Giustizia

Fondazione Open, Renzi contro tutti

Matteo Renzi, oggi le perquisizioni alle sedi della fondazione Open.

Si allarga l’indagine della procura di Firenze sulla “Fondazione Open”, la cassaforte — chiusa nell’ottobre 2018 — ad uso delle iniziative politiche di Matteo Renzi. In testa alla febbrile attività politica, l’organizzazione della “Leopolda”, l’annuale kermesse renziana giunta quest’anno alla decima edizione.

Gli inquirenti stanno valutando i documenti frutto della trentina di perquisizioni eseguite dalla Guardia di finanza in tutta Italia, da Milano a Torino, da Alessandria a La Spezia, da Parma a Modena, da Firenze a Pistoia, da Roma a Napoli e a Bari. Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno bussato non solo nelle sedi di “Open” ramificate in tutta Italia, ma anche alle porte di numerosi imprenditori che negli anni anno assicurato copiose erogazioni alla fondazione. L’elenco è lungo, così come l’attività dei finanzieri.

Un mese fa era toccato alla Toto costruzioni di Chieti. Gli inquirenti vogliono far luce sugli ingenti versamenti “per prestazioni professionali” da parte dell’azienda abruzzese all’avvocato Alberto Bianchi, 65 anni, ex presidente della fondazione. Il legale avrebbe svolto lavori per 2,9 milioni di euro a favore del gruppo di costruzioni, la maggior parte dei quali ricevuti nel 2016. Subito dopo l’incasso, Bianchi avrebbe versato oltre 400mila euro alla “Fondazione Open” e al “Comitato per il Sì” al noto referendum costituzionale di quell’anno, con cui Renzi s’è giocato buona parte del suo futuro politico. Secondo i magistrati, insomma, il lavoro di Bianchi per Toto sarebbe potuto essere una sorta di copertura per finanziare la fondazione.

Nelle ultime ore, le perquisizioni hanno interessato anche diverse aziende napoletane: tre società che fanno capo all’imprenditore Alfredo Romeo, già coinvolto nell’inchiesta Consip, una società dell’armatore Onorato e la Getra Power della famiglia Zigon, sede a Marcianise, società elettrica che produce trasformatori.

Sono state, inoltre, perquisite la British American Tobacco, la Garofalo Health Care, la compagnia di navigazione Moby, il fondo Algebris del finanziere Davide Serra, la Menarini (nota multinazionale fiorentina del farmaco della famiglia Aleotti), l’impresa di costruzioni Pizzarotti di Parma, la holding del gruppo Gavio, secondo concessionario italiano delle autostrade. Insomma, tutti nomi di primo piano dell’imprenditoria italiana. Ad alcuni imprenditori sarebbero contestate, a vario titolo, le accuse di autoriciclaggio, riciclaggio, appropriazione indebita aggravata e false comunicazioni sociali.

Il Presidente sotto inchiesta

A settembre scorso l’accelerazione all’inchiesta era stata assicurata con l’inquisizione per traffico di influenze illecite dell’avvocato fiorentino Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione. Un legale di peso, uno dei maggiori esperti di diritto amministrativo a livello nazionale. Per acquisire i bilanci della fondazione renziana e l’elenco dei finanziatori, il suo studio è stato perquisito per tre giorni, proprio nelle ore in cui Renzi annunciava la fondazione del nuovo partito “Italia Viva”.

Gli inquirenti fiorentini  —il procuratore capo Giuseppe Creazzo e i pm Luca Turco e Antonino Nastasi — intendono far luce sugli intrecci tra prestazioni professionali rese dallo studio dell’avvocato Alberto Bianchi e finanziatori della fondazione renziana. Le perquisizioni sarebbero stato finalizzate ad accertare anche questi rapporti. Il sospetto è che la fondazione renziana sia stata utilizzata come “articolazione di partito”, cioè impiegata come strumento di finanziamento illecito. Accertato chi ha finanziato la fondazione, occorrerà chiarire se ne ha tratto poi vantaggio.

L’attenzione degli inquirenti si concentra sin dai primordi dell’ascesa renziana, cioè dalle primarie del 2012 e da quel dinamico comitato “Per Matteo Renzi segretario”. Secondo l’accusa, “Open” potrebbe anche aver rimborsato le spese a parlamentari, mettendo a disposizione carte di credito e bancomat.

La difesa dell’avvocato Bianchi: “È stato fatto tutto alla luce del sole. Rinnovo la piena collaborazione con la magistratura. Sin da subito mi sono messo a disposizione fornendo qualsiasi atto. Tutte le entrate e le uscite della Fondazione Open sono tracciabili, perché avvenute con bonifico e carte di credito. Messo nero su bianco. Si sta facendo una polemica strumentale che potrebbe toccare qualsiasi politico e qualsiasi amministratore”.

