Economia & Finanza

Mes, conoscere per giudicare

La riforma del MES spiegata bene.

Come avvenne per lo spread nel 2011, con la corsa a capire cosa fosse questo indicatore della differenza tra il rendimento dei titoli di Stato tedeschi a dieci anni (Bund) e lo stesso prodotto italiano (Btp), così oggi ha fatto irruzione nel dibattito politico italiano il Mes, cioè il Meccanismo europeo di stabilità, detto anche “Fondo salva-Stati”. Chi ha ragione nel braccio di ferro tra maggioranza e opposizione su questa sorta di “paracadute” europeo nei casi di crisi finanziaria di un Paese dell’eurozona?

Innanzitutto, per giudicare serenamente, occorre conoscere bene la materia. Il Mes, che ha sede a Lussemburgo ed è diretto dal tedesco Klaus Regling, è un organismo internazionale a carattere regionale. È nato ufficialmente il 27 settembre 2012 quale evoluzione di due precedenti meccanismi, il Fesf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) e il Mesf (Meccanismo europeo di satabilità finanziaria), ideati a loro volta nel 2008 proprio per tutelare l’Unione monetaria a seguito della grande crisi internazionale. Obiettivo: ridurre i rischi conseguenti alle crisi nazionali e internazionali e rendere l’eurozona più economicamente unita e solidale.

Il Mes è finanziato dai diciannove Paesi dell’area euro, con una ripartizione percentuale in base al peso economico e alla partecipazione al capitale della Banca centrale europea: la Germania contribuisce per il 27,1 per cento, la Francia per il 20,3, l’Italia per il 17,9, la Spagna per l’11,9, i Paesi Bassi per il 5,7, il Belgio per il 3,5. A seguire, con quote minori, tutti gli altri.

Nel dettaglio, il finanziamento diretto da parte degli Stati supera di poco gli 80 miliardi (l’Italia contribuisce con 14,3 miliardi, la Francia con 20 e la Germania con 27). Ma si può arrivare complessivamente a 705 miliardi di euro con la cosiddetta “potenza di fuoco”, cioè con la possibilità di raccogliere altri 615 miliardi di euro sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond con durata da un mese a 45 anni e un rating molto alto (Aa1 per l’agenzia Moody’s e AAA per Fitch).

Tra gli scopi del Mes c’è quello di concedere prestiti ai Paesi in difficoltà. Tale soluzione è stata finora utilizzata da Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Esistono anche altre opportunità previste dal Meccanismo, come il sostegno illimitato da parte della Banca centrale europea sotto forma di Outright monetary transactions (Omt), cioè l’acquisto diretto da parte della Bce di titoli di Stato a breve termine emessi da Paesi in grave difficoltà macroeconomica, sempre a fronte di precise condizioni. Non sono mai state utilizzate.

Attraverso il Mes, in sostanza, l’eurozona può intervenire in soccorso di uno Stato a corto di liquidità per evitarne il default. Ovviamente il “pronto intervento” ha comunque un prezzo. È la cosiddetta “condizionalità”. Per ricevere l’aiuto, uno Stato deve aderire ad un piano di riforme per ritrovare la sostenibilità dei conti pubblici. In genere si tratta di tagli di sprechi o privilegi nella spesa pubblica, interventi su pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni e flessibilizzazione delle leggi sul lavoro, allo scopo di rendere nuovamente sostenibili i conti pubblici di un Paese. L’esecuzione di questi “compiti” è sorvegliata dalla “Troika”, il comitato costituito da Commissione, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.

La novità di questo periodo – con le conseguenti polemiche – riguarda il processo di revisione del trattato istitutivo del Mes, la cui decisione finale è inserita all’ordine del giorno del prossimo eurosummit, il 13 dicembre. Per modificare il Trattato servirà l’unanimità. Il testo dovrà essere poi sottoposto all’approvazione di tutti i Parlamenti nazionali.

