Approfondimenti Terza pagina

1989, la grande bancarotta (fraudolenta) dei regimi comunisti

La caduta del muro di Berlino e quello che rimane del comunismo, manifestante con effigi di Lenin, Stalin, Mao e Marx.

Il 9 novembre di trent’anni fa il Muro di Berlino si sgretolava nella vergogna ai piedi della Storia. Era finito il cosiddetto “secolo breve”. Con il crollo della cortina di ferro finì simbolicamente la Guerra Fredda e la lunga ed estenuante divisione in blocchi, per cui (secondo le logiche di Yalta), essenzialmente, o si stava con il primo mondo – gli Stati Uniti e il Patto Atlantico – o con il secondo – l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia . O di qua o di là. E anche in Italia il cosiddetto “Ottantanove” ha avuto impatti rilevanti: l’evento è tra le maggiori cause della transizione che poi porterà al nuovo assetto politico, la cosiddetta Seconda Repubblica.

Nel novembre 1989, «il Comunismo reale ammetteva il suo definitivo fallimento», come ha scritto Gianfranco Pasquino nel suo Le parole della politica: la caduta del Muro di Berlino non rappresentava solo la liberazione di milioni di persone dalla terribile esperienza del più o meno diretto dominio sovietico e del Socialismo reale, ma anche il via libera della comunicazione tra Est ed Ovest. Siamo lontani dai tempi dell’uso massiccio di Internet, ma le (molte) notizie e l’informazione iniziarono a girare proprio allora, dalla caduta delle frontiere e dei controlli sulla comunicazione interpersonale. Tre decadi fa, i cittadini di Berlino Est e quelli di Berlino Ovest iniziarono la demolizione non solo fisica del Muro, ma anche l’abbattimento delle frontiere comunicative: l’accelerazione digitale nella vita degli individui è stata avviata anche dalla fine del mondo diviso in blocchi. L’89 è anche questo: uno spartiacque tra analogico e digitale.

A trent’anni dagli eventi che hanno plasmato una nuova Europa, quello che è chiaro – specialmente nei paesi che di lì a poco avrebbero aderito all’Unione Europea – è che le nazioni già sotto il mantello comunista dell’Est oggi stanno molto meglio rispetto a quanto non lo fossero sotto Mosca — nonostante molti sostengano il contrario, complice paradossalmente il troppo benessere raggiunto in certe sacche dell’Occidente. Continua Pasquino: «I regimi autoritari cambiano quando non sono capaci di controllare lo sviluppo, economico, sociale e anche politico, che produce pluralismo e che spinge, grazie a una popolazione divenuta più esigente, verso transizioni alla democrazia. Il totalitarismo comunista, non soltanto a causa della sua ideologia, ma anche attraverso la propaganda dei dirigenti, aveva promesso di costruire l’uomo nuovo e, soprattutto, di garantire sviluppo, prosperità e il sorpasso dell’Unione Sovietica sugli Stati Uniti d’America».

“Caduta del Muro di Berlino” vuol dire anche questo: un palese richiamo non tanto del trionfo del capitalismo, ma al fallimento comunista, che nei regimi dell’Est (ma anche su scala globale) era declinato in diverse forme e connotazioni a livello istituzionale. Il Comunismo di Stalin era diverso da quello di Nikita Krusciov, che a sua volta era diverso da quello di Leonid Brežnev, a sua volta ancora era diverso da quello di Mikhail Gorbaciov. Il Comunismo di Alexander Dubček era diverso da quello di Gustáv Husák. Il Comunismo di Mao Zedong era diverso da quello di Deng Xiaoping. Il Comunismo di Wojciech Jaruzelski era diverso da quello di János Kádár. Il Comunismo di Eric Honecker era diverso da quello di Nicolae Ceaușescu. Il Comunismo di Ho Chi Minh era diverso da quello di Tito Broz. Il Comunismo bulgaro era diverso da quello coreano, così come quello cambogiano era diverso da quello del Laos.

Ci sono stati diversi tipi di Comunismo: nessuna sua declinazione in diverse nazioni e in diversi periodi storici ha portato benefici che prometteva al cosiddetto popolo di riferimento. Nessuno. Solo terrore, oppressione, sevizie, miseria e morte. Non c’è mai stato un Comunismo “buono” nella pratica: ecco perché con la caduta del Muro cade un Comunismo – quello “moderno”, sovietico-gorbacioviano – ma a ruota lo seguono gli altri comunismi, colpevoli di essere arrivati alla fine della Storia e aver fallito nelle loro contraddittorie premesse. Quello che in effetti cambiava tra un regime comunista e l’altro era essenzialmente l’intensità di violenza nella repressione e negli spiragli di libertà lasciata ai sudditi; ai “proletari”, ai “compagni” adulati dai gerarchi e i grigi ometti di partito che, sazi di cibo e ideologia, affamavano milioni di individui poveri e vittime di purghe, carestie e malattie.

