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Colloquio con il professor Giacanelli: noi medici e il dramma di Hiroshima

“Questo luogo ci rende più consapevoli del dolore e dell’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci. Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio. Anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova. Il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo”.

Papa Francesco domenica scorsa ha pronunciato queste parole nella giapponese Nagasaki, città di circa 500mila abitanti. Una località tristemente nota per il bombardamento atomico inferto dagli Stati Uniti sul finire della seconda guerra mondiale. Il 9 agosto 1945 l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica “Fat Man”. Tre giorni prima era toccato ad Hiroshima, alle 8 e 15 del mattino. Tra l’altro Nagasaki fu scelta come alternativa a Kitakyūshū-Kokura a causa delle cattive condizioni meteorologiche. Entrambe le città ospitavano fabbriche di armi.

Nagasaki e Hiroshima rimangono un simbolo, anche culturale, della follia bellica umana. Quei due bombardamenti causarono non meno di 100mila vittime, almeno il doppio secondo altre stime. Di certo i morti e i feriti furono quasi esclusivamente civili.

Celebri film – come “Hiroshima mon amour” del 1959, “Hiroshima 28” del 1974 o “Rapsodia d’agosto” di Kurosawa del 1991 – si sono ispirati a quel dramma consegnandolo alla cultura di massa. Grandi artisti internazionali — da Paul McCartney agli Iron Maiden, dagli U2 alla Orchestral manoeuvres in the dark con l’evergreen “Enola Gay” — hanno commemorato la tragedia del bombardamento atomico. La letteratura internazionale s’è arricchita di capolavori ispirati alla storia di Sadako Sasaki, la ragazzina superstite del bombardamento di Hiroshima a cui nel 1954 venne diagnosticata la leucemia. Relegata in un ospedale, come tanti coetanei colpiti dallo stesso male, creò 989 origami seguendo un’antica leggenda giapponese, che vuole che il creatore di mille gru di carta possa esprimere un desiderio prima di morire.

Parliamo di tutto ciò con Manlio Giacanelli, neurologo clinico e miologo istochimico di fama internazionale, che alla professione medica ha sempre associato un grande impegno sociale. È oggi presidente onorario della prestigiosa Ippnw Italy (International Phisicians Preventing Nuclear War), l’organizzazione internazionale che riunisce i medici che combattono l’uso bellico del nucleare. L’Ippnw ha ottenuto il Nobel per la Pace nel 1985 per l’impegno nella sensibilizzazione sulla pericolosità delle armi nucleari e quindi sulla loro inutilità. Quel Nobel ha contribuito all’eliminazione dei missili dal centro Europa.

Professore, com’è maturata l’idea della la vostra organizzazione internazionale, che annovera celebri scienziati anche in Italia?

La nostra avventura è cominciata con la decisione di due illustri cardiologi —Bernard Lown, medico di Reagan, e Yevgeni Chazov, medico di Breznev—, insieme ad altri colleghi, di fare qualcosa contro la corsa agli armamenti. Erano gli anni della guerra fredda e mentre la politica mostrava spesso atteggiamenti ambigui, a noi medici s’imponeva un preciso compito deontologico super partes: anteporre l’impegno comune per la sopravvivenza rispetto ad ideologie divisorie. Così al di qua e al di là della cortina di ferro nacquero e si moltiplicarono associazioni aderenti alla nostra organizzazione. Oggi rappresentiamo, in tutto il mondo, decine di migliaia di medici, studenti di medicina, operatori sanitari e cittadini interessati che condividono l’obiettivo comune di creare un mondo liberato dalla minaccia di annientamento nucleare”

Qual è la vostra principale missione?

Diffondere informazioni ampiamente documentate sugli effetti della sperimentazione e dell’uso delle armi nucleari sulla salute e sull’ambiente. Lo facciamo da anni attraverso una serie di saggi autorevoli pubblicati sia su riviste specializzate sia sulla stampa generalista. La motivazione del Nobel lo spiega bene: l’assegnazione è ‘per aver fornito preziosi servigi all’umanità divulgando informazioni autorevoli e diffondendo la consapevolezza sulle catastrofiche conseguenze di un conflitto nucleare’. Insomma, la nostra istituzione continua a rappresentare nella storia della medicina un’esigenza etica insopprimibile, che è la ragione stessa dell’essere medico: prevenire il dramma e le conseguenze della guerra nucleare.

Certo, la prevenzione è importante, ma come affrontare le centinaia di conflitti tuttora in essere nel mondo, talvolta caratterizzati dalle minacce di realizzazione o d’uso di armi nucleari?

Dal 1991 abbiamo allargato l’area della nostra missione per includervi la prevenzione di qualsiasi forma di conflitto armato e la promozione di metodi alternativi di risoluzione dei conflitti. Un impegno ambizioso che si sposa con l’esigenza di informare le persone e di contestare i falsi profeti e scienziati che, pur non potendo negare il dramma, cercano scelleratamente di banalizzarne le conseguenze. Come il fisico ungherese Edward Teller, l’inventore della bomba all’idrogeno, il quale cercò di ridurne la portata. Viceversa, ormai le denunce da parte della maggior parte degli scienziati del cosiddetto ‘inverno nucleare’ sono molteplici e tutte molto qualificate.

Quali sono, nel concreto, da un punto di vista medico e ambientale le conseguenze di un’esplosione nucleare?

