Politica estera

Quel dipendente Facebook che aiutò Trump a vincere e ora vuol farlo perdere

Dimenticate gli hacker russi, WikiLeaks e Cambridge Analytica. Trump vinse le elezioni Usa del 2016 anche grazie alle sponsorizzate Facebook. Oggi James Barnes, la mente di quella campagna digitale, si è pentito. Lavora per la concorrenza. Il suo obiettivo è diventato sconfiggere il Don durante Usa 2020.

Di recente Facebook ha complicato non poco l’approvazione delle sponsorizzazioni politiche. Twitter ha annunciato che entro la fine del 2019 rinuncerà a fare questo tipo di pubblicità. Big Web si prepara alla prossima sfida elettorale negli Usa. Nonostante tutto, la spesa in digital advertising potrebbe raddoppiare nelle elezioni del 2020. Da 1,4 miliardi di dollari del 2016 a 2,9 miliardi nel 2020. Una montagna di soldi.

La storia di James Barnes, giovanotto cresciuto nel Tennessee in una famiglia repubblicana, è emblematica dell’importanza assunta dai social e dalle sponsorizzazioni digitali nella comunicazione politica. Nel 2016 Barnes, impiegato da Zuckerberg, viene incaricato di seguire la campagna elettorale di Trump. Si concentra sui tool delle sponsorizzate Facebook utili a targettizzare pubblici selezionati. Gli utenti che hanno già interagito con la Fan Page del Don nei mesi precedenti.

In poche settimane, Barnes riesce a trasformare ogni singolo dollaro investito da Donald Trump nelle sponsorizzate in 2 o 3 dollari di donazioni online. Milioni di dollari di fund raising per il candidato odiato dai Democratici e inviso ai Repubblicani. Il dipendente Facebook lavora gomito a gomito con il Team digitale di Trump. Preparano migliaia di sponsorizzazioni per colpire nicchie di pubblico diviso per età, gender, interessi.

Oggi, dopo che i social sono stati accusati di alimentare la diffusione delle fake news, molte di quelle attività pubblicitarie non sono più consentite. Si può ancora promuovere un messaggio destinato a lettori che leggono il Corriere della Sera, per esempio, ma non si può più restringere il campo ai lettori del Foglio.

Facebook ha introdotto nuovi meccanismi di protezione come la “doppia autenticazione“. Ha rallentato i tempi di approvazione delle sponsorizzate e rafforzato il lavoro dei moderatori. Zuckerberg però non ha rinunciato a incassare dai politici americani. Compreso Donald Trump.

Torniamo al 2016. L’effetto del lavoro di Barnes è travolgente. Anche perché lo staff della Clinton non segue lo stesso metodo. Barnes diventa il beniamino del Team Trump anche se non sempre viene trattato con i guanti. Quando si apre il problema dei pagamenti con carta di credito per importi di 300/400 mila dollari a post, i trumpisti minacciano Barnes di spostare i loro budget sulle TV se Facebook non lascerà fare.

Il resto è storia. Trump vince le elezioni Usa. Il suo capo campagna ringrazia pubblicamente Barnes su Twitter. Per il giovanotto del Tennessee è un grande risultato professionale ma umanamente ne esce piegato. Si è convinto che MAGA, Make America Great Again, lo slogan chiave della campagna di Trump, abbia fatto risorgere “the deepest, darkest, soul of white nationalism”. Amici e colleghi lo guardano con sospetto e disprezzo. Barnes molla Facebook.

Oggi Barnes ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio di Acronym,  una agenzia digitale che ha già raccolto 75 milioni di dollari per Usa 2020. Acronym si oppone alla rielezione di Trump. Il ragazzo d’oro delle sponsorizzate del Don si prepara a guidare il team di analisi delle campagne antitrumpiste.

La storia di Barnes si porta dietro un corollario non secondario sul Russiagate. Tutto il primo mandato di Trump è stato contraddistinto dalla indagine del super-procuratore Mueller sulle presunte influenze russe nelle presidenziali del 2016. Trump vincitore perché burattino di Putin. Mueller però non è mai riuscito a dimostrare con prove inoppugnabili questo genere di accuse.

Ebbene, quando Barnes è stato interrogato dalle autorità che indagano sul Russiagate ha risposto di non aver mai sentito parlare di hacker russi. Eppure lavorava accanto al capo della campagna social di Trump. Chissà se stavolta i Democratici si daranno da fare per conquistare gli elettori con una proposta politica seria. Candidati davvero carismatici. Invece di sventolare la bandiera del Russiagate. 

Roberto Santoro

Giornalista, ha scritto per la rivista Storie, il giornale online l'Occidentale, Fondazione Magna Carta, il Tempo, il Centro Studi Pens. Web Editor al Dipartimento Riforme Costituzionali durante il governo Letta, oggi segue la comunicazione digitale di Stefano Parisi. Ha pubblicato, tra gli altri, Natale che palle!, La vita privata dei fumetti, Googlecrazia, Italia Gratis, Trump Presidente.

Leave a Comment