Risuona quindi quasi denigratorio e insolente il tentativo di aggrapparsi ad un “ideale” utopico di Comunismo, quando decine di comunismi sono stati applicati in diverse forme in diversi paesi per tutto il secolo breve, con i disastri che troppi ancora oggi negano (o non hanno il coraggio di ammettere).Chiunque dica – come molti hanno sostenuto sotto la bandiera con la falce e il martello in Occidente – “noi eravamo diversi”, si appella ad un qualcosa che non esiste, che non è esistito e che non può esistere: non c’è stato un solo Comunismo da cui distanziarsi con la scusa di volerne semplicemente “un altro”, uno “diverso”, uno “migliore”, ma ce ne sono stati a decine in tutto il mondo, in tutti i periodi storici, in varie declinazioni e a mutevole intensità negli apparati sociali. E tutti hanno fallito con danni difficili da digerire per i nuovi cittadini emancipati dalla morsa totalitaria. In Occidente e non solo, d’altra parte, troppi hanno creduto nella grande illusione che arrivò a capolinea della Storia trentanni or sono: il 1989 è la grande bancarotta (fraudolenta) dei regimi comunisti; l’ammissione di un tracollo, una disfatta, un naufragio. Un fallimento.

Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, studente italo-svizzero, laureato in Scienze della Comunicazione. Collabora a “L’universo”, “L’Osservatore” e “neXtQuotidiano”, "gli Immoderati". Ha fatto oltre quattrocento interviste. Appassionato di (geo)politica, affari e relazioni internazionali, storia, economia, cultura e news. Gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

2 comments

Aldo Mariconda - Venezia 01/12/2019 at 11:54

Fa piacere leggere un giovane che non ha toccato con mano l’esperienza comunista ma che ha le idee chiare. Io ho visto, a Berlino ex parte Est e a Lipsia, dopo qualche anno dalla caduta del muro, lo squallore che era stato il comunismo. Ricordo che già nel 1989 si usava dire come all’Est vi fosse una miseria diffusa, il lavoro era assicurato a tutti, ma “si faceva finta di lavorare e lo Stato faceva finta di pagarti”. Le auto Trabant inquinavano 10 volte una Golf, una TV era di bassissima qualità e si rompeva facilmente, così in genere era la qualità di tutti i prodotti, armamenti immagino esclusi.
Sono rimasti alcuni problemi. Tra questi:
– Un gap in termini di sviluppo e di PIL/Pro-capite degli ex Paesi comunisti rispetto al resto d’Europa, che abbinato forse all’abitudine alla dittatura, è sfociato nel sovranismo, nel sostanziale sfruttamento dell’Europa vista a senso unico come distributrice di sussigi gestiti da pochi gruppi bene organizzati, da un malcontento che ha fatto risorgere nostalgie di estrema destra anche naziste.
. In Italia sopratutto, lo scarso radicamento dell’idea liberale basata su Merito, Concorrenza e Mercato, che non sono sinonimi di capitalismo sfrenato e senza regole, ma strumenti di libertà, qualità e sviluppo, premessa anche per re-inventare e sviluppare il welfare. Siamo arrivati all’idea della “decrescita felice”, di una mentalità anti-industriale e anti-business, contraria alle infrastrutture essenziali, alle istanze contro l’apertura delle attività commerciali la domenica con la conseguente incertezza da parte degli investitori e/o la deviazione o rinunzia ad investire, come dimostra la rinunzia di IKEA a Verona.
Purtroppo in Italia troppi credono ad uno Stato che rimedi a tutto, un pozzo senza fondo, all’irrilevanza di quel macigno costituito dal debito pubblico, allo spread (e l’ho sentito affermare anche da molti piccoli imprenditori) come invenzione della grande finanza e dell’Europa cattiva!
E così la ns. economia rimane ingessata, manca l’incentivo ad investire, in un Paese a costi elevati nel quale molte grosse aziende o hanno chiuso o sono dstate assorbite all’estero, altre hanno delocalizzato e altre ancora lo stanno facendo, si offre lo spunto ad Arcelor/Mittal per chiudere, si pensa ad una nuova IRI e a nazionalizzare aziende decotte come Alitalia, e dove la somma algebrica tra aziende tradizionali chiuse o delocalizzate e nuove ad alto valore aggiunto, magari basate su Industria 4.0 e a forte contenuto telematico è negativa, unici in Europa occidentale!
E poi si fanno le finanziarie con un’ottica a breve, non strategica, tagliando fondi all’università e alla scuola, come ad esempio alla SISSA di Trieste.

Reply
Dario Greggio 05/12/2019 at 18:58

l’essere umano semplicemente non è adatto (o pronto) per il comunismo/socialismo: si impigrisce, diventa una schifezza, se non è minacciato e/o sottoposto a sfide (e ricatti)

Ma in futuro…

Reply

Leave a Comment