L’obiettivo delle innovazioni è quello di rendere più stringenti i criteri per accedere agli aiuti. Il direttore generale avrebbe un ruolo più rilevante: oltre a proporre al Consiglio dei governatori la concessione del sostegno allo Stato che ne faccia richiesta, sarà lui a negoziare insieme alla Commissione europea la lettera di intenti con le condizioni per l’accesso all’aiuto. I Paesi che fruiscono del sostegno finanziario del Mes, dovranno garantire la sostenibilità del proprio debito pubblico. E tra i nodi del negoziato c’è la possibile richiesta della “ristrutturazione del debito”, cioè all’applicazione della procedura che prevede un accordo con il quale le condizioni originarie di un prestito vengono modificate per alleggerire l’onere del debitore (è successo in Argentina nel 2005 e nel 2010 e sta risuccedendo ora). Per quanto non richiamata espressamente nel testo delle modifiche al Mes, la “ristrutturazione del debito” è la materia che più preoccupa i Paesi economicamente messi peggio, Italia in primis.

Le polemiche di questi giorni in Italia vedono sostanzialmente contrapposti i sovranisti euroscettici, in testa Matteo Salvini e Giorgia Meloni (ma anche Luigi Di Maio), preoccupati sia dall’ipotesi di “ristrutturazione del debito” sia dalle misure draconiane e dai meccanismi di controllo, mentre sono soprattutto gli esponenti del Pd e delle formazioni europeiste a vedere nel Mes un’opportunità.

Occorre tenere presente che negli Stati del Nord Europa non mancano critiche di natura opposta: il Mes, come paracadute, incentiverebbe manovre scellerate nella spesa pubblica di alcuni governi, certi di poter essere comunque salvati con i soldi di qualcun altro. E infatti proprio da qui vengono le proposte di inserire la “ristrutturazione del debito”. Da non dimenticare che la Germania è il primo pagatore e, pur avendo una situazione bancaria non proprio florida, sicuramente è lo Stato che ha meno bisogno dei prestiti del Mes.

Ora la riforma del Mes, i cui lavori sono iniziati nel 2018, dovrà cercare una conciliazione tra queste opposte spinte. Di certo, sarà difficile inserire automatismi e si lascerà più spazio alle negoziazioni. Ma quali potrebbero essere le novità?

Innanzitutto, con la riforma, il fondo salva-Stati disporrà ancora di due tipologie di linee di credito, frutto di strenui trattative.

La prima è chiamata Pccl (Precautionary conditioned credit line) ed è accessibile ai Paesi dell’eurozona considerati molto solidi in base ad alcuni parametri, il più noto dei quali è un rapporto debito/Pil sotto il 60 per cento. I Paesi sono quindi dieci su 19, pertanto un “vestito” cucito apposta per loro.

Ma la seconda, l’Eccl (Enhanced conditions credit line), è invece accessibile a tutti i Paesi dell’area euro, in quanto non è richiesto un rapporto debito/Pil sotto il 60 per cento. E qui il “vestito” è soprattutto per i Paesi mediterranei. Novità inclusa nella riforma – fortemente voluta dall’Italia – è la possibilità di utilizzare il Mes come fondo per le risoluzioni bancarie (“procedura di backstop”), cioè le ristrutturazioni gestite da autorità indipendenti che potrebbero scoraggiare la speculazione sulle banche.

C’è poi il capitolo più tenuto dall’Italia, cioè quello della ristrutturazione del debito, che sta a cuore ai “rigoristi” del Nord Europa. Lo stesso governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha espresso il timore che i creditori, contemplando la possibilità di perdere più facilmente una parte del loro investimento a seguito della ristrutturazione, possano chiedere interessi più alti ai Paesi a forte rischio (come il nostro), accentuando il costo degli interessi. Una preoccupazione espressa anche dal presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli.

È vero, insomma, che la riforma potrebbe rendere più facile la”ristrutturazione” del debito pubblico di un Paese che chiede aiuto al fondo salva-Stati. C’è, però, un modo per scongiurare ciò in Italia: evitare ulteriori sperperi – tipo le decine di miliardi investiti per gli 80 euro, quota 100 o il reddito di cittadinanza – e lavorare seriamente per la riduzione del debito pubblico.

Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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