcun modo i rapporti dal girono successivo. Da un lato la vittoria dei conservatori ha garantito che non ci saranno revoche dell’Art. 50 o nuovi referenda, ma dall’altro le sicurezze finiscono qui. Ciò che ora bisogna stabilire, appurato che Brexit ci sarà, sono il come e il quando, che non sarà materialmente il 31 gennaio 2020. Per il Regno Unito è previsto infatti un periodo transitorio in cui de facto si continuerà come adesso (tranne la partecipazione alle istituzioni comunitarie) in attesa dello sviluppo di un modello di partnership futura. E qui stanno i due nodi cruciali ancora da definire.

L’Unione Europea, comprensibilmente, si è sempre rifiutata di discutere i termini della relazione futura prima dell’approvazione dell’accordo di uscita. Ora che tale approvazione sembra certa, è arrivato il momento di occuparsi di quali saranno i rapporti, politici ma soprattutto commerciali, tra le due sponde della Manica. Il primo elemento da chiare è però la data entro la quale dovrà essere stabilita questa relazione. Attualmente è indicata a fine 2020 e da Bruxelles hanno già lasciato trapelare come sia possibile estendere la fase transitoria. Johnson, che ha stravinto ma non è scevro da pressioni, nei giorni scorsi ha indicato la volontà di presentare un testo di legge che imponga la fine del periodo transitorio il 31 dicembre 2020, accordo o non accordo.

Oltre ad aver arrestato bruscamente la risalita post-elettorale della sterlina, la mossa di Downing Street ha riaperto alla possibilità di una hard-Brexit. Se infatti non venisse raggiunto un accordo entro quella data, Londra si troverebbe dal giorno alla notte ad operare con regimi commerciali WTO, cosa che fanno pochissimi Paesi al mondo. Per scongiurare il rischio basterebbe accertarsi di avere un accordo prima, ma si tratta di una possibilità piuttosto remota. I trattati commerciali, specialmente quelli tra economie avanzate, richiedono molto tempo per essere negoziati: quello tra UE e Canada ha richiesto ben otto anni per arrivare al testo finale (2009-2017). Tempo che aumenta esponenzialmente all’aumentare della distanza in termini di orientamento economico (e tra il Regno Unito e un’Europa franco-tedesca il divario è piuttosto ampio) e della quantità di materie incluse. Dunque, se venisse approvata questa legge, le opzioni per evitare una hard-Brexit sarebbero solo due: negoziare un mini-accordo che comprenda solo poche materie o uno più ampio, ma mantenendo sostanzialmente standard comparabili a quelli dell’Unione, perché non ci sarebbe abbastanza tempo per discutere su tutto. Il Presidente francese Macron, all’indomani della vittoria elettorale di Johnson, ha spiegato molto bene la situazione: un accordo sulle relazioni commerciali future sarà tanto più rapido e ampio quanto più il Regno Unito manterrà norme simili (o uguali) a quelle europee. Se invece Londra opterà per regimi normativi differenti, si potranno includere solo un numero ristretto di materie e soprattutto servirà più tempo per trovare un compromesso.

La hard-Brexit resta dunque un’opzione sul tavolo, soprattutto se Johnson dovesse dare ascolto alla componente dei Tories che vuole uscire dall’Unione il prima possibile, anche a costo di un salto nel buio. Difficile pensare che sia costretto a cedere su questo punto, ma va tenuto presente che se, per velocizzare le negoziazioni, accettasse un regime normativo assai simile a quello comunitario (scenario di permanenza nell’Area Economica Europea) verrebbe immediatamente accusato di non aver ottenuto la Brexit promessa così fermamente.

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