Indagato anche Marco Carrai

Nelle ultime ore s’è aggiunto un altro indagato eccellente, l’imprenditore fiorentino Marco Carrai, amico d’infanzia di Matteo Renzi e già membro del consiglio di amministrazione della stessa Open insieme a Maria Elena Boschi e Luca Lotti. “Ho fiducia che la magistratura chiarirà presto la mia posizione. So di non aver commesso reati e di aver sempre svolto i miei compiti rispettando la legge – ha dichiarato l’imprenditore 44enne.

6,7 milioni in 6 anni

La fondazione, che quando è stata costituita nel 2012 si chiamava “Big Bang” (uno degli slogan della Leopolda), è nata proprio con lo scopo di sostenere l’ascesa politica nazionale dell’ex sindaco di Firenze. Da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. La fondazione è stata poi registrata con il nome “Open” alla prefettura di Pistoia.

Di soldi, in sei anni di vita, ne ha racimolati tanti: ben 6,7 milioni di euro. Con non poca invidia dai piani alti del Partito democratico, quest’anno costretto a raddoppiare il costo della tessera (da 30 a 60 euro) proprio per far fronte alle difficoltà economiche. Buona parte dei fondi raccolti dalla “Open” sono stati utilizzati per organizzare la “Leopolda”, cioè quel summit annuale nell’ex stazione fiorentina che, anno dopo anno, ha rafforzato l’universo renziano.

Ma proprio un presunto “buco” nei conti avrebbe calamitato l’interesse degli inquirenti. Anche perché il 40 per cento dei generosi finanziatori della fondazione non ha dato l’assenso per rivelare la propria identità. Più Closed che Open.

La polemica politica 

Nella giornata delle perquisizioni, in serata, con un lungo post su Facebook, è arrivato lo sfogo di Matteo Renzi: “questa mattina centinaia di finanzieri in tutta Italia hanno perquisito all’alba abitazioni e uffici di persone ‘colpevoli’ di aver finanziato la Fondazione Open. Un’operazione in grande stile, all’alba, di forte impatto mediatico. La decisione è stata presa dai pm di Firenze, Creazzo e Turco, titolari anche di altre inchieste: sono loro, ad esempio, ad aver firmato l’arresto per i miei genitori, provvedimento — giova ricordarlo — annullato dopo qualche giorno dal Riesame. Ma il danno mediatico, e psicologico, ormai era già stato fatto. E se è giusto che i magistrati indaghino, è altrettanto giusto che io mi scusi con decine di famiglie per bene che stamattina all’alba sono state svegliate dai finanzieri solo perché un loro congiunto ha sostenuto in modo trasparente la nostra attività politica”. 

Vi prego non finanziate Italia Viva —suggerisce con ironia l’ex premier— se non volete passare guai di immagine. È un paradosso perché noi avevamo voluto l’abrogazione del finanziamento pubblico e un sistema trasparente di raccolta fondi all’americana. Chi si ribella a questo massacro mediatico e vuole sostenerci non faccia mega versamenti ma piccole donazioni da 5, 10, 100, massimo mille euro. Il crowdfunding sarà la nostra risposta al crollo delle donazioni”.

Luigi Di Maio ha colto l’occasione per un attacco nemmeno troppo velato. “C’è un problema serio su fondi e finanziamenti ai partiti: serve subito una commissione d’inchiesta, lo chiederemo nel contratto di governo che faremo partire a gennaio” — ha detto, prendendo l’inchiesta come un assist per ricompattare il governo in funzione anti-Renzi.

Ancora Renzi: “è un massacro mediatico, i fondi sono regolari. Chi ha finanziato la Open ha rispettato la normativa sulle fondazioni”, “se poi altri partiti utilizzano questa vicenda per chiedere commissioni di inchiesta sui partiti e sulle fondazioni io dico che ci sto”.

“Anzi, rilancio: dovremmo allargare la commissione d’inchiesta alle società collegate a movimenti politici che ricevono collaborazioni e consulenze da società pubbliche. Italiane, certo. Ma non solo italiane”. Il riferimento è abbastanza chiaro. Ed ancora: “chi decide oggi che cosa è un partito? La politica o la magistratura? Su questo punto si gioca una sfida decisiva per la democrazia italiana. Chiameremo in causa tutti i livelli istituzionali per sapere se i partiti sono quelli previsti dall’articolo 49 della Costituzione o quelli decisi da due magistrati fiorentini”.

Il presidente dei senatori di Italia Viva, Davide Faraone, ha scritto alla presidente Casellati per chiederle “di calendarizzare urgentemente un dibattito in Senato viste le recenti vicende giudiziarie sulle regole del finanziamento alla politica e su chi stabilisce cos’è un partito e cosa no”. 

Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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