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Roma, in mostra “Il Male”, quando la sinistra sapeva fare satira

È stato certamente uno dei più importanti fenomeni della satira e del costume del dopoguerra italiano. Il settimanale Il Male, nelle edicole dal 7 febbraio 1978 (appena un mese dopo avverrà il rapimento Moro) fino al 5 giugno 1982 (albori del cosiddetto “riflusso”), è stata la quintessenza dell’umorismo dissacrante e corrosivo che ha investito, come un ciclone, soprattutto la politica più becera e corrotta, la devozione bacchettona e farisea, la morale beghina di un Paese che non è mai riuscito a laicizzarsi sul serio e del tutto. Sarcasmo vero, spiazzante e a caro prezzo, niente a che vedere, insomma, con la canzonatura all’acqua di rose stile Bagaglino o di certi siparietti televisivi.

Non a caso le penne e le matite caustiche del giornale fondato da Pino Zac sul modello del satirico parigino Le Canard enchaîné (dal quale Zac proveniva) procurarono un primato mai superato di denunce e processi (oltre cento), soprattutto per vilipendio della religione e di un capo di Stato estero, il Papa (Giovanni Paolo II veniva puntualmente chiamato Giampaolo II). Ma anche un mare di censure, sequestri e ferocissime ritorsioni.

Uno dei direttori del Male, il siciliano Calogero “Lillo” Venezia, è stato il secondo giornalista – dopo Giovannino Guareschi – a finire in carcere per satira nella nostra storia repubblicana. A Roma, a Regina Coeli. Alcune copie del suo giornale furono addirittura bruciate in piazza dal parroco di Spilimbergo, che lo giudicava “degno di essere precipitato tra il magma dei nostri italici vulcani, congeniale sede per simili ossesse pubblicazioni”.

Il Male è stato lo specchio di un’Italia controversa, epoca di contrapposizioni e di creatività, soprattutto di eventi che hanno segnato anche il lavoro satirico del giornale: gli anni di piombo, le Brigate Rosse, l’omicidio Moro, il terrorismo nero, la P2, il sangue di Stato, il delitto Pecorelli, il ruolo dei servizi segreti, i morti di mafia, Andreotti, Sindona, Calvi, Ambrosoli, lo Ior.

Su questi temi e su altri si sono misurati i tanti disegnatori protagonisti di quelle pagine taglienti, da Angese a Vincino, da Andrea Pazienza a Cinzia Leone, da Tanino Liberatore a Roberto Perini, da Alain Denis a Jacopo Fo, da Giuliano Rossetti a Enzo Sferra, da Carlo Zaccagnini (Carlo Cagni) a Francoise Perrot. Poi i tanti scrittori: Mario Canale, Piero Lo Sardo, Angelo Pasquini, Sergio Saviane, Alessandro Schwed (Jiga Melik), Vincenzo Sparagna. Lo specialista dei collage fotografici, Francesco Cascioli. I fotografi: Sandro Giustibelli, Gianni Morbioli, Sandro Palombi.

Il giornale ebbe un successo clamoroso. Raggiunse le 140mila copie di venduto, più o meno quante adesso ne vende Repubblica. Era innovativo nelle idee e nella tecnica: coloratissimo, dalla grafica originale, era smontabile e rimontabile a seconda degli usi che venivano suggeriti ai lettori e ai giornalai: il più famoso era la metamorfosi in un altro giornale di cui veniva falsificata la testata.

I “falsi”, spesso costruiti con la complicità dei protagonisti della “bufala”, possono essere giudicati come i veri antesignani delle attuali fake news. Riproducendo fedelmente la grafica dei più noti quotidiani dell’epoca, gli autori del Male intervenivano sull’attualità politica e sociale, in un vertiginoso rovesciamento della realtà, con titoli altisonanti e testi provocatori.

Il finto arresto di Tognazzi organizzato dalla rivista Il Male.

Tra le beffe è rimasta celebre quella della riproduzione della falsa prima pagina di diversi quotidiani con la notizia dell’arresto di Ugo Tognazzi quale capo delle Brigate Rosse. L’attore era naturalmente d’accordo (spiegando la sua partecipazione alla farsa, affermerà di rivendicare “il diritto alla cazzata”). Le immagini dell’attore ammanettato e scortato dai carabinieri fecero cascare tante persone nella trappola. Fu riportato anche il commento di Raimondo Vianello.

Tra le altre “produzioni”, il finto numero del Corriere dello Sport, con il quale si annunciava l’annullamento dei Mondiali di calcio del 1978 (la beffa indispettì Giorgio Tosatti, all’epoca direttore del quotidiano sportivo).

Tra gli altri “falsi”, il titolo di Repubblica in occasione del funerale di Moro: “Lo Stato si è estinto”. Poi, il 16 dicembre 1978, un’edizione straordinaria del Corriere della sera che annunciava l’incontro di una delegazione Onu con gli extraterrestri. Per le politiche anticipate del 1979 fecero circolare la notizia del ritiro della Democrazia cristiana dalla competizione.

Altra celebre trovata fu l’inaugurazione, con cerimonia “ufficiale” a Villa Borghese, di un busto in marmo di Giulio Andreotti (realizzato da Vincino), poi sequestrato dalla polizia. L’attore Roberto Benigni, presente all’inaugurazione, sarà denunciato per aver deriso il cognome di un funzionario di pubblica sicurezza, tale Pompò, giunto sul posto per effettuare la rimozione. Da ricordare, infine, sull’onda dei gadget allegati ai giornali (celebre il pacco di pasta), il numero del Male con “dieci grammi di droga gratis”, in omaggio un’innocua bustina di pepe.

Per ricordare quegli anni e questo giornale figlio di un’epoca in cui certa sinistra sapeva perlomeno fare satira, a Roma, negli spazi del WeGil in largo Ascianghi 5 (Trastevere), fino al 6 gennaio 2020 è possibile visitare la mostra “Gli anni del Male 1978-1982”, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da Manafilm in collaborazione con Laziocrea, Rai Teche, Luce Cinecittà e Radio Radicale.

L’esposizione, oltre ad offrire materiali d’epoca e colossali caricature d’autore, racconta anche i famosi happening de Il Male attraverso foto, video di repertorio e l’esposizione del celebre “busto di Andreotti”, eseguito in marmo da un abile artigiano su disegno di Angese e Vincino. In una sezione è ospitata una ricca raccolta di disegni originali. Una riproduzione della redazione fa rivivere l’atmosfera viva del giornale, come se un’animata riunione fosse da poco terminata, tra macchine da scrivere, fogli accartocciati, pennarelli, portacenere colmi e pezzi di pizza. E l’ultimo ad uscire avesse appena spento la luce.

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

1 comment

Dario Greggio 05/12/2019 at 18:53

😀

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