Sono diversificate e tutte dannose sia per l’ambiente sia per la salute umana. L’oscuramento dei cieli, le polveri, l’abbassamento della temperatura, i buchi dell’ozono, l’annientamento dell’agricoltura, le carestie. E le conseguenze dirette in termini di malattie sistemiche: leucemie, neoplasie, neomutazioni genetiche. Non è un caso se si registrano i maggiori tentativi di insabbiamento proprio sull’esito dell’esplosione in termini di affezioni indotte nel tempo.

Che ne pensa delle parole di Papa Francesco in Giappone?

Da laico le ho apprezzate. Dico di più, credo che non abbiano avuto la giusta risonanza. Affermare, come ha fatto il Papa, che ‘un mondo in pace, libero da armi nucleari, è l’aspirazione di milioni di uomini e donne in ogni luogo’ è una sacrosanta verità che oltrepassa qualsiasi credo o ideologia. Così come è altrettanto vero che ‘trasformare questo ideale in realtà richiede la partecipazione di tutti: le persone, le comunità religiose, le società civili, gli Stati che possiedono armi nucleari e quelli che non le possiedono, i settori militari e privati e le organizzazioni internazionali’. Come non essere pienamente d’accordo?

Però già Papa San Giovanni XXIII nell’enciclica “Pacem in terris” invocò la proibizione delle armi atomiche, affermando che una vera e duratura pace internazionale non può poggiare sull’equilibrio delle forze militari, ma solo sulla fiducia reciproca. Eppure in quegli anni di “guerra fredda” si parlava con favore della “deterrenza nucleare” capace di favorire equilibrio tra le grandi potenze e quindi sostanzialmente di facilitare la pace…

Quell’equilibrio, di cui parlavano soprattutto i politici, era fondato sul terrore. Se Hiroshima e Nagasaki appartengono alla drammatica storia degli anni Quaranta, non vanno dimenticati i test nucleari tra gli anni Sessanta e Novanta, da parte dei francesi, nella loro polinesiana Mururoa e nella vicina Fangataufa. Il primo test nucleare, denominato Aldebaran, avvenne il 2 luglio 1966: fu fatta esplodere una bomba nucleare di 30 chilotoni, più potente dell’ordigno all’uranio che sconvolse Hiroshima. I giovani che lo apprendono oggi, nel corso delle nostre iniziative nelle scuole, quasi non lo credono. E due anni dopo, nel 1968, è stata la volta di una bomba H con potenza di ben mille chilotoni, cioè oltre trenta volte di più. Nonostante le pesanti pressioni internazionali a seguito di quei disastri, i francesi non desistettero e, pur abbandonando i test atmosferici, si concentrarono su quelli sotterranei. Trivellarono il terreno dell’atollo e fecero detonare il materiale nucleare. Si è andati avanti fino al 1996, presidente Jacques Chirac, fermato soprattutto dagli altri Paesi occidentali. In tutto la Francia ha realizzato nei suoi territori polinesiani ben 179 esperimenti nucleari, di cui 41 atmosferici e 138 sotterranei. Si parla di risarcimenti, ma gli studi sulle tante conseguenze mediche, tra malformità e tumori, restano top secret. Per capirci, la potenza accumulata dal 1975 a Mururoa corrisponde a 200 bombe del tipo di quelle che rasero al suolo Hiroshima nel 1945. Anche a fronte di quella follia, il nostro organismo ha cercato un’alleanza con i cultori del diritto; tanti insigni giuristi hanno risposto con entusiasmo, come Luigi Arata, Aldo Bernardini, Matteo Carbonelli, Romeo Ferrucci, Mario Lucio Luzzatto. Molti di loro sono diventati nostri consiglieri nelle battaglie più ardue, anche contro quel potere politico esaltato proprio dalla ‘deterrenza.

Una “deterrenza”, però, venuta meno con la caduta del muro di Berlino. Quindi la situazione è migliorata…

Niente affatto. Sono diminuite le armi, ma non le sperimentazioni che hanno, quale obiettivo, la produzione di armi sempre più potenti. Inoltre ancora oggi gli armamenti nucleari sono sparsi in tutto il mondo, dagli Usa alla Russia, dalla Francia al Regno Unito, dal Medio Oriente fino ad India e Pakistan. Per cui le associazioni di prevenzione non debbono abbassare la guardia. Mi piace ricordare la figura medica di Albero Malliani, che insieme al nostro presidente Michele Di Paolantonio, partecipò il 10 dicembre 1985 alla cerimonia per l’assegnazione del Nobel alla nostra associazione. Malliani raccomandava di non adagiarsi sulla realtà nucleare perché l’adagiarsi rappresenta una ‘bancarotta morale’. Fra questi “adagiarsi” vi è l’affermazione di una possibile guerra nucleare ‘limitata’, che tale non sarà mai perché ‘illimitati’ sarebbero i danni ambientali”.

Lei ha un’esperienza internazionale, quarantanni di vita ospedaliera a Roma spesi per la ricerca clinica, le esperienze all’estero, ad esempio al MIT di Boston o nel mondo arabo e continua a svolgere attività di volontariato presso l’ospedale di Tor Vergata . Come si concretizza il suo impegno nella sensibilizzazione contro gli armamenti nucleari e i conseguenti danni?

Quando possiamo, organizziamo incontri con gli studenti nelle scuole. Non è facile, perché oggi gli istituti sono una fucina di attività soprattutto pratiche. Ma affrontare questi temi in modo scientifico è basilare perché sono il presupposto per la vera educazione civica, di cui oggi tanto si parla.

Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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