Economia & Finanza Videointerviste

Intervista a Marco Bentivogli sulla tragica saga dell’ILVA

Dopo il Vaffa DAY delle origini grilline, il governo sembra deciso a celebrare ILVA-ffa DAY per inebriarsi con quel richiamo della foresta chiamato “decrescita felice” che caratterizzava i primi passi del Movimento e gli spettacoli del comico genovese.

In questa intervista Marco Bentivogli, uno dei protagonisti di questa tormentata saga, su cui si gioca il futuro dell’industria manifatturiera italiana spiega in termini semplici e chiari come stanno le cose al di là della propaganda e del clamore mediatico.

Così Bentivogli intervistato per Gli Immoderati da Fabio Scacciavillani: “abbiamo avuto sei anni di commissariamento per cui, di fatto, di Ilva a governo pubblico, e sono stati gli anni peggiori, per incidenti, perché si è bloccato completamente il piano ambientale, e perché dal punto di vista produttivo è andata malissimo”. E continua: “la nazionalizzazione è una follia. La gran parte della storia di Ilva, dal ’64 a oggi, è una storia pubblica. Prima con Italsider, poi con la gestione commissariale. Chi parla di nazionalizzazione non conosce le normative europee, anche i francesi che sono i più nazionalisti e più favorevoli all’intervento pubblico, non riuscirono a nazionalizzare Florange, un altro stabilimento di Arcelor Mittal”.

L’intervista completa nel video in apertura.

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

Leave a Comment